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Bruno Longhi: “Mourinho alla Roma mi ricorda Herrera nel ’68. Quella volta che Maradona disse…”

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Abbiamo chiacchierato con una delle voci più amate del telegiornalismo sportivo, grande appassionato di calcio e musica (ha collaborato in Italia con mostri sacri come Lucio Battisti e Mina oltre ad essere un esperto dei Beatles). Ecco come il giornalista di Mediaset ha risposto alle nostre domande su carriera ed attualità, condividendo aneddoti simpatici

L’altro ieri è arrivata l’ufficialità del nuovo allenatore giallorosso. Sarà lo Special One a sedere sulla panchina della Roma. Cosa ne pensa?

Il suo arrivo mi ricorda (in Italia sono passati prima all’Inter e poi alla Roma) quello del mago Helenio Herrera nel ’68. Ci si aspettava molto da lui quando, dopo i fasti interisti, prese in mano la Rometta di allora. Oggi mi sorge un dubbio: quale José dobbiamo aspettarci? Quello dei trionfi e degli irriverenti zeru tituli e porque o quello dei 5 esoneri e del TFR? Chi accoglieremo nella Capitale: Dr Jekyll-Mou o Mr Hyde-Mou? Lui è un campione in entrambe le vesti, perciò fa parlare di sé. Di sicuro, sia che raccolga applausi portando vittorie, sia che invece generi fischi, ne beneficerà lo show, la verve pungente del post partita e delle conferenze stampa. Solo alcuni nostalgici interisti sono rimasti delusi dalla scelta del loro ex condottiero di tornare in Italia.

Stasera ci sarà il ritorno della semifinale di Europa League che la Roma ha perso rovinosamente all’andata (ndr, 6-2). Servirebbe il miracolo per ribaltare il risultato infausto. Cosa è successo secondo lei?

Pur tenendo conto delle attenuanti (le tre sostituzioni avvenute già nel primo tempo ed il rigore inventato), si è continuato a giocare 11 contro 11 e quindi non inferiorità numerica. Aver preso ben sei gol (cinque nella ripresa) denota la mancanza di spina dorsale della squadra. La Roma si è sciolta come neve al sole. La partita ha messo ulteriormente in luce la sostanziale differenza di qualità tra calcio inglese ed italiano e l’idiosincrasia del club giallorosso verso quella zona dell’Inghilterra (ndr, ricordiamo il 7-1 sempre all’Old Trafford del 10 aprile 2007, era il ritorno dei quarti di Champions ed in panchina sedeva Luciano Spalletti).

Lo scudetto è più merito dell’Inter o demerito delle avversarie? Come farà il club nerazzurro ad irrobustirsi ulteriormente il prossimo anno?

E’ vero che la Juve ed il Milan hanno rallentato la corsa ma se fai undici vittorie di fila qualche merito è anche tuo. Inoltre Antonio Conte ha migliorato le prestazioni dei singoli. E’ un grande motivatore, si sa. Ricordiamo ancora la marcia trionfale di Euro 2016, fermata solo dai rigori discutibili di Zaza e Pellè contro il gigante Neuer. In generale l’Inter non può prescindere dal suo assetto societario che in questo momento è alquanto nebuloso. Dovrà prendere sicuramente un centrocampista, un terzino sinistro più una punta supplementare.

C’è un telecronista attuale che predilige?

Il livello nel tempo è cresciuto ma i telecronisti di oggi non si possono paragonare a Martellini o Pizzul. Ognuno ha le sue caratteristiche. Posso dirti però la voce che per i miei parametri più si avvicina all’ideale perché dà importanza alla telecronaca è quella di Maurizio Compagnoni di Sky.

La sua telecronaca a cui è più affezionato? E perché?

Tutti si ricordano le due finali Champions, le ultime vinte dalla Juve e dall’Inter, entrambe avvenute il 22 maggio, la prima contro l’Ajax nel 1996, la seconda contro il Bayern nel 2010. Mi scrivono in tanti anche sulla semifinale di Champions Juve-Real Madrid del 2003. Quella che però ricordo con più piacere fu negli anni ’80 el clasico, un Barcellona-Real Madrid, in cui creai dei neologismi come “autopalo”. Mario Pennacchia mi elogiò, così come altri colleghi, sul suo giornale.

