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Nessuno uccida più Paparelli

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Abbiamo intervistato sia Gabriele, figlio di Vincenzo che Massimo Piscedda in occasione dell’evento alla Regione Lazio in cui hanno preso parte ieri il giornalista Rai Riccardo Cucchi, gli ex calciatori Lionello Manfredonia (Lazio) e Franco Peccenini (Roma), il giornalista di Sky Matteo Marani, il consigliere regionale del Lazio Daniele Ognibene. Il convegno, a 40 anni dal tragico evento che ha cambiato la storia del calcio, è stato coordinato da Giuseppe Cangemi, Vice presidente Consiglio Regionale del Lazio. Molto toccante il contributo video di Giampiero Galeazzi

Il fatto. Vincenzo Paparelli era un tifoso laziale che il 28 ottobre del 1979, prima del derby Roma-Lazio, venne colpito, mentre mangiava il suo panino con la frittata, sugli spalti da un razzo, che lo prese in pieno volto. Il razzo si conficcò nell’occhio. Vincenzo morì accanto a sua moglie. Lasciò due figli piccoli. Gabriele aveva 8 anni all’epoca. Il giovane Giovanni Fiorillo, reo del fatto, riuscì a fuggire fino in Svizzera, ma dopo 14 mesi di latitanza si costituì, morendo per un male incurabile alla stessa età di Vincenzo, 33 anni. Paparelli è stata la prima vittima del nostro calcio.

L’evento. Alla Regione Lazio di via della Pisana sono intervenuti in molti per testimoniare il dolore tuttora intatto dall’increscioso fatto di 40 anni. Cangemi e Ognibene si sono detti commossi per due motivi, uno umano e l’altro di testimonianza sportiva (da laziali). Marani ha ricordato che durante l’intervista a Gabriele si è commosso insieme a due operatori ventenni: “Il calcio è vita e competizione sana. La tenerezza di Gabriele, con cui si è instaurato un legame speciale, è la sua forza”. Cucchi ha ribadito: “Siamo qui perché innamorati del calcio che è un contenitore di sogni. Una minoranza violenta non può tenere in ostaggio una maggioranza corretta. Ho fiducia nelle nuove generazioni. Dovete capire che lo stadio non è una zona franca”. Manfredonia che giocava in quel derby ha sottolineato l’importanza di ricordare perché “il calcio ha pochissima memoria” mentre Peccenini si è soffermato sul dolore provato: “Ho pianto non il tifoso, ma l’uomo e la famiglia. Mi sono immedesimato in loro. Purtroppo da allora non è cambiato molto. La violenza c’è ugualmente.” Piscedda che allora era nella Primavera della Lazio e vicino di casa della famiglia Paparelli, visibilmente scosso, ha ricordato quanto l’episodio gli avesse creato insicurezza e paura. Il video di Galeazzi, molto commovente, ci ha riportato alla connotazione da tragedia greca: “Una famiglia colpita due volte, dalla perdita e dalla maleducazione della gente”

Gabriele Paparelli ha ringraziato la Regione Lazio: “Io sono una goccia nell’oceano. Loro l’oceano che grida con me”. Per gridare ancora insieme il suo messaggio gli abbiamo rivolto qualche domanda:

Gabriele quel giorno voleva andare allo stadio ma suo padre si oppose perché aveva paura ci potessero essere degli scontri. Ci racconta come andò?

Lui non doveva essere neanche lì. Pioveva. Si era deciso di andare dai nonni a Valmontone. A un certo punto uscì un raggio di sole. Fu un pretesto, data la sua grande passione per la Lazio, per andare allo stadio. Io volevo accodarmi ma mio padre disse di no perché temeva le risse sugli spalti. Il derby era troppo rischioso e mi promise di portarmi la volta successiva che, però, non arrivò mai.

Lei avrebbe potuto odiare il calcio. Invece lo ama come prima, più di prima. Porta sua figlia Giulia di 5 anni allo stadio. Come ha fatto a superare la tragedia?

