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Roby Faber Fortunae Suae: auguri a Baggio e De Andrè

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Oggi il divin codino compie 53 anni. Il cantore genovese ne avrebbe compiuti 80. Dal calcio alla musica l’uomo, come dicevano i latini nel celebre motto, è artefice del proprio destino. Considerati dalla maggior parte degli italiani, l’uno il più grande calciatore e l’altro il più grande cantautore di tutti i tempi, sono accomunati da un percorso eccezionale fatto di autenticità, ostinazione e generosità

Nella celebre Via del Campo del 1967, anno di nascita di Roberto Baggio, Fabrizio De Andrè cantava: “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior…”. Un motivo immortale che riporta alla mia mente la carriera del calciatore vicentino, simile al fiore di loto, una pianta acquatica sacra che prospera in superficie ma pone le radici nel fango e vegeta, pur rimanendo pulita, a dispetto di quel fondo sporco, anzi si manifesta ancor più rigogliosamente. Non a caso è simbolo di buddità, di rinascita ed elevazione spirituale. Quante volte i fans di Baggio si sono chiesti come sarebbe stata la sua carriera senza tutti quegli infortuni, quel dolore, quel calvario continuo? Per un istante provate a viaggiare, per dirla alla De Andrè in Smisurata Preghiera, “in direzione ostinata e contraria col suo marchio speciale di speciale disperazione”. Cosa vuol dire? Tentate di ragionare in maniera opposta, più illuminata e prospettica. Forse dovremmo ringraziare quel percorso sofferto che lo ha reso più vicino a noi e, al contempo, ha evidenziato ancor più le sue doti fuori dalla norma. Per non parlare della sua lezione, fatta di ferrea volontà, focus sull’obiettivo, autenticità. Quest’ultima la più difficile di tutte. “Essere se stessi è una virtù esclusiva dei bambini, dei matti e dei solitari” amava ripetere Fabrizio. Perché è così difficile essere se stessi? A livello etimologico la parola autentico è ciò che si riferisce alla nostra vera interiorità, al di là di quello che vogliamo apparire o crediamo di essere. Chi è autentico si ritrova spesso solo, perché scomodo e fuori dal coro. Il poeta genovese rincara la dose: “una persona eccezionale è quella che si interroga sempre, laddove gli altri vanno avanti come pecore”. E ancora…quali sono le giuste domande e risposte? Non quelle fatte di parole ma “di azioni, di gesti, di atti, di opere in cui possono anche essere compresse le parole”.

Azioni, non parole. Di certo Roberto Baggio non ha mai sofferto della “macaia”, di quell’indolente calma piatta tanto invisa ai marinai, a cui il mitico Gianni Brera adduceva la colpa del fatto che le due squadre di Genova non avrebbero mai potuto esprimere un football di grande livello. Pur non avendo le caratteristiche interne di questo fenomeno il “Fiore di loto del pallone” ne ha comunque subito le conseguenze. La macaia, cantata da Faber (questo il soprannome dato a Fabrizio dall’amico Paolo Villaggio*) è un incubo perché quando si naviga a vela ti blocca e rischi di perdere il carico. Non puoi farci nulla, devi imparare ad accettarla, aspettando il vento. Tante volte Roby ha rischiato di perdere tutto a causa degli infortuni. Pensate al recupero lampo in prossimità del Mondiale 2002 dopo la rottura del legamento crociato anteriore e lesione del menisco interno del ginocchio sinistro rimediati, a 35 anni, contro il Parma. Eppure non ha perso mai, neanche lì. Non ha perso mai la battaglia con se stesso, ha sempre dimostrato di esserci, di superare i limiti, tanto che quel recupero venne additato dai medici come “miracoloso”. Homo Faber Fortunae Suae quindi: “l’uomo è l’artefice della sua fortuna”. Non vuol dire che non esistano le condizioni esterne imponderabili ma che al 90% il futuro è determinato dal nostro atteggiamento mentale. Infatti 76 giorni dopo l’intervento, Baggio, che molti davano per spacciato, era di nuovo in campo, e per di più in gol a Firenze nella domenica rientro. Non importa, in un certo senso, che non andò al Mondiale. Certo nessuno più di lui lo avrebbe meritato e non come contentino-omaggio alla carriera. Roby, lo sappiamo, avrebbe fatto la differenza in campo, come sempre. Per questo mi angustiai per mesi, vedendo nell’ improbabile arbitro Moreno la punizione divina per non aver portato il nostro calciatore divino in Corea e Giappone (dove avrebbero fatto carte false per averlo). Poi però ho cambiato prospettiva e da quella che sembrava una disfatta ho visto spirare ancora il vento e rifulgere l’astro Baggio più su, oltre le solite polemiche e… il mio cuore ha trovato pace.

In quest’ottica dedico a Roby una delle canzoni più poetiche e consolatorie di De Andrè, la preferita del nostro amico Gianfranco Zigoni**. Il testo, dal titolo Inverno, è del 1968:

Sale la nebbia sui prati bianchi
come un cipresso nei camposanti
un campanile che non sembra vero
segna il confine fra la terra e il cielo.

Ma tu che vai, ma tu rimani
vedrai la neve se ne andrà domani
rifioriranno le gioie passate
col vento caldo di un’altra estate.

Anche la luce sembra morire
nell’ombra incerta di un divenire
dove anche l’alba diventa sera
e i volti sembrano teschi di cera.

Ma tu che vai, ma tu rimani
anche la neve morirà domani
l’amore ancora ci passerà vicino
nella stagione del biancospino.

La terra stanca sotto la neve
dorme il silenzio di un sonno greve
l’inverno raccoglie la sua fatica
di mille secoli, da un’alba antica.

Ma tu che stai, perché rimani?
Un altro inverno tornerà domani
cadrà altra neve a consolare i campi
cadrà altra neve sui camposanti.

La luce si trasforma in ombra, l’alba diventa sera…eppure al freddo invernale segue sempre il tepore estivo. La natura, coi suoi ritmi, ci rasserena. L’arte, che sia essa declinata in musica o nel calcio, cerca di riproporre quella gioia data dal concedersi senza riserve. De Andrè si auto-descrive così in Amico fragile: “è bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una chitarra”. Possiamo trasferire il concetto anche al nostro Roby: “è bello che dove finiscono i miei piedi debba in qualche modo incominciare un pallone” in una ciclicità eternamente appagante piedi-pallone-piedi-pallone…perché, come cantava Lucio Dalla, Baggio è una “nevicata che scende giù da una porta aperta nel cielo”, perché come diremmo noi…altro che diamante…Roby è davvero per sempre.

Fonti foto: twitter.com, informazioneambiente.it, palermotoday.it, gallery.world.it

N.B. In giornata arriverà un omaggio culinario ad entrambi per gentile concessione del ristorante “La Bruschetta e…”, sito nel cuore di Roma in via Sardegna 39. Seguiteci sui social: https://www.facebook.com/passionedelcalcio.it/

* Ricordiamo che Fabrizio De Andrè e Paolo Villaggio erano due grandi tifosi di calcio, l’uno del Genoa, l’altro della Sampdoria.

**Gianfranco Zigoni, ex attaccante tra gli anni ’60 e ’70 di Juve, Genoa, Roma, Verona e Brescia, ha dichiarato due anni fa che Inverno è la sua canzone preferita. Inoltre disse: “Ero l’idolo di De Andrè e lui lo era per me”. Per curiosità leggi:

Erika Eramo

1 commento

  1. ma basta. State diventando tuttobaggio.com Tra poco scriverete anche quanti capelli ha Baggio o quante volte al giorno va in bagno?

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