Ci tiene molto alla foto fatta con Pelè. E’ il suo idolo calcistico?

Con Pelè e Maradona ho avuto un rapporto privilegiato. Con il primo ho avuto l’onore di presentare nel 1990 la partita “Brasile-Resto del mondo”. Oltre a loro due chi mi ha esaltato di più è stato Johan Cruijff.

E’ stata questa la sua maggiore soddisfazione nella carriera?

L’attestato di stima da parte di Maradona è un altro momento clou. Nel 1995 ricevette il Pallone d’oro alla carriera (ndr, all’epoca il Pallone d’oro non poteva essere assegnato ai giocatori non europei). Si collegò una radio argentina e lui sul palco ringraziò, alla presenza di tantissimi colleghi,  “i due migliori giornalisti al mondo: Gianni Minà e Bruno Longhi”. Per me è stato come vincere, a mia volta, il Pallone d’Oro. Non dimentico inoltre quando, in un’altra occasione, mi chiesero alla presenza di Arrigo Sacchi quali vittorie del Milan avessi commentato. Iniziai ad elencarle e, tolte le partite di campionato, le vittorie più belle erano praticamente tutte con la mia telecronaca. Sacchi a quel punto disse: “Allora avresti dovuto commentarne qualcuna in più”. Michel Platini anche mi stimava a tal punto da pronunciare una volta: “Se lui non arriva io non la faccio” (ndr, l’intervista).

Il suo ricordo più bello come inviato al seguito della Nazionale italiana? Cosa si aspetta da Mancini nell’Europeo che inizia a giugno?

Andai al ritiro della Nazionale Argentina prima dell’inizio del Mondiale di Usa ‘94, anche se non era possibile fare interviste mi presentai ugualmente. Uno steward americano non mi voleva far entrare, anzi addirittura mi ritirò il pass. Dovetti chiamare Diego che mi fece entrare tramite una telefonata da parte della delegazione argentina. Quando entrai, nonostante il divieto, lessi una nota di rabbia sul viso dello steward in quanto il mio gesto ledeva la sua “autorità”. Poco dopo quando Diego fu trovato positivo ero presente durante la conferenza stampa a Dallas e fui l’unico giornalista che gli fece le domande in italiano. Era concesso parlare solo in inglese o in lingua madre. Diego parlava in castigliano, ma io gli feci le domande in italiano, avendo lui giocato col Napoli. C’ero anche a quella da allenatore in Sudafrica nel 2010. Mi ricordo che dedicò la vittoria all’amico Valentino Rossi che non stava bene. Da Mancini mi aspetto grandi cose sia perché ha una marcia in più nello scovare talenti (vedi Zaniolo) sia per qualità tecniche.

Da un ct all’altro. Come nasce l’amicizia e collaborazione con Giovanni Trapattoni? L’idea del titolo per il libro edito da Rizzoli “Non dire gatto” che si è aggiudicato il 53esimo premio Bancarella Sport è sua?

Ai tempi della Juve. Lavoravo a TeleMontecarlo. Siamo partiti anche per qualche vacanza insieme. In un’intervista venne fuori la sua famosa frase “Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco” che non avevo mai sentito prima. Anni dopo il titolo del libro lo suggerì mia moglie, trovando quella frase così emblematica per lui da essere la migliore commercialmente parlando.

Le sue canzoni preferite dei Beatles e di Lucio Battisti?

Le amo quasi tutte. Un buon 80% sia del celebre gruppo inglese che del nostro Lucio.  I Beatles hanno segnato un’epoca con le intramontabili “Yesterday” e “The long and winding road” ma il loro manifesto programmatico, a cui sono legato, è “She loves you”. Con Battisti ho passato molto tempo insieme e ci ho anche suonato. Sono particolarmente legato alla sua “Perché no”.

Fonti foto: larenadelcalcio, lanazione e twitter

Erika Eramo

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