Guida sentimentale di un calcio romantico scritto da Diego Alverà con la prefazione del giornalista Bruno Pizzul e la postfazione del giornalista Riccardo Cucchi
Kevin Keegan -il mago-. Nella Xaverian Grammar School suor Mary insegna da anni e sa riconoscere le attitudini dei suoi allievi, tocca a lei motivarli ma in maniera franca. A Doncaster, in Inghilterra, nessuno è riuscito mai a vivere grazie ad un pallone rotondo. Un giorno suor Mary aveva preso il diario del piccolo inglese Kevin per scrivere poche meditate frasi. Aggiungendo che avrebbe dovuto farle leggere ai suoi genitori. A distanza di quasi 20 anni, nel 1977, l’ala Kevin Keegan è ancora riconoscente e va a trovare suor Mary all’apice del successo. La sua velocità abbinata a tanta fantasia lo hanno portato lontano, sul tetto d’Europa, sempre nel ’77, con la maglia del Liverpool.
Diego Armando Maradona -l’unico-. Era il più giovane, l’ultimo arrivato Diego e il ct dell’Argentina el flaco Menotti non voleva che si bruciasse. Quel Mondiale del 1978 negato proprio all’ultimo ha cambiato la vita di Diego Armando Maradona. Il fantasista argentino da quel momento in poi ha sempre dato qualcosa in più, ha cominciato a vedere le cose da un punto di vista diverso, da quello degli esclusi. Maradona ha dimostrato sul campo di non essere secondo a nessuno. Il suo tocco palla ha mandato in estasi gli amanti di questo sport. In seguito nel 1986 Diego porterà la Nazionale a trionfare nel Mondiale, nei quarti contro l’Inghilterra prima realizza il fatale gol di rapina e poi sigla la rete capolavoro, il gol del secolo. In quel periodo Diego diventa parte di Napoli e viceversa, nei successi e nelle sconfitte.
Stanley Matthews -il funambolo-. A Wembley Stanley ha già disputato due finali di coppa d’Inghilterra con la casacca del Blackpool contro il Manchester United e il Newcastle ma le ha perse entrambe. A trentotto anni suonati Stanley faceva ormai i conti con l’incombente fine di una lunga carriera. Giunto alla terza finale di coppa d’Inghilterra, nel 1953, il suo Blackpool sta perdendo per tre reti ad una contro il Bolton, un pezzo di Wembley si alza in piedi e comincia a chiamarlo a gran voce. A qull’urlo primordiale, a quel canto di battaglia, Stanely ritrova come per incanto forza, convinzione e lucidità. La finale verrà ribattezzata Matthews Final per i dribbling del centrocampista inglese negli ultimi trenta minuti di gara con la sfida che terminerà 4-3 con due gol segnati dal Blackpool poco prima e dopo il 90esimo.
Carlo Parola -l’icona-. Il difensore della Juve Carlo Parola nel pomeriggio di una domenica qualunque, 15 gennaio 1950, scese in campo contro la Fiorentina senza immaginare minimamente che quei 90 minuti lo avrebbero consegnato alla storia. “Parte un lancio di Magli verso Pandolfini. Egisto scatta, tra lui ed il portiere c’è solo Carlo Parola; l’attaccante sente di potercela fare ma il difensore non gli dà il tempo di agire. Uno stacco imperioso, un volo in cielo, una respinta in uno stile unico. Un’ovazione accompagna la prodezza di Parola”. Queste le parole del fotografo e giornalista freelance Corrado Banchi. Al Comunale di Firenze va in scena l’iconica rovesciata diventata simbolo delle figurine Panini.
Gigi Riva -il mito-. Il giornalista Gianni Brera coniò per l’attaccante Gigi Riva il soprannome ‘Rombo di Tuono’ perchè l’impatto del suo piede sinistro sul pallone ricordava il fragore che annuncia il temporale. Riva ha un’adolescenza difficile in officina. A Legnano in serie C vive una vita felice, una boccata d’ossigeno al cospetto degli anni trascorsi. Il Cagliari lo vuole ma Gigi sarebbe rimasto a Legnano per sempre, in Sardegna non vuole andare. Il presidente del Legnano riesce a convincerlo e poi scatta la magia. Gigi da Cagliari non si muoverà più. Il suo carattere taciturno, scontroso e deciso, in linea con il tratto fiero e riservato delle persone sarde, ne faranno il simbolo non solo di una squadra e dell’epopea di un incredibile scudetto del ’70, ma anche di un’intera isola. Rifiuterà qualsiasi proposta di trasferimento.
