Home Curiosità Caro Pablito, Passione del Calcio ti saluta

Caro Pablito, Passione del Calcio ti saluta

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Per rendere omaggio all’eroe del Mondiale del 1982 scomparso oggi gli dedichiamo questo articolo speciale

Pablito Rossi è stato l’uomo simbolo della rassegna iridata svoltasi in Spagna nel 1982. I suoi 6 gol, capocannoniere della manifestazione, sono valsi il titolo mondiale agli azzurri. Nello stesso anno è stato premiato con il Pallone d’oro. Qualcosa di incredibile che resterà nella storia. Ha chiuso la carriera molto presto, 31 anni, poi tanto impegno nel sociale e un ruolo come opinionista in tv.

Ognuno di noi ha dedicato una frase al grande Pablito.

Sei caduto più volte e ti sei sempre rialzato con forza ed eleganza. Grazie alle tue reti in azzurro hai fatto sognare un popolo che ne aveva troppo bisogno! Rimarrai tra i più grandi finalizzatori d’area di rigore. Un fiuto del gol che lasciava senza fiato gli avversari. Oggi hai lasciato senza fiato tutti noi. E’ un momento triste, pandemia, Natale blindato, ma grazie anche al tuo esempio sappiamo che possiamo risollevarci più forti di prima! Stefano Rizzo

Pablito fa rima con mito – “Fermate il tempo, non può essere già finita, non vivrò più certi momenti. Capii che la felicità, quella vera, dura solo attimi” -, questo pensò Pablito poco dopo aver realizzato il sogno di una Nazione intera. La conquista del vello d’oro (Coppa e poi Pallone targati ’82) da parte degli Argonauti azzurri ha qualcosa che rasenta la mitologia e profuma di giustizia. Paolo accusato dal calcioscommesse ma innocente. Dalla polvere all’altar di manzoniana memoria. Unica furbizia usata in campo, memorabile quella a forma di grimaldello con cui, aprendo la cassaforte brasiliana, fece piangere i verdeoro con tre pietre preziose. Ladro dei loro sogni ed eroe nei nostri, tornati con lui nuovamente allo stupore infantile, quello che più ci avvicina al vero senso del calcio. Grazie Pablito, sempre in testa…tu sai cosa intendo”. Erika Eramo

Pungente e letale in area di rigore, solare e pacato con un microfono puntato sul petto. Questo è stato Paolo Rossi, eroe di un Paese che non saliva sul tetto del mondo da più di quarant’anni. Il fisico e la tecnica non gli permettevano di essere un attaccante di spicco, ma lui lo ignorava e alzava trofei segnando gol su gol. Appese le scarpe al chiodo abbiamo apprezzato il suo stile calmo e cordiale, quando chiudeva gli occhi e spiegava le sue teorie sul pallone. Perché lui era così, a telecamere spente o accese. Se ne va un goleador gentile che con il suo sorriso avrebbe disarmato anche la difesa più arcigna. Ciao Pablito. Glauco Dusso

Niente come un Mondiale rende l’idea di quanto il calcio sia un’altalena imprevedibile di emozioni. Immaginate un giocatore che rientra da una squalifica di due anni e viene convocato come attaccante titolare dell’Italia, scalzando, tra mille polemiche, il capocannoniere della Serie A di quella stagione, il bomber Roberto Pruzzo. Quell’attaccante e la sua Nazionale faticano all’inzio per poi vincere il Mondiale grazie a sei gol proprio di quel centravanti nelle tre partite decisive. Questa è la storia di un rapace d’area e di un pallone d’Oro, di un uomo che si è fatto trovare al posto giusto al momento giusto ed è entrato nella leggenda. Luca Missori

È difficile mantenersi lucidi dopo tutto quel che è successo in questo anno maledetto, e non solo nello sport. Paolo Rossi è stato forse il primo eroe a entrare nelle case degli italiani, di prepotenza, tramite un sogno collettivo, il Mondiale di calcio. Lui ci è riuscito, altri come Totò Schillaci e Roberto Baggio sono andati vicinissimi a terminare l’opera. Lo scandalo Totonero è una macchia, vero. Tuttavia, quel sogno riabilita colui che ha regalato la magia a un paese che di magia aveva bisogno, dopo gli anni di piombo. Valerio Campagnoli

Da quel “ha i fianchi di una matrona” a “ho fatto piangere il Brasile” il passo è breve, soprattutto se ha come principali protagonisti, da un lato il ct azzurro più amato di sempre, Bearzot, dall’altro l’attaccante azzurro più amato di sempre, Paolo Rossi. Il 2020 ci ha portato via un altro simbolo del nostro calcio, quel Pablito, che dal fisico esile e minuto ci ha eretti a campioni del mondo durante la torrida estate del 1982. Una carriera da montagne russe, con discese simili a cadute rovinose (infortuni e totonero) e risalite così elevate da toccare il cielo (mondiale, pallone d’oro, scudetti e coppe europee). Ciao Pablito, grazie di tutto. Sandro Caramazza

“Era l’anno dei mondiali, quelli dell’86’, Paolo Rossi era un ragazzo come noi”. Immortale la strofa del brano Giulio Cesare di Antonello Venditti dedicata al campione del mondo dell’82. Una frase che racchiudeva tanta verità. Pablito da antieroe – “con quelle ginocchia lì dove può arrivare” sentenziavano – fino a diventare il simbolo di un’intera Nazione che si era risvegliata improvvisamente in vetta al mondo. Come Batman, Spider Man e company, non si diventa eroi senza macchiarsi di qualche colpa. Marco Fabio Ceccatelli

Paolo Rossi era un uomo comune, un uomo che nonostante degli errori fuori dal campo e una carriera piena di infortuni, seppe farsi amare dal popolo italiano più di chiunque altro. Il Mondiale del 1982 l’ha reso immortale sotto ai nostri occhi, fu capace di trascinare una Nazione intera verso un successo incredibile. Questo e molto altro ricorderemo di lui, Pablito sarà sempre nella nostra memoria. Alessandro Fornetti

“Rossi, Rossi, Rossi”: la voce di Nando Martellini rimarrà per sempre nella memoria di chi ha vissuto quei momenti dal vivo ma anche di chi ha potuto godere di quelle partite dell’Italia soltanto in un altro periodo. Niente identifica meglio l’immagine di Paolo Rossi della tripletta segnata al Brasile nell’indimenticabile Mondiale dell’82. “Ho fatto piangere il Brasile”, dirà Pablito poco dopo, ma più che per le lacrime altrui lo ricorderemo per la gioia regalata a tutti gli italiani con la maglia Azzura. Fabrizio Scarfò

Un nome comune e un cognome comunissimo per un italiano come tanti, che tanti italiani rese popolo unito e festante essendo se stesso nel bene e nel male. L’edonismo e la supremazia calcistica brasiliana si sono scontrate col pragmatismo di chi sapeva bene come racchiudere anni di battaglie nella aree di rigore in un solo semplice assunto, che è caro sia ai “risultatisti” che ai “giochisti”: vince chi segna più gol. L’Italia ha avuto Paolo Rossi, che ha segnato più degli altri quando ha contato… per questo ha vinto. Alessandro Sticozzi

Fonti foto: LaGazzettadelloSport.it, IlMessaggero.it

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