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Ubaldo Righetti: “Il gruppo fa la differenza. Con Di Francesco possiamo guardare avanti”

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Abbiamo incontrato l’ex difensore giallorosso, che nella Capitale ha vinto uno scudetto e 3 Coppe Italia, al prestigioso Club Lanciani di Roma, scegliendolo, per l’amore che nutre per la nostra amata città, come il 300esimo personaggio intervistato dalla nostra redazione. Abbiamo parlato di questa stagione, del mercato estivo, della sua carriera, del Mondiale alle porte. Scoprite cosa ci ha risposto

 

Ieri sera al Club Lanciani durante la festa “La storia siamo noi” ha detto che bisogna pensare non al singolo giocatore ma al collettivo, riappropriandosi quindi del senso di squadra. Si riferiva a qualche episodio in particolare?

Ho il concetto di squadra che ha in testa Eusebio Di Francesco: la forza sta sempre nel gruppo, all’interno del quale si muovono i singoli giocatori. Lo seguo fin dai tempi del Sassuolo. Le sue soluzioni tattiche mi sono sempre piaciute. Ho un buon rapporto con lui. E’ un allenatore coraggioso che ha saputo proporre qualcosa di diverso in un ambiente particolare come quello romano. Se pensiamo alla nostra storia a volte sembra sempre la stessa: un periodo interessante a cui fa seguito, invece, quello in cui si lascia indietro qualcosa. Bisogna, invece, rischiare, non accontentandosi mai.

Come vede il mercato giallorosso tra nuovi acquisti e probabili cessioni?

Non mi creo il problema delle cessioni. Siamo troppo ancorati allo status quo. Bisogna sempre guardare avanti. Pensiamo a quanta sofferenza abbiamo provato a non veder più, dopo 25 anni, giocare Totti. E’ stato un duro colpo non solo per i romanisti, ma per tutti coloro che sono innamorati del calcio. Nonostante ciò si sono creati nuovi equilibri. Figuriamoci se non possiamo farlo con altri giocatori…mai fasciarsi la testa. E poi i nuovi acquisti mi sembrano interessanti. Monchi è lungimirante.

Dopo 34 anni Roma-Liverpool quali emozioni le ha provocato?

Nessuna emozione, perché non ero certo in campo con i miei compagni. Quella poi era una finale, questa attuale invece una grande opportunità per i ragazzi che se la sono giocata fino all’ ultimo. Sono due cose non paragonabili. Poi, si sa, che la storia della vendetta è stata creata ad arte dai giornalisti, ma la trovo una cosa francamente stupida. Non bisognava consumare proprio alcuna vendetta.

E’ stata quella la pagina più amara della sua carriera?

C’è stata l’amarezza per il risultato, ma fa parte del gioco. Io ricordo soprattutto lo straordinario percorso intrapreso, l’esperienza di una finale di Coppa dei Campioni. Certo la delusione di essere ad un passo dal sogno, oltretutto giocando in casa, c’era innegabilmente.

I momenti migliori invece?

Sono tanti, non uno in particolare. Penso all’esordio in Nazionale o all’aver giocato con dei campioni incredibili, a cui mi legava una grande amicizia. Ci supportavamo in tutto. Dove non arrivavo io c’erano loro. Per questo l’unione è tutto.

C’è un giocatore della Roma in cui si è rivisto dopo che ha smesso d’indossare la maglia giallorossa?

Non si possono fare paragoni. Ognuno ha il suo stile. Il difensore che mi ha colpito di più è stato Aldair senza dubbio.

E’ stato allenato da Liedholm, Mazzone e Galeone. Che tipo di allenatori erano? Cosa li univa? Cosa invece li distingueva?

In comune avevano la passione, estrinsecata in modi diversi. Nils era un intuitivo che sapeva sempre sdrammatizzare con la sua ironia. Carletto un passionale, diretto e coinvolgente. Giovanni invece un uomo pieno di sfumature, dalla personalità colorita.

Lei ha collaborato con Jacopo Volpi e Gianni Bezzi, da noi intervistati. Che professionisti sono? Come li descriverebbe?

Jacopo è un amico, una guida, un grande professionista, che mi ha aiutato molto nell’ambito della comunicazione. Con Gianni mi lega, nonostante le fedi calcistiche diverse, una profonda amicizia. Spesso ci ritroviamo a tavola insieme.

Cosa le ha dato la città di Roma e cosa pensa di avere trasmesso alla Caput Mundi?

Io sono in debito ogni giorno con i tifosi della Roma che, pur avendo qualche difetto, sono unici perché non dimenticano mai i campioni del passato. Anche se le nuove generazioni manifestano il tifo in maniera differente conservano, tuttavia, un coinvolgimento particolare.

Domani inizia il Mondiale. Un suo pronostico? Chi sono le squadre favorite? Ci saranno delle outsiders?

Per me c’è solamente il Brasile. Dei verdeoro mi affascina il gioco, la personalità che tirano fuori in queste occasioni. Sono un po’ come gli argentini. Riescono a trovare una coesione, una condivisione d’intenti che, come ho già detto, alla lunga fa la differenza.

Fonte foto: giallorossi.net, wikipedia.it e wikipedia.org

Erika Eramo

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