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Sulle note di un divino Rondò

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Mai come quest’anno abbiamo bisogno di leggerezza. Mina cantava “ecco la musica è finita, gli amici se ne vanno”, ma lei non sapeva ancora che Diego e Pablito, per citare i più emblematici, con un passo di tango argentino e un occhiolino da icona nazional-pop, ci avrebbero lasciato quasi contemporaneamente. Momento di estrema riflessione dunque per il nostro Roberto, dal punto di vista degli affetti, ma noi oggi vogliamo celebrarne come sempre la gioia più grande, la conquista del Pallone d’Oro

La Buena Suerte che si auspicava Pino Daniele sembra averci voltato le spalle. Il cantante partenopeo ammetteva profetico che “la partita più importante è da giocare con la vita stando a metà del campo”. Quando alcuni sipari calano inevitabilmente siamo portati a cercare risposte possibilmente consolatorie, soprattutto se ci ritroviamo con una posta in gioco alta. Quale posta è più alta di un risveglio collettivo in un momento storico terribile? La mia risposta nei momenti bui l’ho spesso trovata in Baggio, una sorta di talismano con colonna sonora incorporata, che indirizzava le energie nella giusta direzione. Colonna classica e moderna, sempre al centro della scena pur restando a margine, su un piano spazio-temporale differente rispetto agli avversari ubriacati dal suo fraseggio. La corsa verso la porta del fuoriclasse mi ricorda un po’ quella incalzante ma sfumata, irregolare ma fluida, di “Rondò Veneziano – La Serenissima”:

Ciò che ha sempre colpito l’immaginario collettivo è questo contrasto tra fragilità fisica e forza interiore, questo continuo tornare in auge con brio nonostante le lotte di potere, i contrasti, gli infortuni, l’isolamento forzato. Una delle versioni più universalmente note è il Rondò alla turca di Mozart (terzo movimento della sonata per pianoforte n.11 in La maggiore, K 331) con gli accordi rapidamente arpeggiati e composta da tre movimenti: l’andante grazioso, il minuetto e l’allegrino (o allegretto) alla turca in la minore. La regolarità nelle crepe ed il guizzo verso la luce che costantemente filtra come potete ascoltare:

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Quale calciatore più grazioso e lontano dall’agonismo violento di lui? Vi è sempre un ritornello di base, che è sul punto di trasformarsi in innovativi e zigzaganti colpi di genio, quasi come una cascata d’angeli che puntano contemporaneamente le frecce in porta e nel cuore di un popolo orgoglioso e festante. Le frecce non hanno occhi se partono dal cuore. Ve lo ricordate il gol all’Olimpico in Lazio-Brescia (era il 17 maggio 2003 e la partita finì 3-1) quando si allarga su verticalizzazione di Appiah e, dopo uno strano rimbalzo, girato verso la bandierina del corner e senza guardare minimamente la porta, la tocca e butta dentro scavalcando Stam e Peruzzi? Questo il senso mitologico di “Odissea Veneziana”, una bellezza che squarcia perché semplice e disarmante, impensabile ma logicamente possibile:

Chi ostenta individualismo stenta. Chi accoglie la magia condividendola coglie il senso. Quel divino Rondò che ci riporta sulla cresta dell’onda cantata da Lucio Dalla è la chiave, ma non in solitaria, bensì tutti insieme uniti “come una vera squadra. Talvolta con la fantasia si vince. E noi tutti dobbiamo vincere sul senso di fragilità e di paura che questo ultimo anno ci sta regalando. La fantasia di un numero dieci nella vita per me è questo”. Parola di ROberto, asso ROcocò di breriana memoria, Pallone ma soprattutto uomo d’oro da tenersi ben stretto, che ci eleva con fantasioso brio sulle note di un divino ROndò.

P.S. Nel testo faccio riferimento alle famose canzoni di Pino Daniele “Tango della buena suerte” (scritta in onore del pibe de oro) e di Lucio Dalla “Baggio Baggio”. Cito anche la definizione data a Roberto da Gianni Brera: “Baggio è un asso rococò: mette il dribbling anche nel caffelatte”. Le parole invece di Roby sono tratte dall’ultima intervista per Vanity Fair rilasciata a Cesare Cremonini

Fonte foto: ideacalcio.net

Erika Eramo

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