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Roberto Donadoni: “Mi piace lo spirito dell’Under 21. Puntiamo sempre sui giovani. Da bambino il mio idolo era Rivera”

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Abbiamo intervistato l’ex centrocampista degli anni ‘80 e ‘90 dell’Atalanta e del Milan (con cui ha conquistato 6 scudetti e 3 Coppe dei Campioni). In Nazionale (che allenò dal 2006 al 2008) ha raggiunto un terzo e secondo posto rispettivamente ad Italia ‘90 ed Usa ‘94. Ex allenatore di Livorno, Napoli, Cagliari, Parma e Bologna, ci ha risposto a 360 gradi su carriera ed attualità, senza risparmiarsi, come faceva in campo

Su Tuttomercatoweb è uscita la notizia che Nedved, per riscattarsi agli occhi del popolo bianconero, sta trattando con Mino Raiola per portare Gigio Donnarumma alla Juve. Secondo lei prevarrà l’amore per il Milan o il ragazzo si farà tentare dal desiderio di partecipare con maggiori probabilità alla Champions?

Non sono nella testa di Gigio ma di sicuro il Milan dovrà cercare di trattenerlo a tutti i costi. E’ lecito che una squadra blasonata come la Juve sia interessata ad un talento, che vanta, nonostante la giovane età, tanta esperienza.

Ieri il suo ex compagno di squadra Walter Zenga, in un’intervista a Tutto Sport, ha definito Ibrahimovic “il Benjamin Button del calcio”. Lei che parole userebbe per descrivere il fenomeno svedese?

Io direi che l’esempio di Ibra dovrebbe essere la normalità. Mi spiego meglio. E’ ovvio che non tutti possono avere le sue capacità, ma almeno dovrebbero cercare di fare come lui, avere sempre la sua voglia, la determinazione nel dimostrare di esseri decisivi e una eccelsa capacità di gestire il proprio fisico.

Lei ha disputato partite storiche con la maglia del Milan. Penso alle finali di Coppa dei Campioni o alle sfide in campionato contro il Napoli di Maradona, l’Inter di Mattheus-Klinsmann-Brehme, la Samp di Vialli e Mancini, la Juve di Baggio e Del Piero. Quale ha vissuto con maggiore intensità?

In Italia era dura ma anche all’estero contro le spagnole (soprattutto Real Madrid e Barca), le inglesi e tedesche (vedi il sempreverde Bayern) non si scherzava. Il ricordo indimenticabile risale alla vittoria della prima Coppa dei Campioni dell’89 (ndr, al Camp Nou di Barcellona i romeni della Steaua Bucarest vennero asfaltati per 4 a 0). La prima volta non si scorda mai.

Il compagno più forte con cui ha giocato?

Marco van Basten.

Le piace la Nazionale del ct Roberto Mancini?

Roberto ha impostato un percorso importante che sta iniziando a dare i suoi frutti. Ciò che più conta è che ha deciso di puntare sui giovani per farli crescere.

A proposito di giovani stasera l’Under 21 si gioca l’accesso alla fase finale dell’Europeo contro la Slovenia con una rosa non al completo compensata da tanta grinta in petto. Le piace qualcuno in particolare?

Ce ne sono tanti interessanti. Mi piace lo spirito ritrovato del collettivo capace di battersi contro avversari di livello.

Quando era lei sulla panchina dell’Italia si sarebbe aspettato un maggiore riguardo visto che il cammino ad Euro 2008 si fermò ai rigori contro una Spagna super che non vinse solo quell’edizione ma anche il Mondiale 2010 e Euro 2012?

Ho imparato a non aspettarmi mai nulla. E’ attraverso ciò che ci accade che si conoscono le persone, così da capire chi ti è amico e chi ti è nemico.

Parliamo di amici. Sei anni fa in un’intervista il suo ex compagno di stanza ad Usa ‘94, Gianluca Pagliuca, disse che vedeva tanto del Donadoni giocatore nel Donadoni allenatore, la stessa attenzione per i dettagli, aggiungendo che lei aveva ripreso da Arrigo Sacchi “la ferocia, meticolosità nel lavoro e appunto la cura dei particolari”. Si riconosce in questo quadro?

Ah sì sono io (ndr, ride). E’ una descrizione precisa. Quando faccio qualcosa devo farlo al meglio delle mie possibilità.

Sempre Pagliuca in quell’occasione rivelò anche un dubbio: “non gli chiesi mai perché non tirò il rigore col Brasile”. Vuole rispondergli ora?

Semplicemente perché c’era una scaletta dei rigoristi ed io venivo dopo. Non feci in tempo a tirarlo.

A proposito di rigori ha più rimpianti per quella partita o per la semifinale contro l’Argentina ad Italia ‘90? Sono stati duri colpi?

Non ho mai rimpianti. Non mi hanno fatto male, anzi sono state un insegnamento per crescere. E’ nella logica delle cose che se si va ai rigori si può vincere o perdere. Si possono avere rimpianti solo se non si fa abbastanza. Io, per indole, come ho detto prima, cerco di dare il massimo in ogni circostanza.

Abbiamo trovato 16 (come il numero di maglia ad Usa 94) figurine della Panini che la riguardano. Lei da piccolo le collezionava? Chi era il suo idolo?

Sì, non solo. Erano i trofei che mettevamo nei giochi. Le vincevo per completare gli album. Il mio beniamino era Gianni Rivera.

Dal pallone d’oro italiano a quello francese, Michel Platini, suo estimatore. Avrebbe mai immaginato da bambino che uno del suo calibro potesse dire che lei è “il miglior giocatore italiano degli anni ‘90”?

Fa parte dei complimenti che ho ricevuto che mi hanno fatto piacere.

Tra le squadre di club che ha allenato (Livorno, Napoli, Cagliari, Parma e Bologna) c’è qualcuna a cui è più affezionato?

Tutte sono state significative per la mia crescita ma sono più affezionato, per ovvi motivi, alle realtà in cui sono andate meglio le cose. Il Cagliari mi ha regalato emozioni forti. A Parma andò anche meglio.

Dove invece sperava di lasciare un segno maggiore?

Mi è dispiaciuto esser rimasto poco a Napoli, una città che merita.

Ringraziamo l’amico collezionista Massimo de Vito per averci gentilmente inviato le 16 figurine relative a Nazionale e club in cui Roberto Donadoni ha militato dal 1984 al 1999. Le trovate in rigoroso ordine temporale.

Fonti foto: biografieonline, pinterest, bergamosportnews, skysport

Erika Eramo

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