Per tutti gli appassionati della squadra catalana ieri è uscito in oltre 100 sale italiane -e sarà disponibile fino a stasera- il film di Jordi Llopart (distribuito da QMI/Stardust) che racconta attraverso la voce narrante del giornalista Pierluigi Pardo le stelle blaugrana, da Kubala a Cruijff, da Ronaldinho a Messi
Non è un caso che lo slogan del Barcellona sia “Mès que un club”, ovvero “più di un club”. Tutto il film, infatti, ruota intorno a questo plusvalore, forza centripeta che ingloba in sé significato e significante. Quando leggiamo o ascoltiamo il termine Barcellona non possiamo che associarlo a un’immagine di vittoria, gloria, successo. Nessuna crepa in questa storia lunga 115 anni. Nessuna crepa? I periodi buii, per mancanza di fondi, vittorie o punti di riferimento in campo, ovviamente non sono mancati, ma tutto è servito a costruire il mito del Barca, perché è proprio da quelle falle, filtrando la luce del sole, che risplende il gioiello del calcio moderno. Freddy Mercury cantava “Barcelona – like a jewel in the sun”…ma quanti sacrifici sono stati fatti per incarnare in pieno lo spirito prezioso del suo fondatore, lo svizzero Hans Gamper? In un’epoca in cui questo sport va avanti a suon di milioni di quanto è stato stravolto l’incipit amatoriale di quel lontano 1899? Basterebbe a campioni come Messi, Xavi e Iniesta mandar giù la vitamina “Amore per il club” per decurtarsi l’ingaggio? Nonostante i cambiamenti inevitabili, dovuti alla commercializzazione dello sport più bello del mondo, rimane intatta l’impronta gamperiana, tradottasi nella formazione dello straordinario vivaio di La Masia nel 1979. Lo stesso Messi ammette: “Sono arrivato qui quando avevo 13 anni. Sono cresciuto con i valori del Barça… qualcosa di molto più del giocare a calcio. Ti educano molto bene al rispetto, all’umiltà, al senso di squadra…”. Nel film si evince l’importanza dei culés, i tifosi, chiamati così perché il primo stadio era talmente stipato da farli sedere sul muro di cinta, con la parte meno nobile quasi fuori e quindi visibile dall’esterno; la rivalità non solo sportiva ma politica col Real Madrid con i conseguenti simboli indipendentisti e fischi all’inno nazionale spagnolo; i momenti difficili, dovuti alle pressioni franchiste che spinsero Di Stefano che si allenava con la maglia del Barcellona a trasferirsi al Real Madrid (decretandone di fatto la fortuna), alla cessione di Suarez e l’inevitabile tracollo finanziario per arrivare alla finale persa in maniera a dir poco rocambolesca, ovvero ai rigori, contro i rumeni nel 1985-86 (il portiere Duckadam, soprannominato Superman, riuscì a neutralizzare tutti e quattro i rigori calciati dai giocatori blaugrana Alexanco, Pedraza, Pichi Alonso e Marcos).

Sapevate che un altro dei portieri più forti di i tutti i tempi, Antoni Ramallets, soprannominato “gatto con le ali”, giocava col Barcellona? E che Alcantara per aver realizzato la bellezza di 369 gol in 357 partite (considerando anche gli incontri non ufficiali) si guadagnò l’appellativo di “spacca-reti”? Avete mai pensato, poi, che tutte le stelle su cui il Barcellona ha costruito la sua fortuna sono straniere? Dall’ungherese Kubala, il simbolo della Guerra Fredda, all’olandese volante Cruijff e i suoi gol profetici del calcio totale, dalla “toda gioia toda beleza” del brasiliano Ronaldinho al Dio del calcio 3.0, l’argentino extra-terrestre Messi. E se la forza del Barcellona in casa e fuori dipendesse anche dalla forte competitività con il Real Madrid? Avete mai riflettuto sul fatto che Mourinho era stato scelto come tecnico della squadra madrilena per sbeffeggiare gli acerrimi nemici catalani che non accettavano i risvolti più folcloristici della sua discussa (nel bene e nel male) personalità? Piqué sintetizza quella che potremmo definire la filosofia dell’organo-ostacolo applicata al calcio così: “C’è bisogno di un rivale per migliorarsi sempre”. I due allenatori che più di tutti hanno inciso sulla mentalità vincente del Barca sono stati Cruijff (l’esercizio del torello per il controllo palla lo ha introdotto lui, che confessa: “Io odiavo correre. E’nato per questo”) e Guardiola, suo pupillo e perfetto simbolo di un calciatore non fisicato da trasformare in atleta e non da atleta da trasformare in calciatore (pensiero in voga precedentemente). Josep, per gli amici Pep (con il suo vice e amico fraterno Vilanova) ha scritto quattro anni straordinari e irripetibili, con ben 14 trofei, grazie alla sua snervante, ossessiva, asfissiante volontà di ottenere da ogni giocatore il massimo. Luis Enrique, preso il testimone, ha semplicemente continuato un lavoro già perfettamente avviato dai predecessori.

Mi torna in mente l’incipit di Barcelona del leader dei Queen:
“Barcelona Barcelona
Barcelona Barcelona Viva
I had this perfect dream
un sueno me envolvio
this dream was me and you…
A miracle sensation
My guide and inspiration
Now my dream is slowly coming true…”
Vedere un film sul club più amato al mondo (223 mila iscritti nel 2013) è un sogno che si avvera; peccato però non si siano soffermati su alcuni tra i protagonisti come Figo, Ronaldo e Rivaldo (e la sua famosa rovesciata all’89° che permette al Barcellona, vincendo 3-2 e concludendo la stagione 2000-2001 al quarto posto davanti al Valencia, di qualificarsi in Champions League), tutti e tre Palloni d’Oro; ritengo inoltre sia tempo sprecato parlare del tango argentino, invece di deliziarci con qualche gol in più dell’uomo dei record Messi o di regalarci aneddoti gustosi sulla parabola del “genio e sregolatezza” Maradona; è un torto, poi, al mio animo bambino non aver ricevuto in omaggio una bustina di card della collezione ufficiale Uefa Champions League di Topps, tanto pubblicizzata all’uscita del film. Per il resto sono due ore godibilissime in cui si percorre in una cavalcata di immagini, in bianco e nero e a colori, la vera storia del leggendario FC Barcelona, meraviglia, guida e ispirazione per intere generazioni malate di calcio, per cui conta sì, vincere, ma secondo i valori del rispetto, dell’umiltà, del senso di squadra.
Erika Eramo








