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Katia Serra: “Mancini ci ha insegnato che conta convincere e divertirsi. Da piccola amavo Michel Platini…”

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Ex centrocampista, tra gli anni novanta e i primi del 2000, del Bologna, del Modena, della Lazio e della Roma. Con il Modena nella stagione 97/98 ha vinto lo scudetto. Ultimamente l’abbiamo potuta apprezzare al fianco del giornalista Stefano Bizzotto con cui aveva già lavorato quattro anni fa per l’Europeo dell’Under 21 disputato in Polonia. Infatti tra i due c’è una grande complicità umana e lavorativa che ha contribuito a farli amare dal pubblico. Dopo l’indisponibilità di Alberto Rimedio causa covid la coppia si è ritrovata a raccontare e spiegare la finale contro i padroni di casa. Scelta che ha portato bene agli azzurri. Ad una settimana esatta dal nostro successo ecco come ha risposto alle nostre curiosità la seconda voce della Rai…

Lei rimarrà nella storia per essere stata la prima voce femminile a commentare in diretta tv una finale della Nazionale italiana maschile. Cosa ci racconta di quella notte magica?

Un’emozione forte unita ad una grande responsabilità. Sono stata quasi sempre in piedi per spiegare la partita. Era l’unico modo per avere una buona visuale essendo noi lontani dal campo.

Ha posto spesso l’attenzione sulla differenza tra spiegare e raccontare. Può ribadirla?

A raccontare la partita ci pensa la prima voce. A spiegarla interviene la seconda che si occupa più dell’aspetto tecnico, mettendo a disposizione le proprie conoscenze per far capire al pubblico cosa succede in ogni momento della partita.

Quali sono stati i momenti decisivi che ci hanno portato al trionfo? Il migliore dell’Italia?

Dopo un primo tempo di sofferenza nella ripresa sono uscite fuori le nostre qualità e la capacità di resistere alla pressione avversaria. C’è stato un crescendo nella prestazione che ha portato ad un risultato straordinario ma meritato. La vittoria è stata il trionfo del collettivo e soprattutto del visionario Mancini. Un grazie alle sue coraggiose idee.

Bizzotto-Serra

Si aspettava questa totale mancanza di fair play da parte degli inglesi? Mi riferisco non solo ai giocatori che si tolgono subito la medaglia d’argento, ma anche ai tifosi con l’abbandono del campo durante la premiazione e gli scontri fuori lo stadio.

No non me l’aspettavo, perché nello sport il rispetto dell’avversario dovrebbe essere al primo posto. Spesso non commentavo perché ci pensava il mio collega (ndr, Stefano Bizzotto) ed ero d’accordo con lui. Nella vita sai perdere solo se sai vincere.

Come si può sconfiggere il sessismo radicato che ancora esiste in Italia?

Non ponendo attenzione su queste cose. Bisogna andare avanti con professionalità, essendo noi gli esempi costruttivi, per limitare gli stereotipi che purtroppo sono ancora predominanti.

Lei ha vinto uno scudetto col Modena insieme alle due più grandi calciatrici italiane, Carolina Morace e Patrizia Panico. Che ricordi ha del successo finale e che differenze ci sono tra le due fuoriclasse a livello tecnico e umano?

Il ricordo dello scudetto è stato bellissimo. Ho fornito l’assist per il primo gol della Morace durante lo spareggio col Cascine Vica (ndr, chiuse i conti la Panico). Carolina si ritirò dopo quel gol. E’ sempre stato motivo di orgoglio per me aver partecipato all’ultima rete della sua carriera. Ricordo la tensione pre-gara che sono riuscita a scaricare ballando sul pullman. Carolina e Patrizia, pur nelle loro differenze, sono accomunate dalla stessa passione, in cui possono rivedersi molte ragazze che vogliono intraprendere la loro strada. Sono due pioniere che hanno aperto con la loro professionalità e resilienza uno spiraglio nel cuore delle giovanissime.

Da bambina il suo mito era Michel Platini. Perché? Tifava Juve?

No, era proprio per lui. Mi esaltava il suo modo di giocare, la sua semplicità unita ad una grande eleganza. Quei lanci per Boniek mi piacevano. Faceva sembrare facili le cose difficili.

Lei ha giocato sia nella Roma che nella Lazio. Ha ravvisato differenze di tifo? Nella capitale chi farà meglio, Mou sulla sponda giallorossa o Sarri su quella biancoceleste?

Quando giocavo io il calcio femminile non era molto seguito, quindi non vi erano differenze marcate o esasperazioni nelle tifoserie come nel calcio maschile. Quello che posso dire è che c’erano dei tifosi così accaniti con cui si instaurava un rapporto  diretto ed amicale perché ci seguivano anche in trasferta.  Quello che auguro a Mourinho e Sarri è che prima di vincere possano con-vincere sapendo giocare bene al calcio, come recentemente ci ha insegnato Roberto Mancini. Che sia prima di tutto una serie A divertente.

Tra le giovanissime del calcio femminile italiano ha qualche nome da segnalarci?

Vorrei che chi si è messa in luce nel campionato scorso possa riconfermarsi, anche in vista del prossimo Europeo in Inghilterra. Un anno ad alti livelli è importante, ma è più importante confermare quanto fatto di buono la stagione precedente.

Lei insegna “modelli di gestione del calcio femminile” all’Università San Raffaele di Roma. Per chi fosse interessato in cosa consiste?

Ad oggi è l’unico del genere. Fa parte della facoltà di “Scienze motorie” indirizzo “Calcio”. Si spazia parecchio. Vi è una parte comunicativa, una normativa, fino ad una visione di respiro più internazionale, come ad esempio l’emancipazione del calcio anche negli altri paesi. E’ un corso a 360 gradi.

Fonti foto: calciotoday, optimamagazine, corriere e donnamoderna.it

Erika Eramo

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