L’ex campione del mondo del 2006 ripercorre le tappe più importanti della sua carriera: dagli inizi al Napoli, gli anni alla Lazio e la Champions League con il Milan, il rapporto con Claudio Lotito, l’eredità del padre Francesco, l’esperienza da allenatore e uno sguardo sul Mondiale 2026
Il 9 luglio è una data da incorniciare per il calcio italiano, ricorre infatti oggi il ventennale di un’impresa storica, quella della vittoria della Coppa del Mondo di calcio 2006, evento che ha reso orgogliosi tutti noi per merito di una spedizione di ragazzi forti e tenaci. Abbiamo avuto il grande piacere di intervistare Massimo Oddo, uno degli artefici di quella impresa! Cresciuto in una famiglia dove il calcio era di casa, grazie agli insegnamenti del padre Francesco, ha costruito una carriera ricca di soddisfazioni, diventando uno dei migliori terzini italiani della sua generazione. Dall’esperienza al Napoli, fondamentale per la sua crescita, all’affermazione con la Lazio, fino alla consacrazione con il Milan, Massimo ha sempre dimostrato professionalità e spirito di sacrificio. Ha giocato anche, tra le altre, nel Verona, nel Bayern Monaco e nel Lecce. E’ stato un rigorista quasi infallibile: 24 rigori realizzati in carriera su 27! Nel suo palmares troviamo: la Coppa Italia 2003/2004 con la Lazio; la Champions League 2006/2007, la Supercoppa Uefa 2007, la Coppa del Mondo per club 2007, il Campionato italiano 2010/2011 e la Supercoppa italiana 2011/2012 con il Milan e, come detto, il Campionato del Mondo 2006 con la Nazionale. Terminata la carriera da calciatore, ha intrapreso quella da allenatore, portando in panchina la stessa passione e la stessa attenzione ai dettagli che lo hanno contraddistinto in campo. Con il Pescara nel 2016 ha conquistato la promozione in A e nella stagione seguente ha debuttato in massima serie stando sulla panchina del club abruzzese, ha allenato anche l’Udinese in serie A per parte della stagione 20217/18. Vanta una Coppa Italia di Serie C con il Padova nella stagione 2021/2022.
Mister, il Napoli ha rappresentato una tappa fondamentale della sua crescita, culminata con la promozione in Serie A. Che ricordi conserva di quell’esperienza e quanto è stata determinante per il prosieguo della sua carriera?
Quella di Napoli è stata una tappa fondamentale per la mia carriera, innanzitutto perché è stata la prima grande piazza in cui ho giocato dopo svariati prestiti, compreso appunto quello agli azzurri, ma ancor più importante è stato l’essere allenato da Walter Novellino che, dopo aver spaziato per il campo in varie posizioni, fu il primo ad inquadrarmi e darmi un ruolo ben definito, quello di terzino destro. Era la stagione 1999/2000, riuscimmo ad essere promossi in serie A appunto, giocai quasi tutte le partite e quindi posso senz’altro affermare che, dopo tanto peregrinare e tanti sacrifici, quello fu l’anno della svolta, confermata anche dal fatto che, dopo diversi anni di prestiti, il Verona investì su di me acquisendo il mio cartellino.
Il Napoli continua a essere una delle realtà più importanti del calcio italiano. Da ex azzurro, come giudica il progetto tecnico del club e quali sono, secondo lei, i segreti per restare stabilmente ai vertici?
Lungimiranza! Il Napoli è una società ben organizzata, il presidente porta avanti una filosofia innovativa, sotto il punto di vista contrattualistico ad esempio, ma non solo. Quello azzurro è uno dei pochi club “sani”, lavora bene e vince. Onore insomma alla gestione di Aurelio De Laurentiis!
Lei ha vissuto il passaggio tra la gestione Sergio Cragnotti a quella di Claudio Lotito (19 luglio 2004). Che rapporto ha avuto con quest’ultimo e come valuta il lavoro svolto in questi anni alla guida della Lazio?
