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Dieci numeri 10 italiani

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71 anni fa avvenne la tragedia di Superga con la conseguente fine del Grande Torino. Noi vogliamo rendere omaggio al capitano di quella squadra entrata nella leggenda raccontando le sue gesta, di chi lo ha preceduto e di altri campionissimi i quali magari si sono ispirati anche a lui negli anni a seguire

Bacigalupo in porta, Ballarin, Rigamonti, Maroso i tre difensori, Grezar (Martelli), Castigliano i mediani, Loik e Mazzola le mezze ali, Menti ala destra, Ossola ala sinistra e Gabetto centravanti. Undici eroi agli ordini del mister Lievesley. Questa era la formazione del Grande Torino, purtroppo nessuno tra questi si salvò nella tragedia di Superga dove in totale persero la vita 31 persone.

Valentino Mazzola era il capitano e numero 10 di questa compagine entrata di diritto nella leggenda. Aveva la maglia più importante, generalmente indossata dal fantasista, colui che crea il gioco ma che va anche in rete.

Noi vogliamo raccontarvi di dieci numeri 10 italiani che resteranno per sempre nell’olimpo del calcio.

Abbiamo selezionato, oltre a Valentino Mazzola, quattro campioni del mondo con la Nazionale italiana (Meazza, Antognoni, Totti, Del Piero) due campioni d’Europa in azzurro (Sandro Mazzola, Rivera), due palloni d’oro (Sivori, Roby Baggio) e un giocatore che ha superato le 200 reti in A (Di Natale) come gli stessi Totti, Meazza e Roby Baggio.

Valentino Mazzola – 143 gol in carriera (penalizzato dalla seconda guerra Mondiale in azzurro) – 5 scudetti con il Torino – 2 coppa Italia con il Torino e il Venezia – titolo capocannoniere in A con il Toro nel ’47 con 29 gol.

Valentino Mazzola è stato Carlo Magno. Come il grande re barbaro ha raccolto sotto il suo carisma la fede degli uomini, dei bambini e delle donne granata. E l’ha protetta col suo manipolo di campionissimi, fino a farla uscire dalla cronaca del dio pallone per entrare nella leggenda. Della squadra è stato il capitano coraggioso e indomito. Quando Oreste Bolmida suonava la carica in tribuna con la sua tromba, era il segnale convenuto che il generale Valentino raccoglieva. E allora Mazzola si arrotolava le maniche e nessuna squadra al mondo resisteva. Sotto la guida del suo carisma rusticano, nemmeno il Real Madrid di Di Stefano o la Honved di Puskas sarebbero usciti indenni. Capocannoniere, dieci, di ciascun compagno ha incarnato un tratto. Sul prato verde è stato un leone con la fascia al braccio. E il suo ruggito l’hanno chiamato Grande Torino. Matteo Quaglini

Giuseppe Meazza – 349 reti – 2 Mondiali in azzurro ’34 e ’38 – 2 coppe Internazionali in azzurro – 3 scudetti e 1 coppa Italia con l’Inter – 3 titoli di capocannoniere in A sempre con l’Inter nel ’30, ’36 e ’38 rispettettivamente con 31, 25 e 20 gol. Ha indossato anche le maglie del Milan, della Juve, del Varese e dell’Atalanta.

Abituati a sentire il suo nome quando Inter e Milan giocano tra le mura amiche, spesso non ci soffermiamo sull’aspetto più importante: chi era Giuseppe Meazza. Figlio di un calcio che non esiste più ma non per questo meno importante. Nato a Milano, una leggenda che riecheggia su entrambe le sponde del Naviglio e che commuove chi ha avuto la fortuna di vederlo giocare. Con il nerazzurro addosso ha scolpito record. Grande attaccante, è ancora lui ad aver segnato di più con la casacca del Biscione. Per non fare torto a nessuno, da gran signore, andò anche alla corte rossonera. Con l’Italia ha scritto pagine memorabili, sono anche sue due delle quattro stelle che l’azzurro porta in petto, i mondiali ’34 e ’38. Morì nell’estate del ’79, sette mesi dopo il suo nome era già inscritto sullo stadio milanese. Spiegatelo a chi non lo sa, spiegatelo ai giovani, spiegate chi era Peppìn Meazza. Glauco Dusso

Giancarlo Antognoni – 86 reti – 1 Mondiale in azzurro nel 1982 – 1 coppa Italia con la Fiorentina. Ha chiuso la carriera in Svizzera nel Losanna.

Giancarlo Antognoni è stato e sarà per sempre uno dei maggiori simboli di un calcio d’altri tempi, bandiera e capitano di una Fiorentina della quale è ancora oggi il calciatore più presente in Serie A e di cui è attualmente club manager. Uomo e calciatore esemplare, esordì a 18 anni e venne subito definito “un giovanissimo Rivera”. Campione del Mondo nel 1982, disputò da titolare quella campagna, ma a causa di un fallo subito nel match precedente non scese in campo in finale, arrivando a definire quello come il più grande rimpianto della sua carriera. La sua grandezza è universalmente riconosciuta, il suo nome si trova sia nelle “Leggende del Calcio” del Golden Foot, sia nella Hall of Fame del calcio Italiano. Alessandro Fornetti


Francesco Totti – 316 reti – 1 Mondiale in azzurro nel 2006 – 1 scudetto, 2 coppe Italia e 2 SuperCoppe italiane sempre con la Roma – capocannoniere in A nel 2007 con 26 gol – Scarpa d’oro nel 2007.

