Dal giornalismo tradizionale alla rivoluzione digitale, il calcio continua a essere uno dei fenomeni più raccontati e discussi. In questa intervista il giornalista, saggista, autore e volto storico della televisione italiana ci accompagna in una riflessione sul “suo” Milan, sull’informazione e sul ruolo dei media nel costruire il dibattito e sulle trasformazioni di un mestiere che oggi vive tra approfondimento e velocità dei social
Claudio Brachino è un giornalista, saggista e conduttore televisivo, inizia la sua gavetta, nei primissimi anni ’80, alla scuola di Eduardo De Filippo con cui scrive la commedia “Mettiti al passo!” della quale Einaudi pubblica successivamente anche il libro. La carriera giornalistica sboccia per lui nel 1987 quando viene assunto dalla Fininvest, nel 1991 diventa caporedattore del TG4, passa successivamente ad Italia 1 come vicedirettore e conduttore del telegiornale Studio Aperto. Nel 2002 e sino al 2011 è autore e conduttore di Top Secret programma di Rete 4 che tornerà a condurre nel 2012 su TGcom24 e dal 2015 al 2017 su Canale 5; nel 2007 assume la direzione di Videonews divenendo anche responsabile e autore di programmi come Verissimo e Matrix; conduce Mattino Cinque su Canale 5 dal 2008 al febbraio 2010 e successivamente una breve parentesi dall’aprile al maggio 2013; conduce brevemente, nel settembre 2008, Pomeriggio Cinque, ne rimane comunque supervisore e direttore; nel 2011 conduce Domenica Cinque; nel giugno 2013 lascia la direzione di Videonews per assumere la direzione di Sport Mediaset, incarico che ricoprirà fino al novembre 2014; nell’autunno del 2018 diventa direttore della redazione giornalistica di Radio Montecarlo; a luglio 2019 lascia la direzione di Videonews ed assume la direzione ad personam all’interno della Direzione Generale Informazione di Mediaset; nel 2020 lascia Mediaset con la formula calcistica della risoluzione consensuale del contratto. Oggi è direttore del multimediale dell’Agenzia di stampa ItalPress, opinionista su La7, editorialista per il quotidiano Il Giornale, scrive per Il Newyorkese edito a New York, anchorman sportivo per il gruppo Netweek. Autore di diversi saggi letterari, ricordiamo l’ultimo: Avere o non avere. Il miraggio dell’uguaglianza nella nostra democrazia.
Lei da tifoso milanista come giudica la stagione rossonera?
Sono sempre stato innamorato del Milan, sin da piccolo. Ho avuto poi la fortuna di conoscere Adriano Galliani che amo definire il mio papà professionale e tramite lui di avvicinarmi concretamente al mondo Milan, conoscendo diversi calciatori ed allenatori, quindi scoprendo e capendo anche le loro difficoltà, le loro paure. Il Milan di oggi, purtroppo, non mi emoziona più come un tempo e non solo per questioni strettamente sportive, ma anche societarie. Senza Champions ci sarà da vendere molto, finisce male la storia di Leao che appare ai titoli di coda; nonostante il mancato arrivo degli introiti della maggiore competizione europea per club ci si dovrà comunque rinforzare, anche per il fatto che ci sarà un triplo impegno tra campionato, Coppa Italia ed Europa League e quindi considererei l’avere anche una panchina importante. Sono comunque dell’avviso che l’Europa League sia una competizione importante, una vetrina da non snobbare. La rivoluzione della parte tecnica era forse preventivabile. Potrebbe arrivare Tony D’Amico dall’Atalanta e si potrebbe costruire un buon Milan. Un punto comunque fondamentale è quello dell’avere una società con una filiera più corta e ruoli più chiari!
La “cacciata” di Paolo Maldini dal Milan reputa, come molti, sia stato un passo falso della società o ha un’altra idea in merito?
Un passo falso della società! Maldini rappresenta la sintesi perfetta del giocatore che è stato grande e diventa manager di successo e quindi non si è mai capito il vero perché del suo allontanamento.
Passando invece alla Nazionale, qual è la sua opinione su una situazione disastrosa che ci vede fuori dal mondiale per la terza volta consecutiva?
La situazione è molto grave e seria e se ne è parlato molto. Il calcio ha avuto un tracollo da Calciopoli in poi senza mai più riprendersi completamente. Ora si parla di chi si insedierà alla FIGC, di chi sarà il prossimo CT della Nazionale, ma più dei nomi sono i programmi ad essere importanti. In questo momento si parla di riformare la governance del nostro calcio, di una Serie A più snella, di dare un assetto diverso ai vivai, seguire in maniera più attenta i giovani. Un esempio è il campionato primavera che, con retrocessioni e promozioni, costringe a pensare più alla performance spingendo a tenere i fuori età e prendendo stranieri, invece di valorizzare i giovani nostrani. Bisognerebbe forse anche porre delle regole sul numero dei tesseramenti di calciatori stranieri; club come il Como che elogiamo, con merito, è un esempio di quanto, probabilmente, sia necessario adottare un sistema diverso. Bisogna anche lavorare affinché il rapporto tra i club e la Nazionale non sia conflittuale, insomma un lavoro a tutto tondo.
Se dovesse raccontare il calcio italiano oggi in una sola frase, quale sarebbe?
Rivisiterei Mattina: “M’illumino d’immenso” di Giuseppe Ungaretti con: Non m’illumino d’immenso; oppure Salvatore Quasimodo Ed è subito sera con: Ed è già notte!