Sostanzialmente sono stato l’ultimo acquisto della gestione Cragnotti e sono davvero molto legato all’ambiente Lazio, anche per il fatto di aver vissuto i due periodi di cui parliamo, dalla grande Lazio di Sinisa Mihajlović, Dejan Stanković e tanti altri, ritrovandomi poi, alla partenza di tutti quei grandi calciatori, in quella che veniva definita “lazietta” dove, con immensa soddisfazione, divenni il capitano. Il periodo fu sicuramente difficile, ma passammo, nel tempo, dal rischio retrocessione in Serie B ai piani alti della Serie A, dove la lasciai prima di andare al Milan (gennaio 2007 ndr).
In più occasioni ha raccontato che avrebbe voluto chiudere la carriera da giocatore alla Lazio. C’è ancora un pizzico di rammarico per come si concluse quella storia oppure oggi prevale l’orgoglio per il legame costruito con i tifosi biancocelesti?
Alla Lazio ero amato e stimato da tutti e sono orgoglioso di poter dire di aver dato tutto per quella maglia! Andare via dal club biancoceleste non era nelle mie intenzioni, avevo chiesto di rinnovare il mio contratto con la Lazio, ma poi arrivò il Milan che appagò le richieste del presidente Lotito e quindi partii.

Nel 2007 ha conquistato la Champions League con il Milan. Qual è il ricordo più vivido di quella cavalcata europea con Carlo Ancelotti in panchina?
Vincere la Champions League è una delle massime aspirazioni per un calciatore, almeno a livello di club, un orgoglio sconfinato per me! Arrivai negli ultimi giorni del mercato di riparazione del 2007 (24 gennaio ndr) in un Milan che quell’anno non andava benissimo, tant’è che terminammo la stagione quarti in classifica. Riuscimmo ad arrivare fino in fondo alla massima competizione europea per club e, oltre all’enorme soddisfazione per la vittoria finale, c’è anche quella di aver giocato tutte le partite! Carlo Ancelotti è un grande allenatore, credo che l’aspetto determinante sia la sua capacità di gestire il gruppo, cosa risaputa ovviamente, ma la realtà sul campo testimonia anche la sua bravura tecnico/tattica cosa fondamentale per vincere tanto quanto lui.
Lei fa parte del ristretto gruppo di calciatori italiani che possono dire di aver vinto un Mondiale. Che emozione prova oggi, a vent’anni da quel trionfo, quando ripensa a quella notte di Berlino e a quel gruppo straordinario?
Tristezza perché sono passati vent’anni (ride ed io con lui), il tempo vola! Scherzi a parte, il ricordo è vivido, intenso come se fosse oggi! Sono emozioni che raramente hai la fortuna di vivere, una vittoria frutto del gruppo, frutto anche delle problematiche che viveva il calcio italiano in quel periodo (Calciopoli ndr), cosa che ha unito e se possibile fortificato ulteriormente un gruppo che era sicuramente già di per sè forte tecnicamente, così come nello spirito e nella mentalità.
Guardando alla Nazionale attuale, quali caratteristiche dovrebbe ritrovare l’Italia per tornare a competere stabilmente per i grandi trofei internazionali?
E’ un discorso molto complesso, il talento italiano c’è ed è vivo e forte, lo testimoniano l’andamento e le vittorie delle nostre nazionali under, vedi il primo posto nel campionato europeo under 17, solo per citarne uno e questo non può passare inosservato. Credo che le vittorie del Mondiale 2006 e dell’Europeo 2020, disputato nel 2021, ci abbiano paradossalmente frenato nel perseguire la strada dell’aggiornamento, della crescita. Quei successi ci hanno fatto credere di essere più bravi degli altri e che ciò che avevamo bastasse, ma il calcio stava cambiando e noi non siamo stati in grado di tenere il passo. Quando ci siamo poi resi conto della necessità di cambiare, lo abbiamo fatto in maniera errata, non tenendo in considerazione quelle che sono le radici del nostro calcio, la nostra forza primaria e cioè la fase difensiva! Abbiamo pensato di emulare la proposta tecnica di grandi allenatori e club esteri, senza però considerare il percorso necessario e cioè quello di un progetto a lungo termine, partendo dai settori giovanili a salire. Purtroppo i nostri vivai non seguono più gli insegnamenti di un tempo, oggi si lavora quasi esclusivamente di squadra tralasciando erroneamente il lavoro e la crescita individuale. Ho allenato in tante categorie, dal settore giovanile alla Serie A e le garantisco che nel nostro massimo campionato ci sono problematiche, a livello individuale, enormi! Un tempo, nelle giovanili, c’erano i formatori, mentre oggi ci sono gli allenatori che quindi vogliono fare, con la propria squadra, ciò che si fa nelle categorie superiori, cosa ovviamente sbagliata! A rimetterci sono quindi i calciatori stessi che, quando dovrebbero, non ricevono gli insegnamenti giusti per la loro crescita e, quando arrivano nelle serie superiori, sono tecnicamente impreparati!