Comunque vada sarà un successo e comunque è andata è stato un successo. L’ambizione di Totti, Er Pupone, è sempre stata quella di voler indossare una sola maglia, quella della Roma. Due colori, il giallo e il rosso, amati fin da bambino e quel giallo è stato anche oro, come la scarpa vinta nel 2007 e quel pallone sfiorato con un quinto posto nel 2001. Il pallone in rete il capitano ce l’ha mandato 250 volte solo in Serie A e altre ancora nelle coppe. Pochi trofei ma buoni e tante giocate preziose: colpi di tacco conditi da cucchiai sparsi qua e là, come quelli che si usano appunto, per condire una prelibatezza. E forse così si può sintetizzare la sua carriera, come una prelibatezza gustata da alcuni, ma apprezzata da tanti. Leonardo Tardioli

Alessandro Del Piero – 343 reti – 1 Mondiale in azzurro nel 2006 – 6 scudetti, 1 coppa Italia, 4 SuperCoppe italiane, 1 Champions, 1 SuperCoppa europea, 1 coppa intercontinentale sempre con la Juve – capocannoniere nel 2008 in A con 21 gol. In Italia ha giocato anche con il Padova. Vanta esperienze estere in Australia con il Sydney FC e in India con il Delhi Dynamos.

Tra i migliori numeri 10 italiani non può mancare Alessandro Del Piero. Cresciuto nel Padova, ha vinto praticamente tutto con la Juventus firmando anche la rete decisiva nella finale intercontinentale contro il River Plate nel 1996. Pupillo dell’avvocato Agnelli, che gli diede il soprannome di ‘Pinturicchio’ (oltre a quello di ‘Godot’), è uno degli idoli di tutto il popolo bianconero, non avendo mai abbandonato la Vecchia Signora, nemmeno dopo la retrocessione in B. Un gesto da vero capitano. Ha vinto il Mondiale 2006 segnando il 2-0 alla Germania in semifinale e realizzando il penultimo dei 5 storici rigori nella finalissima contro la Francia. Se abbiamo gridato per la quarta volta “Campioni del mondo” lo dobbiamo anche a lui. Francesco Carci

Sandro Mazzola – 184 reti – 1 Europeo in azzurro nel 1968 – 4 scudetti, 2 coppe dei campioni, 2 coppe intercontinentali sempre con l’Inter – titolo di capocannoniere in A nel ’65 con 17 gol.

“Una volta ho giocato contro tuo padre. Complimenti, hai onorato la sua memoria” disse Ferenc Puskas a Sandro Mazzola, al termine della finale di Coppa dei Campioni 1964 vinta dalla Grande Inter contro il Real Madrid per 3-1, con la doppietta proprio del ventunenne torinese. Portare e onorare un cognome di quel peso calcistico e culturale così magico ed evocativo non è decisamente cosa facile. E ad oggi a 71 anni, da quel 4 maggio 1949 che ha distrutto ma allo stesso tempo elevato a mito eterno il Grande Torino, possiamo fortemente dire, che l’eredità di Valentino Mazzola sia stata perfettamente ricordata in tutto e per tutto dal figlio Sandro. Simbolo del tifo nerazzurro, campione europeo con la maglia azzurra nel 1968, vero e proprio esteta del calcio italiano, grazie alla sua meravigliosa eleganza e qualità tecnica. Signore dentro e fuori dal campo, che dire di più…si scrive Mazzola, si legge Mito! Sandro Caramazza

Gianni Rivera – 184 reti – 1 Europeo in azzurro nel 1968 – 3 scudetti, 4 coppe Italia, 2 coppe dei campioni, 2 coppe delle coppe, 1 coppa intercontinentale sempre con il Milan – titolo di capocannoniere in A nel ’73 con 17 gol – Pallone d’oro nel 1969. Ha iniziato la carriera nell’Alessandria.

“Rivera gioca un calcio in prosa: ma la sua è una prosa poetica, da elzeviro”. Così Pier Paolo Pasolini definiva la classe immensa di uno dei cinque italiani vincitori del Pallone d’oro. Gianni Brera non era della sua stessa opinione, coniò il canzonatorio soprannome “Abatino” per evidenziare la sua fragile eleganza, ma alla fine il suo amico Nereo Rocco non gli diede retta ed edificò il Milan bicampione d’Europa degli anni ‘60 proprio intorno a Rivera, un giocatore unico nel suo genere e difficilmente replicabile nel calcio di oggi. Luca Missori

Omar Sivori – 236 reti – 1 copa America con l’Argentina nel ’57 – 3 campionati argentini con il River Plate – 3 scudetti e 3 coppe Italia con la Juve – capocannoniere in A con la Juve nel ’60 con 28 gol – Pallone d’oro nel 1961. E’ stato un oriundo militando con la Nazionale argentina e con la Nazionale italiana chiudendo la carriera nel Napoli.

