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Ciccio Graziani: dagli allenamenti sul catrame, alla Coppa del Mondo, sempre col calcio nel cuore

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La storia di questo grande campione, raccontata da lui, che parte dai campi di provincia, per arrivare sul tetto del pianeta

Francesco “Ciccio” Graziani lo conoscono tutti: è stato un grande giocatore ha vinto un mondiale in azzurro, uno scudetto con il Torino nel ’76, due coppe Italia con la Roma ed è stato anche capocannoniere della serie A, l’anno dopo lo storico tricolore.

La sua carriera è stata segnata dal sacrificio, giocava molto per la squadra è vero, ma non s’intende solo questo tipo di sacrificio.

Francesco è stato uno di quei calciatori che ha fatto la gavetta e l’ha fatta veramente, può sembrare retorico quello che sto scrivendo, ma i suoi successi se li è sudati tutti.

“Spesso, ai tempi della primavera dell’Arezzo, capitava che il campo di allenamento fosse occupato dalla prima squadra e noi ci allenavamo nell’anti-stadio sul catrame. Oggi sarebbe impensabile, anche perché per fortuna, ci sono molti più impianti a disposizione, anche per i giovani o addirittura per le società dilettantistiche”.

Proprio all’Arezzo trova il suo primo gol da professionista ( con la maglia dei toscani ne siglerà 12) il 23 gennaio del 1972, in una gara casalinga contro il Monza, dove mise a segno il primo dei tre gol con cui gli amaranto si sbarazzarono dei lombardi.

“Il primo gol tra i professionisti è sempre una grande emozione, ti fa capire, in un certo senso, che sei arrivato, una sorta di consacrazione.

Ma è solo un primo step, anche perché poi ti viene la voglia di arrivare in serie A, poi in Nazionale e così via.

E’ tutto un susseguirsi di traguardi da raggiungere, non devi mai sentirti sazio.

Per emergere ci vogliono testa e piedi, ma a quei tempi c’era voglia di emergere, di arrivare, di guadagnarti qualcosa in più.

Non c’erano tanti lussi, era un mondo preistorico rispetto ad oggi, ma negli ultimi cinquant’anni, ovviamente sono cambiate molte cose.

Non c’era modo di sedersi sugli allori: l’ultimo anno di B il massaggiatore neanche mi massaggiava, mi diceva cosa vuoi massaggiare, hai 18 anni vai, vai.

Avvolte, anche in serie A, i giovani portavano la borsa a quelli più anziani, ma era giusto così, era una ruota che girava, era quel pizzico di gavetta che non fa di certo male.

Non c’era cattiveria, era solo un modo per dirti che la pagnotta te la devi guadagnare”.

Proprio in quel periodo, Graziani, fu acquistato dal Torino ma fu lasciato a fine stagione in serie B a maturare ed approdò nella squadra granata solo in estate, dove si aprì la parentesi più esaltante della sua carriera.

“Il mio primo pensiero è stato che volevo rimanere qui, non volevo essere di passaggio e ci vuole umiltà.

Ci fu una gara di Coppa dei Campioni, a Dusseldorf contro il Borussia Moenchengladbach dove ci furono tre espulsioni, compreso il portiere e Radice mi chiese di andare in porta.

Fu una bella esperienza, mi divertii e chiusi la partita senza prendere gol.

Fui fortunato, mi calciarono addosso ma ciò non toglie che fu una grande soddisfazione.

Radice studiava il calcio tedesco e quello olandese, era un allenatore all’avanguardia, spediva spesso i suoi osservatori ad analizzare queste squadre e poi ci riproponeva quelle innovazioni come il pressing ed il possesso di palla.

Per noi è stato un grande tecnico, ma sopratutto un vero e proprio punto di riferimento”

Proprio con il mister Radice, il Toro torna a vincere lo scudetto e Graziani è stato protagonista con quindici gol.

“Il ricordo del Grande Torino era vivo ogni giorno, non solo per quel bellissimo striscione all’ultima gara di campionato (Forza ragazzi, Superga vi guarda), ma anche durante tutta la stagione.

Spesso gli allenamenti erano aperti e c’erano sempre 200-250 persone che ci ricordavano quella squadra.

Il Grande Torino si respirava, noi ci allenavamo al Filadelfia, anche se oggi è tutto cambiato, è come se buttano giù palazzo vecchio per farne uno nuovo lasciandogli il nome.

Lo avrei visto bene come museo, come luogo di venerazione per quella squadra”.

In granata trovò un compagno d’attacco formidabile come Paolo Pulici:

“Con lui ci intendevamo alla perfezione, perché eravamo complementari e ci aiutavamo moltissimo.

Abbiamo fatto oltre 200 gol in due (122 io e 137 lui), non è facile trovare una coppia del genere.

Se ripenso allo scudetto, penso all’entusiasmo della gente, non ho mai visto uno stadio così bello e così pieno”.

L’anno successivo i granata fanno un gran campionato e Graziani diventa capocannoniere, ma non basta, la Juventus fa un punto in più e vince il campionato.

Non sarà la prima volta, Graziani si troverà la Juventus sulla sua strada, a rovinargli i piani, di nuovo.

