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Gabriele Pin: “L’Iran ha bisogno di noi!”

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L’ex centrocampista di Juventus, Parma e Lazio, ci ha raccontato, tra le altre cose, della sua esperienza iraniana ed abbiamo scoperto un personaggio dal grande spessore umano che ha vissuto e vive tutt’ora con trasporto ed emozione il drammatico momento di un paese martoriato

Gabriele Pin nasce calcisticamente nelle giovanili della Juventus con il ruolo di centrocampista e con la maglia bianconera esordisce in Serie A nell’ultima giornata del campionato 1979/80. Cambia diverse maglie, ma le più importanti sono: quella bianconera, dal 1979 al 1981 e nella stagione 1985/86, vincendo il campionato di Serie A 1985/86; quella del Parma dal 1983 al 1985 e dal 1992 al 1996 conquistando 1 Coppa delle Coppe nella stagione 1992/93, la Supercoppa Uefa nel 1993 e la Coppa UEFA nella stagione 1994/95; quella della Lazio dal 1986 al 1992 con la famosa cavalcata nella stagione 1986/87 in Serie B che ha portato alla salvezza con la penalizzazione di 9 punti per lo scandalo calcioscommesse. Al suo passaggio alla carriera di allenatore collabora con Arrigo Sacchi, Renzo Ulivieri e Cesare Prandelli, con questo ultimo rimane legato professionalmente per un ventennio con il ruolo di vice che ricopre anche in Nazionale dal 2010 e con la quale vanta un secondo posto al Campionato Europeo del 2012 e dove resta sino alle dimissioni di Prandelli nel giugno 2014. Nelle sue esperienze estere vince un titolo di campione della Lega professionistica del Golfo persico nella stagione 2021/22 con l’Esteghlal nel ruolo di Supervisor/direttore tecnico.

Vuole raccontarci la sua esperienza iraniana, compreso il difficile momento che ha vissuto nel febbraio scorso? Cosa l’ha spinta ad accettare l’incarico di direttore tecnico del Sepahan?

Sembra passato tanto tempo, quando in realtà sono solo pochi mesi. Avevo già fatto un’esperienza iraniana, come direttore tecnico dell’Esteghlal, società di Teheran, la più importante del Paese, insieme al Persepolis. Trovai una società giovane che non vinceva da tanto e quell’anno (stagione 2021/2022 ndr) vincemmo il campionato e fu una cavalcata incredibile senza subire sconfitte! Un’esperienza straordinaria anche dal punto di vista umano. Ritengo il popolo persiano davvero straordinario, molto accogliente, hanno un grandissimo senso dell’ospitalità, cosa che fa parte della loro cultura, per molti versi hanno una mentalità molto europea. Successivamente, seguendo sempre lo stesso staff, sono stato per due anni negli Emirati Arabi, un mondo diverso e con obiettivi diversi, con un calcio con meno pubblico di quanto invece c’è in Iran. Comunque anni positivi! Lo scorso anno, essendo comunque già conosciuto, sono stato contattato dal Sepahan, club ambizioso, ben organizzato, prestigioso seppur non sempre ai primissimi posti in classifica. Sono stato chiamato per la mia esperienza, conoscenza e metodologia cosa che, in particolare, amano molto, cioè la metodologia italiana, la nostra organizzazione. Le cose stavano andando anche bene dato che eravamo secondi in classifica, ma poi sappiamo cosa è successo a gennaio/febbraio e, praticamente tutti, staff e calciatori, siamo dovuti fuggire. Quando vivi certe esperienze ti rendi conto di quanto troppo facilmente ci si lamenti del nulla, ti rendi conto che gli iraniani hanno avuto la sfortuna di nascere in un momento storico particolare per il quale sono sotto un governo che ti rende la vita impossibile. Parliamo di un popolo giovane, 33 anni l’età media, tra i più scolarizzati del mondo, con un altissimo tasso di laureati in università prestigiose, in particolare a Teheran, così come a Esfahan, che sono tra le più importanti del paese se non del mondo, ingegneri, chirurghi, ricercatissimi all’estero. Purtroppo, adesso, quelli che possono, avendo le risorse economiche, fuggono! La narrazione che ci viene riportata, non tiene conto del coraggio degli iraniani e di cosa devono subire ogni giorno. Avranno anche un governo stabile, ma la stabilità di una dittatura non è certo qualcosa di positivo, anzi! La cultura persiana merita di tornare libera, di poter essere considerata e di riappropriarsi dell’orgoglio per un paese incredibilmente meraviglioso sotto tutti i punti di vista.

Quando e come ha lasciato l’Iran?