Ho un obiettivo che oggi ha avuto una svolta non indifferente, quello di far capire che la violenza non ha nulla a che fare con il tifo. Il futuro dipende da noi. Voglio stemperare gli animi.

Ancora gira con la bomboletta spray per coprire le scritte infamanti?

Sì l’ho in macchina ma per fortuna la uso sempre di meno. Ogni volta è come se mi rigirassero il coltello nella piaga. Per mettere una parola fine c’è ancora tanto da fare.

Lei ha parlato dei suoi tre miti laziali: Manfredonia, Giordano e D’Amico (di cui oggi è il compleanno). Lionello era presente ieri. Quanto hanno inciso nel suo immaginario?

Oggi ho incontrato Lionello, una persona squisita, che mi ha chiesto il numero per sentirci ogni tanto. Tutte le volte che vedo, ai memorials, Giordano e D’Amico hanno una parola bella per me, di cui sono felice.

Il messaggio che vuole lanciare alle giovani generazioni?

Di amare questo sport e non rovinarlo mai. Dobbiamo isolare le persone violente. Bisogna vivere il calcio con innocenza, con gli occhi di Giulia quando entra allo stadio e guarda le cose per la prima volta.

Abbiamo rivolto qualche domanda anche a Massimo Piscedda, ex difensore biancoceleste.

Cosa provò nel giorno della tragedia di Vincenzo Paparelli?

Ho un ricordo traumatico. Ero molto giovane. All’epoca giocavo nelle giovanili della Lazio. Facevo il raccattapalle. Non pensavo si potesse morire allo stadio e poi in quel modo brutale. Fu un omicidio che scosse la coscienza di tutti noi.

Cosa si dovrebbe attuare per fermare ogni forma di violenza?

Da allora qualcosa è cambiato, ma ancora ci sono stati dei morti legati al calcio. Purtroppo la stupidità umana è incontrollata. Bisognerebbe fare in modo di metterla ai margini.

Nell’ambiente Lazio è ricordato per il passaggio decisivo effettuato a Poli nello spareggio del 1987 per evitare la serie C vinto per 1-0 contro il Campobasso. Che partita fu?

Non ricordo tanto quella partita ma l’annata travolgente, quella in cui partimmo da -9. I tifosi ci spingevano molto, ma soprattutto in panchina c’era un allenatore che ci gestiva come un padre. Parlo ovviamente di Eugenio Fascetti.

I ricordi più belli in biancoceleste?

Tutti per chi ha coronato il sogno di poter giocare nella sua città con i colori che ama e per la squadra che ha sempre tifato.

Per diversi anni ha allenato il settore giovanile della Nazionale Italiana. Quali erano i talenti migliori di un tempo e quali quelli di ora?

Chiellini, Pazzini, Motta, Candreva…tanti prima come tanti ce ne sono ora: Zaniolo, Chiesa, Orsolini, Tonali. Oggi l’invasione degli stranieri ha messo in difficoltà lo scouting italiano, ma la nostra Nazione rimane una fucina di talenti.

Gabriele Paparelli ed Erika Eramo, Direttore di Passione del Calcio
Massimo Piscedda, Giuseppe Cangemi ed Erika Eramo

Conclusioni. “Sono passati gli anni e col tempo ho finito per assumere la mia identità: non sono altro che un mendicante di buon calcio. Vado per il mondo col cappello in mano e negli stadi supplico: «Una bella giocata per l’amor di Dio. E quando il buon calcio si manifesta rendo grazie per il miracolo e non m’importa un fico secco di quale sia il club o il paese che me lo offre»”. Questo diceva il grande scrittore uruguayano Eduardo Galeano, citato da Cucchi, a proposito della sua natura di tifoso. Se facessimo nostra questa natura e capissimo che la storia di Paparelli è la storia di tutti e non solo di una parte allora avremmo imparato davvero la lezione.

Fonti foto: ilmessaggero.it, cittàceleste.it e wikipedia

Erika Eramo

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