Cosa l’ha fatta innamorare del giornalismo? Qual è il prezzo personale di una vita passata nell’informazione?
Mi sono innamorato di questa professione grazie ad un maestro di teatro come Eduardo De Filippo, sono stato infatti uno dei suoi studenti alla scuola di drammaturgia di Roma dal 1981 al 1983. Eduardo, per una rappresentazione della quale fu regista, scelse un mio testo che completammo insieme, dal titolo Mettiti al passo!. Il maestro mi ricordava sempre che il teatro è il racconto degli altri, suggerendo di andare in giro, vivere in mezzo alla gente, ascoltare le storie ed ecco, questa passione per gli altri è stata una cosa che mi ha stimolato enormemente. Ho sempre avuto, poi, una grande passione per i romanzi, per i grandi racconti e quindi mi sono ritrovato a scrivere, dapprima recensioni di libri per poi divenire un cronista e alla fine direttamente in TV con i primi contratti con l’allora Fininvest, divenuta poi Mediaset dove sono rimasto 32 anni, sino al 2020. Prezzo da pagare, non ce n’é veramente uno, è un mestiere meraviglioso, si lavora tanto, non ci sono regolarità relative ad una vita classica perché c’è poco tempo libero. Chiaramente una vita particolare, ma un prezzo davvero relativo rispetto alla bellezza di questo mestiere e a tutte le soddisfazioni che dà. Il rovescio della medaglia può essere che con il successo ci si espone politicamente, si viene attaccati, si vive un livello di stress e di tensione che può farti titubare sul fatto che ne valga la pena, ma io dico sempre che ne vale assolutamente la pena!
C’è stato un momento preciso della sua carriera che le ha fatto capire il peso vero dell’informazione?
Sì, al momento della nascita del Tg di Italia Uno, Studio Aperto, con la guerra del Golfo, in quella fase storica, praticamente, è nata l’informazione in diretta sulle reti Fininvest. Sino ad allora, infatti, c’era solo una testata unica Videonews e faceva bellissimi programmi ma registrati, con personaggi illustri come Giorgio Bocca, Arrigo Levi ed altri. Un periodo in cui abbiamo cambiato la storia dell’informazione Fininvest. Un altro momento indimenticabile della mia carriera è stato l’11 settembre 2001, quando ero anchorman principale di Studio Aperto, con la conduzione di nove ore consecutive a seguito dell’attentato alle torri gemelli a New York, lì ti rendi conto di fare un mestiere di un’importanza eccezionale.
Dopo tanti anni di giornalismo e televisione, oggi siamo più informati o più confusi? I social hanno democratizzato l’informazione o creato più caos?
Tutte e due le cose, i social hanno democratizzato l’informazione perché sono aumentate le fonti, è aumentata la reperibilità delle notizie e ammetto che in democrazia preferisco gli eccessi ai difetti. Siamo in un mondo dove lo sviluppo tecnologico è tale che si vive in una società dominata dalla comunicazione che può portare anche a fake news oppure all’infodemia come fu nel caso della pandemia del 2020, cosa che non facilita la comprensione dei fatti. Quindi ci può anche essere del caos nel mondo dell’informazione, ma un giornalista serio e preparato, si prende deontologicamente carico della grande mole di comunicazioni e, di volta in volta, elimina il secondario, toglie il falso e trasferisce l’informazione precisa al pubblico destinatario, con grande responsabilità e senso della verità.

Esiste ancora un giornalismo indipendente?
Il giornalismo indipendente è sempre esistito e può sempre esistere. Siamo in un Paese dove il giornalismo ha delle proprietà che potrebbero subire delle ingerenze, ma pur nel rispetto di alcune caratteristiche della testata giornalistica per cui si lavora, non è detto che non ci sia una sostanziale libertà nel portare avanti la professione in modo serio e corretto. Comunque per fare informazione servono soldi e, a volte, i giornalisti si organizzano per raccogliere i fondi necessari e riescono anche a mantenere una relativa indipendenza. Ci sono poi le regole del mercato e quindi si privilegiano delle notizie rispetto ad altre. In conclusione l’indipendenza nel giornalismo non è pura, ma c’è.
Oggi conta di più avere ragione o arrivare primi? Il giornalismo italiano ha perso autorevolezza?
Il giornalismo italiano ha un’ottima tradizione e può essere considerato un buon giornalismo. Certamente, negli ultimi anni, si è impigrito, fa pochi reportage, investe poco sul ramo delle inchieste, perché, tolto Report, c’è davvero poco.
Qual è una verità che ha imparato nella vita e che nessuno le può togliere? Se dovesse raccontare il Claudio Brachino di oggi in poche parole, chi è?
Penso di essere sempre ispirato da ciò che mi ha trasmesso mio padre Orlando che era un buon ferroviere, l’onestà, l’umiltà, la verità, il lavoro, il sacrificio, il rispetto degli altri, una linea di condotta, una bussola che nessuno mi può togliere e che mi guida nella vita, così come nel mio lavoro di giornalista. Claudio oggi, in quasi 40 anni di carriera, è una delle firme e delle voci che ha raccontato il nostro paese nel miglior modo possibile.
Fonti foto: lavocedeigiornalisti.com; open.online; ilfattoquotidiano.it;
Luigi A. Cerbara