Come nel 1981/82, a Firenze quando lo Scudetto sembrava ormai ad un passo:

“Facemmo una grande stagione, il rammarico c’è stato per il bruttissimo infortunio di Antognoni (per saperne di più leggere il pezzo su Antognoni nel sito passionedelcalcio.it) è stato un momento difficile, stava ingoiando la lingua ed il nostro massaggiatore fu bravissimo.

Furono momenti difficili, drammatici, perché c’era in ballo la vita di un compagno.

Grazie a Dio, Giancarlo è stato operato ed è andato tutto bene”

Graziani e lo stesso Antognoni ebbero la possibilità di rifarsi proprio l’estate stessa, quando si laurearono Campioni del Mondo in Spagna.

“E’ stata una gioia immensa, anche se in finale sono uscito dopo otto minuti per essere ricaduto male sulla spalla già infortunata, ma l’ho giocata! Anche se solo per otto minuti me la sono goduta, fin dalla preparazione, è stato bellissimo!”

“Ciccio” ci conferma anche il ruolo fondamentale avuto da Bearzot, nel trionfo della nostra nazionale in quel Mondiale:

“E’ stato bravissimo, ma lui non era solo un ct, gli piaceva molto parlare con il gruppo, anche di cose extra-calcistiche, era una sorta di padre per noi.

In quel Mondiale feci un bel gol di testa contro il Camerun, fu importante perché ci aiutò ad accedere al turno successivo, ho il rimpianto di non averne segnato almeno altre due reti, ma va bene così”

Dopo Firenze, Graziani arriva alla Roma:

“Era una squadra fortissima con dei campioni straordinari, fu una stagione bellissima, nonostante la delusione per la finale di Coppa dei Campioni e dello Scudetto.

Abbiamo vinto la Coppa Italia, ma dovevamo conquistare qualcosa in più”.

Ricorda molto bene i due brasiliani di quella Roma, Falcao e Cerezo:

“Erano due grandi giocatori, Falcao era più regista, Cerezo più istintivo.

In quella partita Falcao non stava bene, era stanco e veniva da un problema fisico e chiese se qualcun’altro poteva tirare il rigore al suo posto.

Noi ci provammo a dirglielo, anche perché un giocatore di quel livello non si può tirare indietro, ma ovviamente non è che glielo abbiamo rinfacciato”.

A questo punto la curiosità in me era forte ed allora ho provato ad interrogarlo su una di quelle leggende metropolitane che circolano a Roma.

Il presunto schiaffo che diede Di Bartolomei a Falcao:

“Non è assolutamente vero, Agostino era una persona seria ed educata, non era possibile una cosa del genere.

Ci fu un piccolo episodio con lui: siamo finiti faccia a faccia, ci siamo spintonati un momento, ma sono cosa di campo, che iniziano e finiscono lì.

Agostino era un ragazzo serio, non l’ho mai visto insultare nessun compagno”

Tornando alla partita contro il Liverpool, arrivò il momento in cui toccò a lui ad andare sul dischetto:

“Andai a battere il primo rigore, fu Agostino a chiedermelo, ma poi il mister cambiò idea e tornai a centrocampo.

Questa cosa non ha influito minimamente su di me, così come non ha influito il comportamento di Grobbelaar, purtroppo ho sbagliato a calciare.

Quando andai a tirare, Agostino mi disse di fare come lui, di non piazzarla, ma purtroppo mi sono sbilanciato all’indietro e la palla è finita alta”

Quello fu l’anno del distacco sia da Agostino, che da Liedholm, proprio su secondo, Graziani, si sofferma:

“Non parlava molto con la squadra, a quello pensava di più il suo secondo (Tessari), quando parlava lui era come se parlasse il mister.

Di lui però ho un ricordo eccezionale, sia come uomo che come allenatore.

Era molto scaramantico, parlava spesso con il mago Maggi, su cui faceva molto affidamento.

Aveva il vezzo di sistemare le scarpe, nello spogliatoio, sempre nello stesso modo.

Noi, per scherzare le mettevamo in altre posizioni, lui passava e col piede le risistemava.

Dovevi stare attento a non farti vedere, sennò era possibile che la settimana dopo rimanevi in panchina (ride N.D.G).

Ho un bel ricordo di quando partivamo col pullman da Trigoria, perché più che una squadra, sembravamo amici che andavano a mangiare ai Castelli!

Si facevano spesso cori ai giocatori: a Pruzzo, a Falcao, a me.

Dietro si mettevano i fumatori, io stavo davanti e scherzando dicevo al mister che non si vedeva nulla per via del fumo.

Lui mi rispondeva scherzando che erano viziati”

Indubbiamente è il ritratto di un uomo che sa stare al mondo e capiva che non c’era bisogno di esasperare i propri giocatori.

Dopo Liedholm arrivò Eriksson e con lui, nel 1986 ci fu Roma-Lecce.

“Nessuno si aspettava di inciampare in quella partita, non l’abbiamo assolutamente sottovalutata, andò così, eravamo tutti motivati e con voglia di fare bene ma poi la sfortuna, la bravura del portiere ed i nostri errori hanno fatto sì che la partita andasse in quel modo.”

Graziani chiuse la sua carriera italiana ad Udine, dove giocò per due anni e poi in Australia.

Ancora oggi però la passione per questo sport è fortissima e si diverte con gli amici a giocare a calcetto.

Chi nasce Graziani, ci rimane per sempre!

Fonte Foto: storiedicalcio, Sportreview

Firma: Alessandro Nardi

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