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Adriano Bacconi: “Napoli straordinario, ma la stagione è lunga. In Qatar vedo bene l’Inghilterra. Ammiro De Zerbi. Nel 2006 Gattuso mi sorprese”

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Bacconi, consulente di Infront Italy, campione del mondo nel 2006 come collaboratore di Lippi, nonché assistente di Roberto Mancini all’Inter, ha parlato in esclusiva a Passione del Calcio.it. Tra i temi toccati la diffusione dell’analisi tattica in Italia, la kermesse in Qatar e la prima parte di stagione di Serie A. Poi, due aneddoti personali sulla vittoria del Mondiale in Germania

Signor Bacconi, lei in passato si è occupato molto di rilevazioni statistiche ed analisi tattica, quanto è importante la match analysis nel calcio di oggi? E in Italia è valorizzata come dovrebbe?

“La match analysis è un mondo ampissimo, va dallo scouting all’analisi degli allenamenti propedeutici a preparare le partite. E’ prima di tutto una questione di metodologia, a mio avviso, di valorizzazione del lavoro delle persone e solo dopo di tecnologie. In Italia ci sono squadre con un’area di match analysis molto strutturata, che lavora a stretto contatto con lo staff tecnico ed anche con l’area medica. In generale il calcio italiano ha fatto dei grandi passi in avanti nell’analisi video, mentre siamo ancora indietro ad esempio nell’analisi dei dati, soprattutto rispetto a campionati come la Premier League. Io sono Ceo di un’azienda chiamata Matten Sport, è una spin off del Politecnico di Milano. Abbiamo sviluppato un’applicazione per allenatori che si chiama “ImCoach”, la usano tutte le squadre di Serie A”.

A livello tattico ma non solo, quali sono per lei i migliori allenatori al mondo al momento?

“A costo di essere banale dico Guardiola, è una delle menti più avanzate nel calcio di oggi. Lo ha dimostrato a Barcellona, ma soprattutto dopo, riuscendo a cambiare metodi di allenamento e modalità di gioco adattandosi a calciatori, squadre e nazioni con caratteristiche diverse dalla Spagna. Ha innovato in continuazione il calcio, è più un laboratorio vivente che un semplice allenatore, anche il modello “Red Bull” mi piace, è l’opposto del tiki-taka, si basa sulla distruzione del gioco attraverso il gegenpressing. È un modello che ha ottenuto anch’esso grandi risultati, soprattutto grazie a Jurgen Klopp”.

E tra gli italiani?

“Ora c’è De Zerbi sulla bocca di tutti, direi giustamente. Ha avuto il coraggio di fare grandi cose in squadre piccole in Italia e poi si è messo in discussione all’estero. In Premier League sta facendo bene, sta portando avanti il suo modello. In Serie A ci sono stati grandi allenatori che magari non hanno allenato grandi squadre, ma che hanno inventato calcio. Penso a Gasperini, che ha fatto bene a Genoa e soprattutto con l’Atalanta, ha portato avanti le sue idee con coerenza”.

Parlando di Serie A, c’è la sosta per il Mondiale, secondo lei il campionato è già chiuso o c’è qualche squadra che alla lunga può tenere testa a questo Napoli?

“Difficile fare pronostici in una stagione così particolare. Effettivamente il Napoli ha fatto cose pazzesche, sia a livello individuale che di squadra. Spalletti ha valorizzato tanti giocatori poco conosciuti. Se mi basassi solo su questi mesi dovrei dire che il campionato è chiuso, ma non è così. C’è il mondiale di mezzo e poi storicamente le squadre di Spalletti calano nella seconda parte di stagione. La stagione è ancora lunga e imprevedibile, però a differenza dello scorso anno il Napoli ha dimostrato di avere una rosa profonda e di qualità. Credo che la squadra più temibile per i partenopei sia la Juventus”.

Spostiamoci sul Mondiale in Qatar invece, secondo lei chi lo vincerà?

“I bookmakers danno favorito il Brasile, anche per me lo è. Il paradosso è che il punto di forza del Brasile di oggi è la difesa, è una nazionale solida, prudente, equilibrata, come forse non lo è mai stata. È una squadra forte dove è sempre stata debole. Tra le possibili sorprese, vedo bene Argentina ed Inghilterra. Soprattutto gli inglesi mi piacciono molto, a livello giovanile hanno vinto praticamente tutto negli ultimi anni, c’è stata una crescita di sistema trascinata dal successo economico della Premier League. Poi hanno Harry Kane, giocatore di cui sono innamorato”.

Purtroppo, l’Italia non ci sarà, per il secondo mondiale di fila, secondo lei cos’è mancato agli Azzurri in questi anni per qualificarsi e cosa manca in generale al calcio italiano per tornare ai livelli del passato?

“Un po’ di ‘culo’ sicuramente, se Jorginho avesse segnato il rigore contro la Svizzera non saremmo qui a parlare di questo. Battute a parte, a mio avviso la nazionale di Mancini sta facendo complessivamente bene e l’ultima eliminazione brucia proprio per questo, brucia di più di quella con la Svezia. I problemi però iniziano da prima, al mondiale un’Italia competitiva non si vede dal 2006 e dopo di quella l’unica è stata l’Italia di Mancini. Quindi una crescita c’è stata. Forse ci manca una grande prima punta, come la hanno quasi tutte le grandi nazionali. È un problema che nasce da come sono formati i nostri giovani secondo me, non è possibile che tra milioni di ragazzi che giocano a calcio non si riesca a tirare fuori un attaccante di spessore internazionale. Io stesso feci un progetto con Roberto Baggio per rinnovare i centri di formazione dei ragazzi, che però non è mai stato portato avanti in maniera strutturata e diffusa sul territorio”.

Lei è stato collaboratore tecnico di Marcello Lippi nell’ultima Italia ad aver vinto il mondiale, da interno c’è un aneddoto o un episodio particolare che le va di raccontare?

“Te ne dico due. Il primo è che non vidi battere i calci di rigore nella finale contro la Francia. Dopo l’espulsione di Zidane andai via, lasciai lo stadio, ero arrabbiato per come l’Italia aveva giocato quella partita. Avevamo giocato in maniera dissennata, confusa, lasciando al caso il risultato finale. Per me la vittoria è un male necessario, non conta solo vincere, ma come si vince. Poi il giorno dopo ho festeggiato, ma ero ancora un po’ arrabbiato.

Il secondo aneddoto è che, dopo la prima partita con il Ghana, Gattuso mi chiese di analizzare l’arbitro della gara successiva. Io ci rimasi, fino ad allora non avevo mai preso in considerazione le prestazioni del direttore di gara. Da lì in poi, con i miei collaboratori iniziammo a stilare dei report tattici e psicologici degli arbitri, analizzavamo il metro di giudizio, la facilità di dare cartellini, persino se capivano l’italiano. Era un modo per permettere, soprattutto ai giocatori più “di lotta”, di capire il limite oltre il quale non spingere l’aggressività del match. Tutto nacque dalla curiosità di Gattuso. Grazie a questo episodio ho capito che ognuno ha il proprio percorso teorico, ma poi è il rapporto quotidiano coi calciatori che ti fa crescere professionalmente”.

Luca Missori

(Fonte immagine: Talentocalcio.it)

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