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Da calciatore ad allenatore: la vita di Stefano Pioli

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Passionedelcalcio.it vi racconta la storia di Stefano Pioli; storia di un giramondo della panchina; dieci squadre in dieci anni, ora la Lazio

“La società mi aveva offerto un contratto biennale, ma ho voluto farlo solo di un anno. L’accordo sarà rinnovabile solo se avrò raggiunto il risultato prefissato, cioè tornare in Europa. Non sono venuto alla Lazio per avere il contratto della vita, ma solo per lavorare”. Stefano Pioli ha usato queste parole, lo scorso giugno, per bagnare il suo battesimo biancoceleste. Ed è bastato questo virgolettato, carico di umiltà, per capire che tipo di allenatore è quest’uomo, classe ’65, nato a Parma dove esordì come difensore – o sarebbe meglio dire stopper – nel 1982. Da lì il grande salto nella Super Juventus di Trapattoni, poi Verona e Fiorentina. E’ proprio a Torino che tocca il suo apice come calciatore: qui vince uno scudetto, una Coppa dei Campioni e una coppa Intercontinentale.

Non ha mai giocato per la Nazionale maggiore, fermandosi alle porte dell’under 21 dove vanta 5 presenze. Le ultime maglie indossate da calciatore sono quelle di Padova, Pistoiese, Fiorenzuola e Colorno. In tutto gioca 353 partite in carriera dimostrando di avere scarso feeling col gol (3 reti). La carriera di allenatore comincia dalle giovanili del Bologna nel 1999. Lì resta tre anni e vince un Campionato Allievi Nazionali, poi per un anno si occupa del Chievo primavera. La prima squadra senior allenata è la Salernitana in serie B (2003), quindi Modena. L’esordio su una panchina di A è a Parma (2006), la squadra della sua città e di cui si professa tifoso. Poi di nuovo in sella per un altro giro d’Italia: Grosseto, Piacenza, Sassuolo, Chievo, la brevissima parentesi di Palermo. E infine Bologna, l’ultima tappa prima di arrivare nella capitale. Un ciclista, un corridore a tappe, più che un uomo di calcio.

Pioli non ha un modulo preferito, usa indistintamente la difesa a 3 o quella a 4 preferendo plasmare la squadra in relazione agli elementi a sua disposizione. Nelle ultime due esperienze – Bologna e Lazio – ha usato il trequartista (Diamanti) e i 3 attaccanti (Candreva-Djordjevic-Lulic), dimostrando grande malleabilità. Il diktat però è sempre lo stesso: dare un’impronta al proprio gioco, basato su pressing e difesa in linea. “Non esiste un sistema di gioco che ti garantisca vittoria o sconfitta – ama dire – l’importante è sfruttare al 100% le caratteristiche dei giocatori a disposizione”. Appassionato di vari sport, tra cui la pallacanestro, ama far interagire le varie discipline nel calcio. Una compenetrazione che nasce dal fatto che “i giochi di squadra hanno tra loro diverse affinità ed esaltano il concetto di collaborazione. Nel gioco collettivo ogni individuo è chiamato a condividere le proprie qualità”.

La sua carriera di tecnico è stata costellata di alti e bassi, come si addice a chi viene da lontano e non ha timore di fare gavetta. In un calcio dove la scelta del tecnico da assumere è spesso condizionata dal curriculum che quell’allenatore vanta come giocatore, leggi il caso-Gattuso, Pioli costruisce la sua carriera da lontano, cominciando dalle giovanili. “Puoi partire dai dilettanti o dalle prime squadre. Io l’ho fatto in una dimensione ideale, perché a livello giovanile si programma bene”. Ama lo staff con cui lavora, tanto da portarlo con sè in ogni tappa del suo personalissimo Giro d’Italia. Il suo vice è Giacomo Murelli, il collaboratore tecnico è Davide Lucarelli, il preparatore atletico è Matteo Osti.

Nel suo esordio su una panchina vera, a Salerno, guadagna una salvezza in serie B. L’anno dopo a Modena viene esonerato, salvo essere richiamato lo stesso anno e portare i canarini al quinto posto, eliminati solo ai playoff dal Mantova. Nel primo anno di A, a Parma, fa flop e viene esonerato. E’ il primo vero momento-no della sua carriera da tecnico. Allora riscende in B, dove salva prima il Grosseto e poi il Piacenza. Rimane nella serie cadetta e si segnala per l’ottimo lavoro fatto a Sassuolo: quarto posto, fermato solo ai playoff dal Torino. Si merita il ritorno in A, al Chievo, e ottiene la salvezza. Walter Sabatini lo segue e quando diventa direttore sportivo della Roma vorrebbe portarlo nella capitale, ma poi la società vira su Luis Enrique. Pioli sceglie quindi Palermo, ma la convivenza con Zamparini dura meno di un mese e, dopo una sanguinosa eliminazione agostana contro gli svizzeri del Thun in Europa League, viene cacciato. Dopo l’esonero di Parma è il secondo flop da tecnico. Torna in sella a campionato in corso, a Bologna e sempre in serie A, rilevando l’esonerato Bisoli. Il primo anno salva il felsinei, poi nella seconda stagione viene centrifugato dal caos societario dei rossoblu. Diamanti viene ceduto, la rosa si indebolisce e Pioli viene inghiottito: esonero. Poi, a giugno, arriva Lotito. Una nuova avventura, la più importante della sua carriera da corridore di corse a tappe.

Federico Sorrentino

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