Quando c’è stato l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele, il 28 febbraio 2026, iniziato poi senza alcun sentore preventivo dato che si parlava di negoziati. Attacchi che hanno colpito dapprima Teheran e poi i vari aeroporti e da lì, grazie al nostro club, ci siamo organizzati repentinamente per fuggire dal paese, giocatori e staff. Abbiamo praticamente dovuto attraversare tutto l’Iran in macchina! Dopo il primo attacco il panico la faceva da padrone, con supermercati, pompe di benzina presi d’assalto, abbiamo impiegato ore solo per lascare Esfahan. Facevamo delle soste per far riposare l’autista e dopo circa 16 ore abbiamo raggiunto la prima méta e cioè il confine con la Turchia che era stato segnalato come quello più sicuro e da lì, grazie ad un club turco a pochi chilometri di distanza dal confine, avremmo avuto un ulteriore passaggio verso la sicurezza. Abbiamo quindi raggiunto Tabriz città nord-occidentale dell’Iran a circa 2.000 metri di altezza che, quando arrivati, aveva una temperatura di -18°, eravamo attrezzati per il freddo, ma non certo per una temperatura cosi bassa! Abbiamo dovuto percorrere a piedi l’ultimo tratto tra il confine iraniano e quello turco, circa mezzo chilometro con tutti i bagagli, eravamo praticamente congelati.

Cosa si potrebbe/dovrebbe fare dall’esterno?

Una cosa è certa, la soluzione è difficilissima, seppure il Paese sia attualmente governato da una minoranza, si tratta però di una minoranza radicale, armata che difficilmente il popolo riuscirà, da solo, a scardinare. Ci hanno provato a gennaio, ma da soli non ce la fanno. Hanno sicuramente sperato accadesse qualcosa dall’esterno, ma purtroppo gli attacchi da Usa-Israele non sono valsi ad aiutarli. Una delle ragioni della rivolta è stata che gli stipendi, già di per sè molto bassi, parliamo di un massimo di 100 dollari al mese per un lavoro comunque di un discreto livello, venisse abbassato quotidianamente e questo ha fatto scaturire le proteste di gennaio, alimentate anche dai commercianti dell’enorme bazar di Teheran che sono una casta molto importante nel paese e quando loro scendono in piazza o protestano, smuovono davvero molto. Quando l’inflazione ha cominciato ad intaccare i loro interessi hanno fatto partire la protesta, alla quale si è accodato il popolo, ma purtroppo è tristemente successo quello che sappiamo: “12mila morti”, per il governo sono 3mila.

Del calcio in Iran cosa possiamo dire, qual è il suo livello? Segue la nazionale iraniana al mondiale?

Bello! (lo dice con soddisfazione sincera ndr) Ci sono grandi talenti, un po’ acerbi, ma come dei diamanti grezzi, perché sono giocatori veramente forti. Le cose che mancano maggiormente sono la metodologia e la tattica, anche per questo mi hanno chiamato. Seguo senz’altro l’Iran al mondiale in corso e posso segnalare che ci sono alcuni calciatori davvero interessanti, come ad esempio il terzino destro Arya Yousefi oppure l’attaccante Amirhossein Hosseinzadeh, o ancora l’estroso Mehdi Ghayedi, un calciatore un po’ alla Giovinco, per avere un’idea.

Guardandosi indietro, quale tappa della sua carriera le ha lasciato di più?

Sono state tante, da calciatore sicuramente alcune esperienze più forti delle altre e tra queste assolutamente la cavalcata della stagione 1986/87 con la Lazio con la quale ci salvammo, in Serie B, con una penalizzazione di 9 punti a seguito della vicenda del calcioscommesse. Ero ancora giovane e fu tutto molto emozionante, ma non senza sofferenze per la situazione in cui ci trovavamo con una forte penalizzazione di -9 in un’epoca dove la vittoria assegnava 2 punti, quindi molto più difficile. Praticamente abbiamo affrontato la stagione per tentare un campionato di vertice per poterci salvare, cosa poi riuscita nello spareggio nel triangolare con Campobasso e Taranto che si disputò a Napoli. Fu un passaggio fondamentale, uno spartiacque direi, anche per la storia della società Lazio che, grazie a quella salvezza, ha intrapreso una strada che l’ha poi riportata in alto. Fu una “vittoria” di gruppo, dai calciatori, alla società, ai tifosi, una salvezza di tutti.

E’ stato assistente di grandi allenatori come Sacchi, Ulivieri e Prandelli, quali sono le cose migliori che ricorda di ognuno di loro e com’è nato il legame professionale con Cesare Prandelli? In tanti la definiscono il “tattico” di Prandelli, quanto c’è di vero?

