Le due squadre capitoline stanno vivendo l’ennesima stagione irregolare e del tutto anormale, ma ormai fa parte del loro Dna
Roma e Lazio così vicine e così lontane. La Capitale non dorme mai e non lo fa neanche quando ci sta di mezzo il pallone. Un pallone che rotola in modo totalmente imprevedibile e incostante, spinto da due tifoserie uniche nel loro genere e di unico e intrinseco c’è anche il meccanismo che ruota il mondo giallorosso e biancoceleste. Una stagione vissuta tra incertezze e paradossi, tra caos e disordine.
Da un lato, la Roma, capace di passare dalle stelle alle stalle: dall’idillio Gasperini-Ranieri, con tanto di bagarre scudetto, alla rottura tra i due, culminata con la cacciata del romanista per eccellenza (Totti e De Rossi permettendo). Dall’altro, la Lazio, che in una stagione tanto travagliata quanto paradossale con il continuo braccio di ferro tra il comparto tecnico (Sarri e squadra) e quello societario (Lotito e Fabiani), è riuscita a regalarsi un finale di stagione insperato. Ovvero, con una finale di Coppa Italia da giocare contro l’Inter il prossimo 13 maggio.
Appunto, la Roma e la Lazio, due poli che non possono mai raggiungersi e attrarsi e lo sanno bene gli stessi tifosi capitolini. La tifoseria giallorossa è passata dall’estasi di una nuova e illusoria stagione da protagonisti ad un sentimento di angoscia e di rassegnazione (con quel quinto/sesto posto sempre in agguato); mentre la tifoseria biancoceleste, in combutta tutto l’anno con Lotito, si è trovata di colpo dalla mediocrità al sogno di ritornare ad alzare un trofeo e in aggiunta con un inaspettato giocatorino destinato a diventare tra i più grandi fra i numero 1 (Edoardo Motta). Insomma, la regolarità e la normalità non fanno parte del vocabolario di Roma e Lazio.
Sandro Caramazza
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