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Angelo Benedicto Sormani e la vocazione per l’amata sfera: “Io sono il pallone”

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“Giocavo dovunque si potesse. Non facevo conto di diventare un calciatore, giocavo perché era una cosa naturale per me” in queste parole c’è tutta la genuina propensione del Pelè bianco allo sport che lo ha reso popolare in tutto il mondo. Tra poche ore a Roma la presentazione del libro che racconta la sua storia presso il Salotto42 in piazza di pietra 42 alle ore 18, con Martina Bonichi e Stefano Romita

“Palla. La mia prima parola, il mio alter ego, sempre con me; dormo ed è accanto a me. Mangio e sta vicino a me. Mi viene voglia di gonfiarla un po’, cammino e lei è di fianco a me. Quando sono triste si sgonfia, eppure sa sempre come tirarmi su”. Una vita a rincorrere questo oggetto del desiderio perché ”Pa, pa…” pronunciato a undici mesi non sta per papà (a cui peraltro assomiglia tantissimo) ma indica l’amata sfera quando vide rotolare per terra, estasiato, l’uovo per cucire le calze. Nato in Brasile da genitori di origini italiane, in un’epoca in cui il calcio non era ancora  business e divismo, in cui la figura del procuratore era inesistente, Angelo Benedicto, per il pubblico Sormaninho, per gli amici Canjola, al Santos Alemao (il tedesco), ha il calcio nel sangue: “Non ricordo quando ho cominciato a giocare…L’ho sempre fatto. Non ho mai avuto altri giocattoli che m’interessassero oltre il pallone”. Attaccante per cui non era fondamentale far gol perché in realtà amava giocare a centrocampo e smistare palloni grazie a geometrie segrete: “volevo essere il regista, usare la testa, fare la mezzala, quello che coordina il gioco, un trequartista, non un attaccante. Mi piaceva l’idea di essere dentro il gioco. La differenza tra i due ruoli è sostanziale: il centrocampista organizza il gioco, l’attaccante lo finalizza”. Sormani, “impareggiabile lottatore della squadra, altruista come pochi, coraggioso come pochissimi, utile, forse, come nessuno” (Giulio Turrini) ci lascia gustosi aneddoti come questo: “Si può teorizzare la tattica, provando un movimento di gioco, ma la tecnica individuale non la puoi determinare. Io sono un tecnico e un giorno, quando allenavo il Napoli, ero a casa a “studiare”, Julieta arrivò e quando vide cosa avevo fatto disse: “Sei diventato matto?”. Avevo spostato tutti i mobili della camera da letto, così da avere spazio libero di fronte allo specchio dell’armadio per provare i movimenti e controllare che li stessi eseguendo correttamente”. Interessante il rapporto con Pelè, il più grande di tutti, che i compagni chiamavano affettuosamente il bicho, il premio-partita, perché poteva dormire fino ad un quarto d’ora prima del fischio dell’arbitro, poi entrare e realizzare una rete. Sperava che Ronaldinho, “uno dei pochi giocatori che, partendo dalla propria area, è riuscito a dribblare tutti e a fare gol” potesse diventare il nuovo Pelè, ma l’eccessiva libertà lo ha limitato parecchio, non consentendogli di dare e durare di più. Accenna anche all’uomo del momento: “Oggi si sente parlare di giocatori come Messi, valutato circa 300 milioni, una cifra spaventosa. Può sembrare assurdo però risponde a una semplice logica di domanda e offerta. Un giocatore viene valutato in base a quanto valgono le sue prestazioni”. Attraverso i ricordi di “una vita avventurosa, testarda, fiabesca”, come scrive Martina Bonichi, vengono ripercorsi i momenti salienti di vita personale (i genitori, la nonna-balia, l’incontro con la futura moglie Julieta, il Campionato Paulista, le storie del “Mister Mezzo Miliardo” e quella della “moglie premio” nata con Fabbri, allenatore rigoroso del Mantova, l’incontro con Re Umberto e Pasolini, la Roma dell’85-86 (la miglior squadra italiana di sempre), quella che recuperò otto punti alla Juve e perse poi in casa con il Lecce, il gol in Finale di andata di Coppa Intercontinentale allo stadio San Siro, la Scala del calcio). Il messaggio che si evince è che l’unico modo per realizzarsi, tramutando un sogno in realtà, è impegnarsi veramente nella propria passione: “I bambini hanno tutti i diritti di giocare, di sognare il pallone…Io non ho mai avuto tempo di sognare perché durante il giorno giocavo tanto al pallone che di notte ero stanco morto, non sognavo, e son diventato calciatore”. E’per queste frasi così genuine e vere, per l’immenso cuore e savoir faire, per la grazia stilistica e franchezza sbarazzina che Sormani conquista tutti perché, come scrive il giornalista Darwin Pastorin, “è un hombre vertical, una persona che ha sempre avuto la testa alta e la schiena dritta…Questo libro, scritto con bravura e affetto, testimonia il valore di un campione, dentro e fuori il rettangolo di gioco, dentro e fuori la meraviglia del prato verde”.

Foto presa da: www.castelvecchieditore.com

Erika Eramo

 

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