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Erling Haaland, l’attaccante dei record che ha ridefinito il ruolo del numero 9

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Con la rete alla Juventus il bomber norvegese ha toccato quota 300 gol in carriera a neanche 25 anni, la sua ascesa ci mostra come è evoluto il ruolo del centravanti nel tempo

C’era una volta il numero 9, il terminale unico delle azioni offensive di una squadra, un giocatore spesso di stazza, che stazionava in area di rigore e fuori da essa sembrava smarrito come cerbiatto in autostrada. Per lungo tempo, in particolare in Italia, gli attaccanti sono stati depurati di praticamente ogni compito ulteriore rispetto al fare gol, quasi come fosse un modo per ottimizzare le energie, dosare gli sforzi e farsi trovare lucidi nel momento in cui c’era da fare la cosa più importante per un bomber (e non solo): buttare la palla in rete. In realtà, anche in passato, c’erano squadre e filosofie di gioco che si allontanavano da questo luogo comune, ma sempre come eccezione.

Il calcio però, si sa, si evolve. Nuove tattiche e nuovi principi di gioco si alternano, si mischiano alla tradizione e talvolta la soppiantano. Così a partire dai primi anni duemila, su spinta soprattutto delle squadre spagnole, il ruolo del centravanti ha iniziato a mutare. Rimasta sempre fissa l’esigenza di segnare, ai bomber è stato via via chiesto di abbassare sempre di più il loro raggio di azione, di giocare con i compagni, di essere non solo finalizzatori ma anche iniziatori delle trame offensive della squadra. In aggiunta a questo, spesso e volentieri si è preteso che gli attaccanti, in fase di non possesso, fossero i primi difensori operando il pressing. 

Da un estremo si è passato dunque all’altro. Dal nove “di stazza”, si è addirittura arrivati al “falso nueve”, un giocatore con caratteristiche e funzioni diverse rispetto a quelle del centravanti puro schierato in campo come prima punta. L’esempio recente più illustre è stato quello di Messi ai tempi del Barcellona di Guardiola, seguito a ruota dalla nazionale spagnola con Fabregas. In Serie A invece questa tendenza è stata anticipata dalla prima Roma di Luciano Spalletti e Francesco Totti. La nuova concezione dell’attaccante ha condizionato anche tanti bomber, spesso “sacrificati” in fase offensiva e costretti ad altri compiti oltre a quello di gonfiare la rete. 

Qualche anno fa però è spuntato un nuovo numero 9: Erling Braut Haaland. Alto, velocissimo, strutturato fisicamente, ma soprattutto estremamente letale sotto porta. I suoi numeri parlano da soli: a neanche 25 anni, il bomber norvegese ha già segnato 300 gol in partite ufficiali, in tutti i modi possibili. Nel modo in cui occupa l’area di rigore e si muove con chirurgica precisione per smarcarsi e segnare, Haaland ricorda molto i centravanti vecchio stampo, ma allo stesso tempo il giocatore del Manchester City riesce a coniugare con questo innato istinto del gol un atletismo ed una tecnica di base che sono a tutti gli effetti un retaggio del calcio “moderno”. 

Se i numeri 9 tradizionali rappresentano la “Tesi” e il falso nueve l'”Antitesi”, Haaland può essere tranquillamente definito come una “Sintesi” tra vecchio e nuovo. Una sintesi che ha convinto anche Guardiola, che per anni ha affermato che il centravanti delle sue squadre fosse “lo spazio”, ma di fronte alla possibilità di ingaggiare l’attaccante migliore del mondo non si è irrigidito troppo sulle sue posizioni (giustamente). L’effetto Haaland si è propagato facendo sbocciare altri giocatori offensivi, come ad esempio Gyokeres e Sesko, che oltre alla tecnica ed all’atletismo sono vere e proprie macchine da gol. Un ritorno, in parte al passato? È ancora presto per dirlo. 

Luca Missori

(Fonte immagine: Motorcyclesports.com)

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