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Gianni Minà: “La Roma stasera deve ripetere il miracolo contro il Barcellona. Sarri il miglior allenatore italiano. Maradona uomo di parola”

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Abbiamo intervistato uno dei giornalisti più completi: scrittore, conduttore, documentarista -anche sportivo-, editore, direttore di Tutto Sport…ha seguito otto mondiali di calcio e sette olimpiadi. Ha presentato La Domenica Sportiva e ideato il programma di approfondimento Zona Cesarini, che seguiva la tradizionale rubrica riservata agli eventi agonistici. Grande amico del Pibe de Oro ci ha raccontato un aneddoto su di lui. Abbiamo parlato del Napoli di oggi e di quello ai tempi di Diego, e non solo…

Che differenze ci sono tra questo Napoli e quello dei due scudetti?

Quello di trent’anni fa era tecnicamente più dotato. I giocatori avevano una qualità superiore. In questo di oggi invece c’è tutta la saggezza di Sarri che è il miglior allenatore italiano.

Un ricordo dell’uomo e del calciatore Maradona?

Era la semifinale Italia-Argentina del Mondiale ‘90. Prima della gara Diego mi disse: “Se va bene ti aspetto davanti agli spogliatoi nel sotto passaggio”. L’ultimo rigore fu proprio tirato da lui che non sbagliò. L’atmosfera era surreale perché lo stadio del San Paolo era per metà triste e per metà contento. Come concordato lui mi aspettava davanti l’ingresso, nonostante fosse circondato da 200 giornalisti, pronti a strappargli qualche dichiarazione. Questo fa capire la parola e la serietà dell’uomo che molto è stato criticato dai media.

Qual è il suo secondo giocatore preferito dopo El Pibe de Oro?

Da bambino ero un tifoso del grande Torino, quello che vinse 4 scudetti consecutivi. Ero innamorato di Valentino Mazzola, il mio idolo.

Lei ha amato personaggi forti e complessi come Roberto Baggio, Alberto Tomba, Pietro Mennea, Marco Pantani, Cassius Clay…come ci si pone giornalisticamente di fronte a loro?

Ognuno aveva una sua personalità. L’errore che spesso si fa è giudicare senza conoscere. Quando si ha in dote un forte carattere si deve cercare di trasferirlo ai lettori senza aggredire il personaggio. Ho strappato interviste memorabili senza mai usare prepotenza. Il mio segreto è stato il grande rispetto che nutrivo per le persone. Gli artisti-campioni hanno un problema, quello di tutelare la loro immagine. Sono liberi di fare quello che vogliono, a dispetto delle velleità del giornalista.

A proposito di questo, un suo grande estimatore Manuel Agnelli, leader degli Afterhours, recentemente ha dichiarato di apprezzare molto il suo modo di fare giornalismo: “Aveva una visione del mondo quando faceva le interviste e quella visione oggi è ossigeno. Mi piace la sua empatia”. Cosa ne pensa?

Anche io ho stima di lui e vorrei incontrarlo presto. E’ riuscito a cogliere la mia essenza.

Come vede il giornalismo del futuro?

Il mestiere ormai è finito perché siamo schiavi di una verità imposta dal sistema. Con questo modo di pensare non si andrà lontano. Paradossalmente con le nuove tecnologie sappiamo di meno, non di più.

A quattro giornate dalla fine può il Napoli, a meno uno dai bianconeri, vincere il campionato?

Certo, il Napoli può farcela.

Dove può perdere punti la squadra di Sarri? E la Juve invece chi deve temere di più tra Inter e Roma?

Non sono un tecnico del calcio e non posso suggerire agli allenatori cosa fare. Non voglio neanche cadere nell’errore di alcuni colleghi giornalisti che per fare i titoli sui giornali si perdono in disamine che non gli competono.

Cosa deve fare la Roma stasera per battere il Liverpool?

Ripetere il miracolo compiuto contro il Barcellona, mantenere quel treno lì per rompere una situazione che pare intoccabile. Ricordiamo che le squadre inglesi ci hanno sempre fatto soffrire parecchio.

Il ricordo più bello della sua carriera?

Quando ho ricevuto nel 2007 il Premio Kamera della Berlinale per il mio “In viaggio con Che Guevara” (ndr, nel 2004 realizzò il lungometraggio ripercorrendo con l’ottantenne Alberto Granado, amico del Che, quell’avventura mitica risalente al 1952: i due attraversarono in motocicletta l’America Latina, partendo dall’Argentina e proseguendo per il sud del Cile, il deserto di Atacama, le miniere di Chuquicamata, l’Amazzonia peruviana, la Colombia e il Venezuela). E’ il più prestigioso al mondo per i documentaristi. Quando iniziai questo lavoro mai avrei sperato di essere premiato per la carriera al Festival del Cinema di Berlino.

Fonte foto: polisnotizie, rivistamissioniconsolata, dagospia, e caffetteriadellamole

Erika Eramo

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