La mia prima esperienza dopo essere passato ad allenare, è stata con Arrigo Sacchi e devo dirle che è stato come andare all’università! Arrigo era un genio per quanto riguarda la globalità della squadra, per lui ogni singolo elemento, tutto, doveva essere funzionale alla squadra. Un genio e un precursore. L’esperienza con Renzo Ulivieri è durata pochi mesi, era tra gli allenatori con più considerazione e con il quale ho imparato molto. Cesare Prandelli lo avevo conosciuto alla Juventus, eravamo compagni di squadra ma mi dividevo tra primavera e prima squadra e poi ci siamo ritrovati a Parma. Cesare era un tecnico ancora giovane, ma un maestro di calcio, lo inserisco in una fascia particolare di allenatori, tra quelli che insegnano calcio che fanno realmente crescere un calciatore già in pochi allenamenti. Un’altra caratteristica di Prandelli era quella di delegare parte del lavoro, quindi da lì è nata la mia definizione di “tattico di Prandelli”, ma era solo una conseguenza della stima e della fiducia che nutriva per me.

Gabriele Pin insieme a Cesare Prandelli ai tempi del Genoa stagione 2018/19

L’Europeo 2012 resta uno dei momenti più belli dell’Italia recente: cosa ricorda di quel gruppo? La finale contro la Spagna lasciò più amarezza o orgoglio?

Volendo analizzare attentamente la situazione, in quell’Europeo non eravamo tra le squadre favorite, non avevamo una buona posizione nel ranking e, probabilmente anche per questo, il calendario che dovemmo affrontare era ben più difficile di altre nazionali, quali ad esempio Germania, Spagna, Inghilterra. Quasi sempre avevamo un giorno in meno di recupero rispetto all’avversario di turno e siamo arrivati alla finale facendo miracoli, ma avevamo anche giocatori di incredibile qualità, soprattutto a centrocampo in cui c’era l’imbarazzo della scelta. Una squadra fantastica, abbiamo cercato di esaltare ancora di più le qualità dei calciatori pur non sacrificando la tattica. Abbiamo espresso un calcio davvero bello e in finale, a differenza della partita del girone dove avevamo già incontrato la Spagna, siamo arrivati come si dice gergalmente, un po’ “cotti” e questo ha senz’altro pregiudicato la prestazione, poi si poteva perdere comunque, ma sicuramente, avessimo avuto uno o due giorni in più di recupero, sarebbe stata un’altra partita.

Cosa manca alla Nazionale italiana per tornare stabilmente ai vertici?

I giovani calciatori italiani devono giocare di più! Bisogna mettere da parte ogni timore e dargli spazio. Le nostre nazionali Under stanno facendo veramente bene, ma poi, quando arrivano, per età, al calcio dei grandi, trovano un muro spesso invalicabile!

Oggi si dà troppo peso ai dati e meno all’intuito dell’allenatore?

I dati servono e la tecnologia aiuta molto, ma l’esperienza, l’occhio, il vissuto aiuta moltissimo e i dati poi possono “rafforzare” il parere umano. Se ci si affida soltanto ai numeri può essere un problema, anche perché la parte emotiva, importantissima, non la si può estrapolare e valutare tramite un computer.

Che idea si è fatto della Juventus attuale?

Fuori dall’ambiente è difficile capire. Spalletti è un grande allenatore e fa sempre giocare bene le sue squadre e spero che con il nuovo AD Carnevali si possa creare la giusta sinergia, cosa che ho l’impressione non ci fosse con l’ex Comolli.

Il ‘suo’ Parma è stata una squadra storica: cosa aveva quel gruppo che oggi si vede poco?

E’ stata una favola irripetibile. C’era spensieratezza! Consideri che ci si allenava nel parco cittadino, con i parmensi che ci guardavano. C’è stata quindi una connessione unica tra squadra e città con ovviamente un allenatore, Nevio Scala, che per noi era come un papà, fantastico, con idee di calcio innovative che mirava al possesso. Col tempo le cose sono cambiate, ma quell’inizio così spensierato, allenandosi e giocando divertendosi, sempre col sorriso, ha fatto nascere un sentimento ed una squadra unica nel suo genere.

Gabriele Pin in maglia bianconera

Le piacerebbe tornare ad allenare stabilmente in Italia?

Dopo tanti anni all’estero sì, mi piacerebbe rientrare ed allenare in Italia, anche in qualità di direttore tecnico o supervisor come nelle mie ultime esperienze estere che mi hanno gratificato molto, ma in ogni modo o ruolo, sì mi piacerebbe tornare e non nascondo che andare alla Juventus, al Parma o alla Lazio sarebbe un sogno!

Fonti foto: gazzettadiparma.itforzaparma.itilnobilecalcio.it

Luigi A. Cerbara

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