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Il calcio più forte della vita

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Gli scrittori Gianni Tarquini e Federico Gallo ci raccontano in maniera guizzante – il titolo del libro è ‘Più forte della vita’ – le storie di alcuni calciatori formidabili o sventurati che hanno lasciato un segno indelebile nei mondiali. Splendori e miserie, gol e autoreti, rovesciate impossibili e parate incredibili, un’altalena di situazioni con alla base la passione per il calcio

Uruguay 1930 – Jose Leandro Andrade – ‘la meraviglia nera’

Un campione uruguaiano di origine africane. Protagonista di una parabola di vita unica e per questo da consegnare alla mitologia dello sport. Era una mezz’ala-mediano. Il suo stile di gioco, atletico, elegante e funambolico era a servizio della squadra. Ritmo e potenza come quando suonava il tamburo. Un esempio di riscatto per coloro che provengono dagli strati più poveri della società. In tempi di fascismo questo ragazzo, povero e di colore, è stato capace di arrivare sul tetto del mondo in ben tre occasioni, due Olimpiadi e un Mondiale. Trionfa per tre volte anche in Copa America. Vince anche in patria con la maglia del Penarol. Purtroppo non regge il successo: alcol, donne, entra in un tunnel dove non ne uscirà più.

Muore a 56 anni alcolizzato e malato di tubercolosi in un ospizio per poveri.

Italia 1934 – Matthias Sindelar – ‘carta velina’

Matthias è un ragazzo stempiato, secco e ossuto. Nasce in Cecoslovacchia da una famiglia povera che si trasferisce a Vienna per cercare più fortuna. Il dribbling è il suo forte. In una banale caduta in piscina rischia la carriera ma riesce a tornare a calcare i campi di gioco. E’ il perno del centrocampo dell’Austria Vienna con cui vince un campionato e due Mitropa Cup. In Nazionale trionfa nella Coppa Internazionale e nel Mondiale del ‘34 trascina i suoi fino alla semifinale contro l’Italia quando è costretto ad uscire per infortunio. Quattro anni dopo la Germania di Hitler si impossessa dell’Austria ma Matthias si rifiuta di scendere in campo per il Führer. Durante la rassegna iridata in Italia nel ’34 aveva conosciuto Camilla, il suo grande amore. Nel 1939 entrambi vengono trovati morti nella loro abitazione, avvelenati dalle esalazioni di una stufa. Il caso viene chiuso in fretta dal regime nazista.

Brasile 1950 – Moacir Barbosa

Barbosa è stato il primo portiere nero della storia brasiliana in un periodo di razzismo. Per sopravvivere lava i vetri nelle case dei ricchi e prepara imballaggi. Con il Vasco de Gama conquista svariati campionati. Partecipa al Mondiale organizzato in casa. Nell’ultima partita contro l’Uruguay ai carioca basta un pareggio. Il popolo brasiliano da giorni è pronto a festeggiare. E’ tutto preparato alla perfezione. Il primo tempo si chiude sullo 0-0. Nella ripresa il Brasile va in vantaggio ma viene poi ripreso. Il dramma calcistico però si consuma alle ore 16.33, a undici minuti dal termine, quando un debole tiro di Ghiggia si infila nell’angolino alla sinistra di Barbosa, che fino a quel momento era stato il miglior portiere del torneo. Uruguay campione del mondo. Quell’istante diviene per lui un fardello da portare fino alla fine dei suoi giorni. Infarti, suicidi, ci scappa anche un omicidio in un bar. Una Nazione in ginocchio. Da quel giorno il Brasile non indosserà più la maglia bianca. Il portiere viene insultato, deriso per anni. Una pena che doveva scontare per un crimine mai commesso. Si spegne dimenticato quasi da tutti nel 2000.

Svizzera 1954 – Ferenc Puskas

Ferenc calcia con l’esterno (alla ungherese). E’ schierato spesso nel ruolo di centravanti arretrato. Con l’Honved ottiene 5 campionati in Ungheria. In Nazionale trionfa in una Olimpiade e alza al cielo la Coppa Internazionale. Nel ’54 la sua Ungheria perde la finale mondiale contro la Germania e due anni dopo è costretto a lasciare il proprio paese per l’invasione Russa. Passa prima in Italia, ingrassato di 18 chili si allena con alcune squadre dilettanti, poi il presidente del Real Madrid Bernabeu crede in lui e con Di Stefano formerà una coppia irresistibile. Vincerà per 5 volte la Liga e alzerà 3 coppe dei campioni. Nel 1981 l’Ungheria invita i suoi celebri campioni espatriati in una partita celebrativa.

Cile 62 – Manè Garrincha

Cresce con diversi difetti congeniti: è strabico, la spina dorsale è storta, il bacino inclinato. La gamba destra è più corta di 6 cm rispetto all’altra. Il suo dribbling è ubriacante. Viene però scartato in diversi provini fino a quando il Botafogo lo ingaggia. Vince tre campionati e con la maglia del Brasile si laurea campione del mondo nel ’58 e nel ’62 (a suon di doppiette e senza Pelè infortunato). In coppia con Pelè disputa 50 partite senza mai perdere. Diventa l’ala destra più forte al mondo. Anche lui non sa gestire il successo. Investimenti sbagliati, alcol, donne, figli sparsi per il mondo. Muore a soli 50 anni.

