Perché in quel ragazzino che ha mosso i primi passi nel Caldogno per poi approdare al Vicenza e alla Fiorentina si intravedeva già il futuro campione? Quale luce c’era in lui? Cercherò di spiegarlo qui di seguito
Per capire l’anima del calciatore italiano più amato di tutti i tempi basta riportare una frase che si ricollega enciclicamente ai suoi esordi. A chi gli chiedeva quale era la squadra migliore in cui avesse giocato lui rispondeva così: “La giovanile del Vicenza che all’ ala sinistra aveva Gianni Bonfante, molto più bravo di me”. Ora tutti quanti vi chiederete: Bonfante chi? Appunto, qualcuno che poi non è arrivato a giocare ad alti livelli. Queste parole rappresentano l’umiltà e l’autenticità che lo hanno fatto amare da tutte le squadre in cui ha militato. Perché? Iniziamo dal principio.

Roby colui che si incontra solo una volta
Sesto di otto fratelli gioca con loro a pallone
Nei corridoi di casa li dribbla in continuazione
Tra i vetri rotti fa gol nella porta del bagno aperta
Condendo il tutto con una radiocronaca esperta
Il talento è già evidente nell’uno contro tutti gli altri
Vince da solo come farà contro avversari ben più scaltri
Dal campetto di Caldogno alla maglia del Lanerossi Vicenza
“Il ragazzo si farà” ed ha voglia di dimostrarlo con impazienza
110 gol in 120 presenze nelle giovanili posson bastare
Esordisce in C1 il 5 giugno 1983 e inizia a sognare
Arriva il primo gol tra i professionisti l’anno dopo, il 3 giugno
rigore contro il Brescia, palla nell’angolino e portiere in pugno
con accelerazione e tecnica segna 12 reti in 29 partite
si prospettano promozione in serie B e mete ardite
ma è già pronta la valigia per la A…destinazione Firenze
ci arriva con le stampelle e…un anno senza presenze
In Coppa Italia fa due gols contro l’Empoli…a dir poco ispirato
E’ il 3 settembre 1986, 18 giorni dopo esordisce in campionato
Di nuovo un infortunio rimanda di sette mesi la doppia emozione
Il 10 maggio a Napoli scudetto di Maradona e primo gol di Roby su punizione
A San Siro a settembre salta il freno a mano
Eccolo più spregiudicato con la voglia di andar lontano
Aumenta l’energia vitale con la pratica buddista
E la sinergia di un attaccante in coppia col nostro fantasista
la premiata ditta Baggio-Borgonovo trascina la squadra in Coppa Uefa
con 29 gol la famosa B2 stupisce, inorgoglisce e assuefa
contro il Licata si smarca tutti in area in Coppa Italia
ma l’emblema di un’annata pazzesca è un altro giorno in cui ammalia
metà campo palla al piede il 17 settembre 1989 al San Paolo
salta gli avversari come birilli segnando più leggiadro di un usignolo
dopo la quiete la tempesta: a maggio del ‘90 l’asso passa all’eterna rivale
la Juve è rea di avergli fatto perdere in Coppa Uefa la finale
macchine incendiate, tifosi viola in rivolta
quanto hanno rimpianto uno di quelli che, nella vita, si incontra solo una volta!
Tornando a Bonfante quando l’anno scorso Baggio andò alla sua festa di 50 anni lui disse: “Una gioia incredibile. Abbiamo parlato a lungo, dei vecchi tempi e della vita di oggi. L’ho visto sereno e vederlo lì alla mia festa con sua moglie mi ha dimostrato ancora una volta che persona umile è. Lo stesso di sempre, lo stesso ragazzo che conoscevo bene e con cui ho vissuto anni indimenticabili. Da amico, da compagno di squadra. Anzi, da compagno d’attacco”. L’ex ala sinistra del Vicenza lo aveva capito che in quel ricciolino c’era in potenza il giocatore fenomenale che tutta l’Italia avrebbe ammirato. Nessuno però avrebbe mai immaginato che quel ragazzino che sembrava un uomo sarebbe diventato un uomo che sembra un ragazzino. Ecco qual è il segreto: nonostante le cicatrici avere lo stesso brio di quando sognava di assomigliare al suo idolo Zico, la stessa passione con la quale fu accolto a Firenze. Quando arrivò in Toscana per tutti era l’erede di Antognoni, ma in realtà era completamente diverso da Giancarlo. Mentre il centrocampista nei movimenti ricordava il marmo tondo, pulito e perfetto di Michelangelo, Roberto con i suoi passi scompigliati, i suoi gol in sottrazione, il suo zigzagare sembrava piuttosto un classico versione cubista, un Picasso raffaellesco. Roby non è mai stato copia, perché la sua spiccata personalità gli ha fatto sempre dare quel quid in più, senza risparmiarsi mai. Baggio assomiglia solo a se stesso, e per fortuna. Come in ogni storia perfetta il cerchio si chiude dove ha avuto inizio. Non è un caso che in quel famoso 3 giugno 1984 segnò proprio contro il Brescia, ultima squadra con cui mise la parola fine alla sua strepitosa carriera quasi 20 anni dopo (per la precisione per arrivare alla cifra tonda mancano 18 giorni e anche questo non può essere un caso). Non c’è caso che tenga di fronte a chi il caos lo ordinava e scompigliava in campo, perché doveva farci i conti tutti i giorni fuori, senza potersi permettere di sbagliare.
P.S. Il prossimo appuntamento è per il 18 agosto con la Juventus e il pallone d’oro.
Foto prese da: Wikipedia e Multimedia.quotidiano.net
Erika Eramo








