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Francesco Repice: “Le italiane in Europa possono giocarsela con tutte, Napoli capolavoro collettivo, amo Messi, ma Maradona era un’altra cosa”

   Tempo di lettura 7 minuti

Il radiocronista di punta della Rai, inviato in quattro campionati del mondo di calcio ed altrettanti europei, nonché voce principale degli anticipi e posticipi di Serie A dal 2010, ha parlato in esclusiva a Passione del Calcio.it. Tra i temi toccati, i sorteggi di Champions ed Europa League, la grande stagione dei partenopei ed il confronto tra il Pibe de Oro e la Pulce. Poi, due curiosità sul mondo della radio e la professione di radiocronista sportivo

Dopo questo sorteggio, dove possono arrivare le squadre italiane in Champions League? Possono davvero puntare a vincere la competizione? 

“Intanto sicuramente ne arriverà una in semifinale, mi sembra già un bel passo in avanti. Una volta che stai lì, in semifinale di Champions League, è ovvio che pensi di vincerla. È normale che sia così, anche perché poi la finale è una partita secca ed in una partita secca tutto può accadere. Se arrivi in semifinale trovo stupido non pensare di vincere una competizione. In questo momento, comunque, è difficile stabilire quale squadra italiana potrà andare più avanti, ai quarti manca ancora quasi un mese”.

Juventus e Roma invece? Possono conquistare l’Europa League?

“Beh, è chiaro che il cammino della Juventus è più difficoltoso. Deve passare il turno con lo Sporting Lisbona, che ha eliminato l’Arsenal, ed è una squadra tosta. Tra l’altro, i bianconeri sono usciti dalla Champions League proprio per mano di una squadra portoghese. Se passassero poi, troverebbero quasi sicuramente il Manchester United. Non è un cammino facile, mentre quello della Roma sembra più agevole. In ogni caso, vale lo stesso discorso fatto per le italiane in Champions League: se arrivi alla semifinale di una competizione devi pensare a vincerla. Non vedo lo United superiore a bianconeri e giallorossi in questo momento.”

Un commento sul Napoli di Spalletti? Di chi è il merito principale di una stagione del genere?

“Il merito principale è della società, dei calciatori e dello staff tecnico. In realtà non ci sono meriti principali, quando i risultati sono questi significa che tutto il meccanismo alla base funziona alla perfezione, è come un orologio che ticchetta sempre l’ora giusta senza la minima sbavatura. Ci vuole bravura però per far funzionare il meccanismo di un orologio in questa maniera, perché è molto complesso. Sono stati bravi tutti: in primis i calciatori, poi la società, che ha fatto in modo che alcune partenze estive non danneggiassero la squadra, e infine anche Spalletti, che col suo staff ha valorizzato al massimo il materiale umano che la società gli ha messo a disposizione. Non ci sono dei meriti particolari, è l’insieme che, come al solito, rende irripetibile una stagione come quella del Napoli”.

Dopo l’ultimo mondiale: Messi o Maradona? 

Maradona per me è un pianeta a parte, non è un termine di paragone per nessuno. Diego è una roba che le divinità del calcio ci hanno donato e che teniamo stretta nei nostri cuori e nelle nostre anime, sia per quello che è stato come calciatore, sia per quello che è stato come uomo. Un uomo che è stato capace di cadere davanti a tutti, di non nascondere nulla e di rialzarsi indicando il cammino giusto. Io sono pazzo di Leo Messi, per carità, ma Maradona è un’altra cosa, è qualcosa che va al di là del pallone ed anche di tutto il resto. È immortale, tutto qua”.

Al mondiale in Qatar non c’era l’Italia, per la seconda volta consecutiva, cos’è mancato agli Azzurri per qualificarsi? E cosa può fare Mancini per riportare la nazionale ad alti livelli?

“E’ mancato un calcio di rigore, solo quello. Tutto il resto sono chiacchiere senza senso, sarebbe bastato buttare dentro un calcio di rigore e chissà poi cosa sarebbe successo al mondiale. Il calcio è questo, se Jorginho avesse segnato anche solo uno dei due penalty contro la Svizzera avremmo fatto tutti altri discorsi. Ancora oggi, c’è chi è sicuro che saremmo usciti al primo turno, in caso di qualificazione, ma lo dicevano anche all’europeo. Io credo che la nazionale italiana sia già di alto livello, c’è questa moda di esaltare il calcio estero a priori, senza accorgersi che spesso c’è parecchia fuffa, parecchio fumo. Se è questo il trend del momento ne prendo atto, ma a me questa storia non convince”.

Con l’avvento dei social network e di Internet, come è cambiato il ruolo della radio secondo lei? Che significa essere un giornalista radiofonico al giorno d’oggi?

“È cambiato in meglio. Questi nuovi mezzi di comunicazione hanno esaltato il ruolo della radio. Noi tutti pensavamo che Internet ed i social network avrebbero soffocato le trasmissioni radiofoniche e invece no. Le radiocronache vengono postate, pubblicate da tutti, fatte circolare. La radio è una grande fortuna rispetto alla televisione perché ti insegue, non devi essere tu ad inseguirla. La radio ti consente di portare tua moglie fuori a cena, di portare i figli a giocare a pallone, di uscire coi tuoi amici, di andare a vedere una mostra. La radio è questa roba qua, ti insegue con la sua voce e ti tiene informato. È un mezzo che non verrà mai messo da parte perché è quello più semplice e più diretto. È l’essenza del giornalismo”.

Cosa la affascina di più del suo lavoro di radiocronista? E cosa trova più difficile? 

“Alla mia età ormai, con questo ginocchio che mi ritrovo, la cosa più difficile è il pre-radiocronaca: i viaggi, i bagagli, gli accrediti per entrare negli stadi. Ormai in certi posti pensano di essere i governatori della zona più importante del mondo, in realtà andiamo a parlare di pallone fondamentalmente. La cosa più bella, invece, è che continuo ad incontrare tanti amici, tante persone con cui mi sono voluto, mi voglio e mi vorrò sempre bene. Questi legami che ho costruito nel tempo rendono il mio lavoro molto piacevole”.

Luca Missori

(Fonte immagine: Sportmenews.it)

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