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L’ultima coppa della Roma

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Il 24 maggio 2008 i giallorossi guidati da Spalletti vincevano il loro ultimo trofeo. Il ricordo di quella sera e una breve analisi dei dodici anni trascorsi da quel giorno

Forse neanche il più pessimista dei tifosi giallorossi immaginava che dodici anni dopo l’ultima volta, la Roma non avesse più vinto nulla. Zeru tituli, per parafrasare quel Josè Mourinho, che arrivò sulla panchina nerazzurra proprio qualche settimana dopo la vittoria della Roma sull’Inter. Era il 24 maggio 2008 ed era la finale di Coppa Italia, la prima giocata in gara unica nel nuovo millennio e la cornice era l’Olimpico di Roma. Giallorossi e nerazzurri si erano dati battaglia per la conquista di tutti i trofei nazionali dal dopo Calciopoli e quello sarebbe stato il penultimo atto di un biennio in cui la maggior parte se li prese l’Inter, lasciando alla Roma soltanto le briciole: una Coppa Italia – la stagione precedente – e la Supercoppa Italiana dell’estate 2007. Il match di quella sera si giocò una settimana dopo la fine del campionato che vide trionfare i nerazzurri, grazie alla doppietta di Ibrahimovic a Parma e dopo un acceso testa a testa con la Roma.

Un contrasto aereo tra Maxwell e Giuly, sotto gli occhi di Pizarro

Quel 24 maggio 2008 era una serata tiepida, preludio dell’estate che sarebbe venuta e in un Olimpico primaverile vestito a festa, si svolse una partita piacevole, ben giocata dalla Roma, ma con buoni sprazzi di calcio anche da parte dell’Inter. Finì 2-1. Aprì Mexes nel finale di primo tempo, raddoppiò Perrotta ad inizio ripresa e per l’Inter segnò un giovane centrocampista portoghese: Pelè, che di O’ Rey aveva soltanto il nome. Realizzò il più bel gol dei tre messi a segno quella sera, un tiro al volo da trenta metri finito sotto l’incrocio dei pali, con Doni che potè soltanto guardare.

Simone Perrotta abbracciato dai compagni dopo il gol del momentaneo 2-0

Entrambe le squadre si presentarono con alcune assenze e quelle che più spiccavano erano quelle di Totti da una parte e di Ibra dall’altra. Ma in campo c’era gente del calibro di Vucinic, Giuly, De Rossi, Aquilani e Pizarro da una parte e di Zanetti, Maicon, Maxwell, Vieira, Toldo e Balotelli dall’altra. Le due squadre non si risparmiarono per niente, dando spettacolo con rapide combinazioni, che videro protagonista soprattutto la compagine di Spalletti nei due gol e che degli scambi veloci in generale, aveva fatto un marchio di fabbrica. L’Inter diede il meglio di sé nel finale, spingendo e cercando il pari che non sarebbe arrivato. Finì con l’allora Presidente Giorgio Napolitano a consegnare la Coppa Italia a Francesco Totti, che seppur con un tutore al ginocchio la alzò al cielo di Roma. Era la nona Coppa Italia nella storia della Roma e nessuno quella sera pensava che fosse l’ultima. Cosi come nessuno pensava che dodici anni dopo ci fosse una storia fatta solo di rimpianti per i trofei sfumati.

Vucinic (in primo piano con la coppa), Taddei e Vito Scala, fanno il giro di campo sulla barella mobile

Bisognerebbe chiedersi cosa sia successo in quest’arco di tempo, perché demandare il tutto alla sfortuna avrebbe poco senso. Forse si potrebbe parlare di programmazione mancata, o di cose che in genere hanno il sapore dell’alibi, ma la realtà è ben diversa: dietro i mancati successi della Roma di questi anni, dietro tutte le delusioni, che non hanno portato più trofei, c’è soltanto la mancanza di una cultura vincente, di un “credere che si possa fare”, di una mancanza di ambizione ambientale, che ciclicamente si ripete e che si riflette sulla squadra. L’esempio è uno slogan che circolava nel 2010, con la Roma di Ranieri prima in classifica e in piena corsa scudetto: “Non succede, ma se…”; uno slogan che diceva tanto su quanto non si credesse di centrare l’obiettivo. Il medesimo slogan ripetuto nel 2018, durante la semifinale con il Liverpool.

In questi dodici anni sono cambiati presidenti, giocatori e allenatori, hanno smesso Totti e De Rossi e per Roma è passata gente del calibro di Pjanic, Strootman, Nainggolan, Salah, Alisson, Maicon, Szczesny, Manolas, Castan, Benatia, Marquinhos e Gervinho. Con giocatori del calibro di Dzeko e Kolarov che sono ancora in rosa. La maggior parte dei calciatori citati ha giocato insieme – basti vedere le rose delle stagioni 2015/16 e 2016/17 – ma la sostanza è rimasta sempre la stessa: zero titoli! C’è chi da la colpa a Pallotta – forse prossimo a passare la mano e la sua storia da presidente della Roma meriterebbe un approfondimento – ma la realtà è ben diversa. Oggi, dodici anni dopo quella Coppa Italia, la Roma è ancora dentro una competizione – l’Europa League – e, se la stagione dovesse riprendere, ha le stesse chance delle altre squadre di portarsela a casa. Almeno in questo caso si spera “che succeda”.

Leonardo Tardioli

Fonte foto: almanaccogiallorosso.net

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