Inghilterra 1966 – Eusebio – ‘la pantera nera’

Nasce e cresce nel Mozambico. Le pietre fanno da pali per le porte e calcia con gli amici oggetti dalle forme vagamente sferiche che con tanta fantasia si possono definire palloni. Eusebio era velocissimo, possedeva una gran tecnica e un tiro potente. Viene notato dal Benfica, squadra nella quale conquisterà undici campionati e la Coppa dei Campioni battendo in finale il grande Real Madrid (5-3 doppietta per lui). Nel Mondiale del 1966 trascina il Portogallo in semifinale dopo aver eliminato il Brasile di Pelè con due suoi gol. Trionfa nella classifica del pallone d’oro nel ’65.

Germania 1974 – Carlos Caszely – ‘o Rei do Metro Quadrado’

Carlos anche passa la sua infanzia a giocare sul cemento nelle strade del Cile. E’ un attaccante d’area piccola e con la maglia del Colo Colo vincerà 5 campionati. Va vicinissimo a due trionfi ma perde entrambi le finali nella Copa America contro il Paraguay  e nella Coppa Libertadores contro l’Independiente. Nel Mondiale del ’74 è stato il primo calciatore nella storia del calcio ad aver subìto un cartellino rosso: accade durante il confronto con la Germania Ovest. Diventa noto anche per la sua opposizione al regime dittatoriale di Augusto Pinochet.

Argentina 1978 – Ramon Quiroga

Quiroga realizza il suo sogno di giocare come portiere il Mondiale nella sua terra argentina nel 1978, ma i colori della sua maglia non saranno quelli dell’Albiceleste. Infatti nel ’77 prenderà la cittadinanza del Perù in quanto la squadra peruviana dello Sporting Cristal aveva creduto in lui. Nel Mondiale in Argentina rimase celebre soprattutto per aver incassato sei gol dalla Nazionale padrona di casa, un risultato che le consentì di passare al turno successivo.

Spagna 1982 – Dino Zoff

Dino nasce da una famiglia contadina del Friuli da cui eredita la tenacia, l’equilibrio e i silenzi. Debuttò come portiere in A proprio con l’Udinese ma su di lui c’era poca fiducia. Il passaggio al Mantova fu determinante per la sua esplosione. 6 trionfi in campionato con la Juve, due Coppe Uefa (una da giocatore e una da allenatore). Con la maglia azzurra conquista l’Europeo nel ’68 e il Mondiale nel 1982 a 40 anni. Contro il Brasile nella rassegna iridata compie la sua più bella parata quando blocca sulla linea una incornata di Bernardi.

Messico 1986 – Valerij Lobanovs’kyj – ‘il colonnello’

Uomo razionale, enigmatico, poliedrico, una laurea in ingegneria. Lobanovs’kyj ha anche studiato l’effetto Magnus, un principio della fisica che analizza la traiettoria dei corpi nell’aria, grazie alla quale segna gol strabilianti su calcio d’angolo. Come attaccante vince un campionato russo con la Dinamo Kiev ma si distinguerà da tecnico per l’intercambiabilità dei suoi giocatori che si dovevano adattare a saper ricoprire più ruoli. Inoltre diventa tra i primi allenatori ad utilizzare il computer. Conquista diversi campionati russi e ucraini e vince in due occasioni la Coppa delle Coppe, tutto sempre alla guida della Dinamo Kiev. In ben quattro periodi diventa il selezionatore della Russia. Nel Mondiale del 1986 raggiunge gli ottavi di finale. E’ soprannominato ‘colonnello’ grado che ricopriva nell’esercito dell’Armata Rossa.  Lancia Shevchenko il quale nel 2003 quando conquistò la Coppa dei Campioni disse: “Andrò al cimitero di Kiev per portare la medaglia al colonnello perché è anche sua”.

Usa 1994 – Higuita e Valderrama – ‘el loco’ e ‘el pibe’

Negli anni novanta il calcio colombiano vive uno dei suoi momenti migliori ma è sempre più perverso il legame con il narcotraffico. In questi anni il criminale Pablo Escobar raggiunge il massimo della sua potenza e riversa molte attenzioni nel calcio (farà uccidere un arbitro per un gol annullato). Ha il controllo sull’Atletico Nacional squadra che trionfa nella Coppa Libertadores nel 1989. In nazionale il centrocampista Carlos Valderrama e il portiere Renè Higuita sono dei simboli. Sono cresciuti in fretta prendendo coscienza della povertà e della violenza. I loro look erano particolari: Valderrama portava appariscenti baffi neri, una folta e riccioluta chioma bionda e addosso vari accessori (collanine, braccialetti), mentre Higuita aveva i baffi e i riccioloni scuri. Due campionati colombiani vinti da Carlos, una Coppa Libertadores alzata da Renè. Entrambi hanno ben figurato nel Mondiale 1990, sfiorando i quarti di finale. Poco prima del Mondiale del 1994 Higuita viene arrestato, ma non si pentirà dell’amicizia con Pablo Escobar, e non può partecipare con Valderrama al torneo più prestigioso. La Nazionale viene eliminata al primo turno e successivamente verrà ucciso dalla malavita colombiana il difensore Andres Escobar, autore di un autogol contro gli Usa, nel proprio paese.

Stefano Rizzo

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