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SPECIALE 500 – Marco Rossi: “Mancini è il vero top player dell’Italia. Quanto ho amato Gigi Radice e…”

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Passione del Calcio oggi porta avanti la sua rivoluzione tricolore. Per il traguardo da cifra tonda (500esimo personaggio legato al mondo del calcio da noi intervistato) abbiamo scelto l’uomo del momento, colui che, insieme al nostro commissario tecnico, più ci ha reso orgogliosi di essere italiani in questo Euro 2020. Il ct dell’Ungheria (che per inciso ha gli stessi colori della nostra bandiera ma in orizzontale) ha infatti una storia di tutto rispetto, una signorilità fuori dal comune e una tenacia invidiabile. Ex difensore di squadre storiche come il Toro, il Brescia e la Samp è andato all’estero ad allenare e lì ha trovato la sua fortuna. Ricordiamo che ha fermato la Francia e stava per buttare fuori i tedeschi in casa loro fino a 5 minuti dalla fine. Vediamo insieme come…

Si aspettava il trionfo azzurro in questo Europeo dato che sulla carta altre squadre partivano con i favori del pronostico?

E’ vero che c’erano Nazionali date per vincenti quali Francia, Belgio o la Germania che arriva quasi sempre alla fine, ma il percorso dell’Italia parla chiaro. Se all’inizio dicevano che non aveva mai incontrato squadre forti, poi però ha eliminato i belgi primi nel ranking Uefa, gli spagnoli e gli inglesi. Ha vinto con pieno merito. Top player è stato Roberto Mancini che ha creato un gruppo coeso. Lo spirito di squadra ha permesso di andare ben oltre i valori tecnici in campo.

Lei ha fatto parte della Samp degli anni ’90 con Mancini, Evani, Lombardo, Salsano e Nuciari (solo Vialli non è stato suo compagno), tutti assistenti di Roberto. Cosa avevano ed hanno di magico i blucerchiati?

Ovunque è andato Roberto ha sempre vinto. Non solo in Italia. Penso al Manchester City o al Galatasaray. Il catalizzatore di tutto è lui. Ha saputo creare uno staff di amici. E’ stato questo il valore aggiunto. C’era nella Sampdoria e c’è oggi nella Nazionale azzurra.

Come mai in Italia alcuni tecnici fanno fatica ad emergere? Quali sono le difficoltà principali?

Perché ce ne sono tantissimi e di altissimo livello mentre le squadre sono sempre le stesse o si riducono quando scendono in B. Si tende a scegliere chi ha un’esperienza consolidata, quindi i nomi che escono sono sempre i soliti. Raramente c’è un riciclo. Per esempio quest’anno sono usciti fuori Vincenzo Italiano e Alessio Dionisi. Gli anni passati Roberto De Zerbi e Simone Inzaghi.

Sono più le similitudini o le differenze tra calcio italiano e calcio ungherese?

Al contrario di ciò che si pensa sono più le somiglianze perché gli ungheresi sono appassionatissimi. L’unica differenza è che il livello del campionato è modesto, perciò succede spesso che i tifosi vanno all’estero pur di vedere i loro beniamini giocare nei vari club di appartenenza.

Data la passione che nutrono sono ancora tutti innamorati del fenomeno Puskas?

Certamente. Non dimenticano chi ha fatto la loro storia. Ferenc è una leggenda. Ad oggi, tra l’altro, è l’unico mito oltre all’altro, il Pallone d’oro ungherese Florian Albert.

A proposito di miti e leggende, lei è cresciuto in un vivaio d’eccezione quale quello del Toro. A cosa e chi è particolarmente legato?

Ero nel settore giovanile negli anni ’70-’80. Mi sono rimasti dentro lo stile, i valori e l’impostazione di gioco. Il Toro è soprattutto lealtà, sacrificio e lotta fino all’ultimo. Batte ancora il famoso “vecchio cuore granata”. Quando ero piccolo ero il classico ragazzo che andava in curva. Ho amato Gigi Radice ed il Toro dei 50 punti (che chiuse al secondo posto mentre l’anno prima vinse lo scudetto con 45 punti) Claudio Sala e la coppia Pulici-Graziani.

Chi ci può segnalare tra i giovani interessanti dell’Ungheria?

Dominik Szoboszlai, centrocampista/trequartista del Rb Lipsia, che non ha potuto partecipare ad Euro 2020 a causa di una pubalgia. Un vero peccato (ndr, suo è il gol che ha sancito contro l’Islanda la storica qualificazione all’Europeo). Un altro è Andras Schafer, centrocampista del DAC Dun. Streda, che è stato per due anni in Italia, prima al Genoa e poi al Chievo, ma non è mai stato utilizzato da nessuna delle due squadre.

Tra gli azzurri chi l’ha impressionata di più?

Un po’ tutti, in particolare Barella fino alla partita contro il Belgio. Nelle ultime due gare ha pagato un po’ di stanchezza, come se avesse speso tutto prima. Spinazzola ha fatto talmente bene che sembrava insostituibile, eppure Emerson lo ha rimpiazzato bene. Il segreto della vittoria sta appunto nell’avere avuto dei ricambi all’altezza. C’è da dire però che il vero artefice del trionfo è stato Donnarumma. Un encomio alle sue parate.

Uno dei momenti più emozionanti della sua vita professionale è stato ricevere il 26 marzo 2018 il prestigioso premio “Panchina d’oro” (premio che si dà agli italiani che vincono il campionato all’estero) a Coverciano. Cosa ci può raccontare?

Ho provato soddisfazione ed orgoglio per essere stato omaggiato dalla migliore scuola allenatori del mondo che in precedenza aveva premiato gente come Claudio Ranieri, Massimo Carrera, Carlo Ancelotti e Antonio Conte.

Recentemente abbiamo intervistato un ex ct della nostra Nazionale, Roberto Donadoni. Non so se lo sa ma siete nati lo stesso giorno, il 9 settembre, a distanza di un anno l’uno dall’altro. Roberto ci ha rivelato di avere molto delle caratteristiche del segno della Vergine che lo hanno aiutato sul lavoro, quali la meticolosità, la cura maniacale dei dettagli e l’organizzazione mentale. Anche lei si rivede nel quadro astrologico?

Sì, sapevo della coincidenza di data (ndr, ride). Mi ci rivedo e mi ha parecchio aiutato. Tra l’altro al buon Roberto gli ho rifilato sul campo anche qualche bella scarpata (ndr, ride di nuovo).

Ringraziamo il gentilissimo Marco Rossi per averci concesso l’intervista, rinnovando i complimenti e facendogli l’in bocca al lupo per lo sfavillante prosieguo di carriera. Che la sua caparbietà porti bene anche a noi per la nostra nel campo giornalistico. Cinquecento di questi giorni.

Fonti news: toronews, twitter, toro.it e pinterest

Erika Eramo

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