Suo padre, Francesco Oddo, è stato prima calciatore e poi allenatore, arrivando anche ad allenare in Serie A. Quanto ha inciso sulla sua formazione, sia come uomo sia come tecnico, e qual è l’insegnamento più prezioso che le ha trasmesso?
A livello umano penso di poter dire che i miei genitori mi abbiano cresciuto con i giusti valori, mentre a livello calcistico quando da calciatore gli chiedevo qualche consiglio tecnico o tattico, lui non voleva invadere il campo altrui e mi rispondeva di parlare con il mio allenatore. Per comprendere meglio, l’insegnamento era quello di dare il giusto rispetto ai ruoli, lui faceva il genitore, non l’allenatore.
Dopo le esperienze in panchina, oggi come si definisce dal punto di vista calcistico? C’è una filosofia di gioco che sente davvero sua e quanto è cambiato il suo modo di vedere il calcio rispetto a quando era giocatore?
Quello dell’allenatore è un mestiere in continua evoluzione! Ho iniziato la mia carriera con delle idee che poi sono completamente cambiate nel tempo e reputo sia giusto così. Il calcio evolve ed io non smetto mai di seguirlo, imparando in ogni modo e in ogni dove. Sicuramente però non emulo perché credo che ognuno debba avere le sue idee, la sua identità! Una cosa che mi fa sorridere è quando sento l’espressione “il mio calcio” cosa che secondo me non esiste. C’è invece il calcio che si crea mettendo i calciatori nelle migliori condizioni possibili per rendere al loro meglio. Il calcio che mi piace, infatti, è quello in cui i giocatori sanno muoversi in campo, sanno cosa fare, sanno opporsi alle problematiche della partita che affrontano, questo è ciò che si insegna durante gli allenamenti! Questo è un mio credo! Si deduce quindi che preferisco certamente calciatori intelligenti e tecnici a quelli fisici.
Stiamo vivendo il Campionato del Mondo 2026. Quali Nazionali l’hanno impressionata maggiormente finora e quale pensa possa essere la vera sorpresa della competizione? Inoltre, c’è qualche giovane talento che l’ha colpita particolarmente?
Ci sono delle squadre che possono avere dei vantaggi in questo mondiale e sono quelle formazioni abituate al caldo ed una che potrebbe sorprendere è il Marocco che poi, in realtà, tanto sorpresa non è. Comunque avremo proprio questa sera delle risposte dato che il Marocco avrà il difficilissimo esame con la Francia. Quindi vedo le solite formazioni quotate che conosciamo tutti, più qualche sorpresa.
C’è un giovane italiano che pensa potrà esplodere?
Ce ne sono tantissimi! La Nazionale scesa in campo con il ct Silvio Baldini è piena zeppa di talento, ma questo deve poi essere coltivato, supportato. Due anni fa ho allenato Davide Bartesaghi e, già allora, dissi che era pronto per giocare in Serie A, quasi si rideva alla mia affermazione e poi abbiamo visto come è andata. I giovani vanno fatti giocare mettendo in preventivo che possono sbagliare e che si deve avere pazienza e dare loro il tempo di crescere. Nelle nostre primavere si gioca anche sino a 20 anni, follia!
Fonti foto: gianlucadimarzio.com; uefa.com; pescarasport24.it
Luigi A. Cerbara








