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Red Canzian: “All’età di otto anni, la prima volta che vidi un jukebox ed ascoltai una canzone, dissi che avrei voluto essere uno di quelli che ci sta dentro!”

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Il 73enne trevigiano, nome di battesimo Bruno, è ampiamente riuscito a realizzare il suo sogno ed insieme ai Pooh accompagna, da quasi 60 anni, gli italiani in un viaggio fatto di musica e amore

Ho avuto il grandissimo piacere di intervistare un mito della musica italiana, Red Canzian, pseudonimo di Bruno Canzian (Quinto di Treviso, 30 novembre 1951), compositore, cantautore, polistrumentista e produttore discografico. Red ha partecipato al Festivalbar 1971 e dal 1973 è parte fondamentale dei Pooh, con i quali ha scritto capitoli meravigliosi della musica nazionale e mondiale e con i quali ha vinto il Festival di Sanremo nel 1990 con la canzone Uomini soli. Canzian da solista ha pubblicato album e partecipato all’edizione del 2018 del Festival di Sanremo. Troppe le sue opere per elencarle tutte, ma ha dimostrato la sua versatilità artistica scrivendo e interpretando spettacoli musicali e teatrali, come il grandissimo successo Casanova Operapop del 2022; ha scritto libri, come il suo ultimo del 2024: Centoparole – per raccontare una vita. Nel 2018 e 2019 è stato giurato e coach nel programma televisivo Ora o mai più su Raiuno, con la conduzione di Amadeus.

Che rapporto ha Red Canzian con il calcio?

Onestamente non mi posso ritenere un vero tifoso di calcio, non uno di quelli che la domenica non vede l’ora di seguire una partita, anche se, lo ammetto, mi capita di andare a vedere qualche partita dal vivo per amicizia magari di un calciatore, un presidente. Ho comunque un ottimo rapporto con il mondo del pallone ed infatti, essendo io di Treviso, ho scritto la musica per l’inno della squadra di calcio della nostra città Il Calcio del Sorriso, con le parole di Miki Porru. L’Inno fu presentato ufficialmente il 22 novembre 1998 allo stadio Omobono Tenni e lo cantai insieme ai miei figli Chiara e Philipp. Però devo ammettere che mi batte il cuore quando parliamo della nazionale e la seguo anche con la passione che sempre mi contraddistingue. Pensi che nel 2006 realizzammo (I Pooh ndr) l’inno della nazionale di calcio, in occasione del mondiale di quell’anno, intitolato Cuore Azzurro e sappiamo poi quanta fortuna portò ai nostri ragazzi.

Cosa pensa della situazione della nostra nazionale e di Luciano Spalletti?

Sono stati fatti dei bei danni! Onestamente non so se dipenda solo dal Ct o anche da alcuni giocatori, ma penso che lui si sia un po’ intestardito sulla scelta sempre degli stessi interpreti. Sono convinto che in Italia ci siano calciatori bravi e, anche solo per un calcolo di probabilità, non possono esserci solo 20/25 atleti meritevoli della Nazionale! Peccato che Claudio Ranieri abbia rinunciato perché lo vedo come un uomo solido e sono convinto avrebbe fatto bene. Comunque fiducia nella scelta fatta per il nuovo Ct.

A luglio 2024 avete tenuto un concerto in piazza San Marco dal titolo “Noi Amici per sempre”. In una società come quella moderna, dove sembra non esistere più l’amore per sempre, come siete riusciti a rimanere cosi uniti ed affiatati per quasi 60 anni?

Io sono arrivato 52 anni fa, ma dico sempre che i Pooh non avrebbero mai raggiunto certi traguardi, così come quello della nostra longevità come gruppo, se non ci fosse stata l’amicizia che ha avuto un valore ancora maggiore del talento. L’impegno straordinario profuso nel lavoro, lo stakanovismo che ci ha portati a produrre praticamente un album all’anno più la relativa tournee, consideri che abbiamo fatto più di tremila concerti! Tutto questo però non sarebbe stato sufficiente a farci arrivare sani ed integri se non ci fosse stato quel collante dell’amicizia, perché alla fine di una discussione o di una scelta non concorde su un arrangiamento, un testo, una musica, c’era sempre quell’abbraccio finale che metteva a posto tutto e questo avviene solo se c’è una reale amicizia fatta di rispetto, considerazione. Amici per sempre è una grande fortuna, ma mi permetto di dire che è anche un grande merito perché l’amicizia, come l’amore, come una pianta che teniamo in un vaso in casa, ha bisogno di cure e di amore quotidiani per vivere e sopravvivere ed essere forte e rigogliosa.