‘O de li altri poeti onore e lume, vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore che m’ha fatto cercar lo tuo volume’. Mai versi di Dante furono più calzanti per descrivere il primo Pibe de Oro della storia del calcio, Omar Sivori. Egli, che tracciò i fondamenti dei più attuali metodi di dribbling e palleggio, anticipando il calcio moderno, scrisse gli estremi del tratteggio pittorico su manto erboso, accomunando, per la prima volta una costituzione apparentemente minuta a forza esplosiva e proprietà di palleggio da studiare, una diapositiva dopo l’altra, nei centri d’allenamento. Di egli si dice che “fu l’anarchia come disciplina superiore del calcio”. Cesare D’Agostino

Roberto Baggio – 318 reti – 2 scudetti con la Juve e il Milan – 1 coppa Italia e 1 Coppa Uefa con la Juve – Pallone d’oro nel 1993. Ha indossato anche le maglie del Vicenza, della Fiorentina, del Bologna, dell’Inter e del Brescia.

Il fiore di loto del pallone. Non un aggettivo qualsiasi ma “divin”. Non tanto per il codino, che pur lo ha reso così simpaticamente extravagante, quanto per l’animo coraggioso ed i piedi d’artista. Guardandolo giocare si piange e si ride, perché Roby sa sublimare la carriera tormentata in grazia stilistica, regalandoci il sogno più importante: tramuta in realtà l’impossibile. Prima ancora che l’essenza del calcio rappresenta l’uomo di successo, che sa scendere nel suo inferno, ponendo sempre più in là il limite, anzi facendocelo quasi dimenticare con le raffaellesche pennellate. La sua forza è nell’esempio, un misto di determinazione e sacrificio. Lì ci emoziona oltre le gesta in campo. Mai più (purtroppo? Per fortuna?) un Baggio. Sempre l’amore di tutti per lui. Erika Eramo

Antonio Di Natale – 311 reti – 2 titoli di capocannoniere in A con l’Udinese nel 2010 e nel 2011 con rispettivamente 29 e 28 gol. Ha militato anche nell’Empoli, nell’Iperzola, nel Varese e nel Viareggio.

Nella fredda Udine poco si vince, qualche sprazzo di gloria lo si è vissuto, quando un giovane dall’Empoli venne ceduto. Arrivò nel 2004, lo volle Spalletti, furono 100 mila euro più che benedetti. La poesia Di Natale decantata dai bimbi, scalda il cuore e riempie di orgoglio i sorridenti genitori. Così come le gesta del Totò bianconero, non lo Schillaci delle Notti Magiche, ma il napoletano vero. Le imprese dell’eroe del Friuli vengono narrate dai padri ai tifosi dell’Udinese in fasce: “uno forte così forse ogni 100 anni nasce”. Che poesia Di Natale, guardarlo giocare e 209 volte in Serie A la porta avversaria bucare. Il campione rimase nel suo regno, rinunciando alla Juve che lo riteneva più che degno. Marco Fabio Ceccatelli

La 10 è il simbolo del calcio. Nel Mondiale 1958 un diciassettenne di nome Pelè indossa questo numero magico e il fascino aumenta. In questa maglia s’incarnano i sogni, le speranze, le contestazioni e le ingiurie dei tifosi. I sogni dei bambini che tramite i loro occhi “drogati” dalla fantasia vivono la certezza di poter essere un giorno come i loro idoli: come Meazza il primo calciatore a fare pubblicità ed al quale hanno scritto una canzone, rimboccarsi le maniche come capitan Valentino Mazzola per far partire il “quarto d’ora granata”, dribblare irriverentemente i propri avversari come Sivori, far litigare un Paese intero per una staffetta come Sandro Mazzola e Rivera, legarsi per sempre ad una squadra che non vincerà mai lo scudetto come Antognoni alla Fiorentina, sbagliare un rigore nella finale di un mondiale come Roberto Baggio ma non veder diminuito l’amore dei propri tifosi, fare un cucchiaio durante la semifinale dell’Europeo come Totti, vincere la classifica dei marcatori come Di Natale o disegnare parabole più fantasiose di una favola come Del Piero. Alessandro Nardi

Fonti foto: WorldSoccer.com; Gazzetta.it; ViolaNews.com; CalcioOnLine.com; PagineRomaniste.com; SoloFutbol.cl; StadioSport.it; Wikipedia.org; Pinterest.co.uk; StoriediCalcio.org; SportSky.it; LaRepubblica.it; Biografie.it, Ebay.it; YouTube.com; FantaMagazine.com; CalcioMercato.com

Stefano Rizzo

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