Gianni Rivera -il modernista-. La partita del secolo tra Italia-Germania valida per la semifinale Mondiale del 1970 viene pareggiata da Gerd Muller nei supplementari. A dieci minuti dal termine il punteggio è 3-3. Il fantasista Gianni Rivera non si limitava a dettare il gioco ma riusciva ad influire sull’andamento della partita. La staffetta Sandro Mazzola-Gianni Rivera era messa in pratica dal ct Ferruccio Valcareggi. Un tempo ciascuno, il primo a Mazzola, il secondo a Rivera. Grazie anche a quella staffetta Rivera era presente in campo e un minuto dopo il pareggio del 3-3 realizza il gol del 4-3 finale in maniera cinica e precisa.
Juan Alberto Schiaffino -l’euclideo-. Il centrocampisa uruguaiano è l’eroe del Maracanà nella finalissima Mondiale del ’50 facendo sprofondare l’intera nazione del Brasile o quasi nel baratro. Non solo aveva pareggiato i conti ma era una fonte inesauribile per il gioco della Celeste. I suoi lanci iluminanti avrebbero fatta scuola. Il termine Maracanazo si riferisce alla sconfitta contro ogni pronostico del Brasile contro l’Uruguay in quella partita con il gol del due a uno finale firmato dall’uruguagio Ghiggia.
Jurgen Sparwasser -il giocatore-. Il centrocampista è ricordato per aver segnato la rete contro la Germania Ovest nella prima storica sfida avvenuta nella prima fase a gironi del Mondiale ’74, è infatti suo il gol del decisivo 1-0 in favore dei tedeschi orientali sui tedeschi occidentali. In Jurgen c’è voglia di occidente ma c’è anche voglia di rivalsa. Il derby di quella sera servì solo a stabilire l’ordine di arrivo nel girone e questa vittoria valse il primo posto alla Germania Est con alle spalle la Germania Ovest entrambe qualificate.
Ezio Vendrame – il poeta-. In quel campionato di serie C del 1977 il Padova in cui milita il centrocampista Vendrame e la Cremonese si sifdano a poche giornate dal termine e ad entrambe va benissimo il pari, al Padova per non retrocedere e alla Cremonese per salire in B. Le reciproche convenienze sono molte e in campo i giocatori non spingono. La partita si trascina fino ai minuti finali e al suo annunciato epilogo, in un inguardabile torello a bassa intensità. Vendrame non è così però che si vuole guadagnare la paga, non è così che vuole essere ricordato, non è di quello che è fatto il suo calcio. Ed è così che arriva il guizzo, quel momento di autentica e incredibile follia. Dribblò l’intera sua squadra da un lato all’altro del campo senza che nessuno potesse fermarlo, fino a fintare il tiro davanti al proprio portiere incredulo. Ezio ha appena riscattato quella triste gara, ha regalato un’emozione che non si dimenticherà velocemente.
Gianfranco Zigoni – l’idealista-. La Juve manda in campo l’attaccante Gianfranco Zigoni già a 17 anni. Il giocatore ha tutto, stile, classe e forza. La testa però è ribelle e la Juventus pensa di sistemarla. A lui piacciono la vita, il respiro della notte, le buone compagnie, le emozioni e non capisce come si possa arrivare a grandi risultati se non si allenano, oltre al corpo, l’anima e lo spirito. Purtroppo però nessuno la vede come lui. Per tutti gli anni in bianconero, ci proveranno in molti a raddrizzare le sue traiettorie oblique. Del tutto inutilmente dirà poi la storia. Zigoni aveva sofferto quel clima di gelido e ostile nervosismo. Si separò dalla Juve, si riprese psicoligicamente e in questo modo regalò ai posteri una delle sue più riuscite ed eccentriche trovate. Una volta, nel 1976, il tecnico Ferruccio Valcareggi lo lasciò in panchina e lui, non approvando la decisione, ci andò in pelliccia e con il cappello da Tex Willer visto che faceva molto freddo al Bentegodi. Con l’Hellas Verona nacque un sodalizio eterno. Divenne Zigo-gol.
Dino Zoff -il solitario-. Dino è sempre stato di poche parole, affilate, centellinate e spese bene, ma ogni volta che va a sistemarsi tra i pali, la sua voce risuona sempre forte e profonda. Il 21 giugno del 1978 però è stata la sua giornata più difficile, anche per un portiere come lui capace di parate straordinarie, basta un solo errore per finire sul banco degli imputati. Per quasi tutti quelle due fucilate dalla distanza che si sono trasformate in gol per l’Olanda contro l’Italia nel Mondiale sono errori di Zoff. In pochi hanno riconosciuto invece che c’era ben poco da fare. Zoff però da quell’erba di Buenos Aires si rialza più dritto di prima e quattro anni dopo alza al cielo da capitano la coppa del mondo a Madrid.
Stefano Rizzo









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