Nel 1973 Riccardo Fogli decide di intraprendere la carriera di solista e lascia i Pooh ed è così che arriva Red Canzian, come è avvenuto il tutto e cosa ha rappresentato per lei?

Riccardo lasciò il gruppo e c’era bisogno di sostituirlo. Vennero effettuati almeno un centinaio di provini di musicisti ed alla fine hanno preso me che in realtà non c’entravo nulla perché ero un chitarrista e non un bassista come Fogli. Il mio è stato un subentro indolore, naturale e, anzi, è risultata poi una fortuna per tutti, in primis per me che ho realizzato il mio sogno di bambino. All’età di otto anni, alla prima occasione in cui vidi un jukebox ed ascoltai una canzone dissi: “Io voglio essere uno che sta dentro al jukebox” e ci sono riuscito ed è magnifico realizzare il sogno che hai da bambino e farlo diventare la cosa che ti accompagna per tutta la vita.

L’hanno anche definita “poeta”, le piace?

Guardi è una definizione alla quale faccio fatica a collegarmi, anche se io interpreto la vita sempre con una forma di semplicità e di poesia, ma difficilmente mi lascio intrappolare all’interno di una canzone, tanto che io ne scrivo in realtà la musica, non il testo perché faccio fatica ad essere imbragato, incastrato, incatenato all’interno della metrica musicale e, conoscendo la lingua italiana e anche un po’ di poesia, scrivo libri. Ma è vero, la poesia si può esprimere anche con tre note, con un sorriso, con una frase un po’ più lunga del testo di una canzone che arriva ugualmente al cuore delle persone.

Il suo ultimo libro ha avuto e continua ad avere un grande successo, è alla quarta ristampa in meno di un anno, ce ne vuole parlare?

Il libro si intitola Centoparole, sottotitolo “Per raccontare una vita” (pubblicato da Sperling & Kupfer). Cerco, in qualche modo, di mettere in luce il fatto che noi non possiamo decidere quanto lunga sarà la nostra strada, ma lavorando seriamente possiamo decidere quanto sarà larga, rendendola anche migliore! Cerco di spiegare che se noi per primi non ci impegniamo quotidianamente a lavorare attorno al nostro sogno, alla sua bellezza, allora non potremo mai arrivarci ed io credo di esserci arrivato non solo perché canto o suono bene, ma perché, prima di tutto, c’è la mia passione per la vita, il meravigliarmi, sotto questo aspetto sono rimasto un po’ bambino e sostanzialmente sempre puro davanti alle cose che mi capitano, anche se sono cresciuto diventando un musicista, un manager, un produttore, però ho questo approccio alla vita, sempre molto incantato. Sono uno che ancora si commuove davanti ad un tramonto.

E, nel libro, cerca di spiegarlo in cento parole?

Sì, perché dietro ad ognuna di quelle cento parole c’è un suggerimento, un esempio anche basato su quanto mi è accaduto e cosa ho fatto per ottenere ciò che in un determinato momento cercavo di realizzare. C’è l’invito ad osare, a non aver paura dei fallimenti, credere alla bellezza dei propri sogni, impegnarsi, mettere passione in tutto ciò che si fa. Il libro sta avendo successo proprio perché arriva al cuore delle persone e le scuote nel profondo, risvegliando il proprio “io”, troppo spesso sommerso nella nebbia che ci fa dimenticare chi siamo. Ho scritto centoparole al termine della pandemia del 2020 ed ho voluto, appunto, indicare cento parole che, come in uno specchio, potessero riflettere qualcosa di importante, dando valore a cose come un abbraccio e quanto ci è mancato al tempo del distanziamento sociale. Seppur non parlo, nel libro, esplicitamente d’amore, è comunque un sentimento presente in ogni capitolo, praticamente in ogni frase. Ho voluto e tentato di trasmettere come, anche nelle situazioni più tragiche o comiche della vita, si possa trarre quell’entusiasmo, quel sorriso che poi ti apre tutte le porte e ti prepara a superare tutti gli esami che la vita ti porta ad affrontare.

Il 6 novembre 2020, ci lasciava il compianto Stefano D’orazio, vuole darci un ricordo di lui e di quello che rappresentava per il vostro gruppo?

Stefano rappresentava un collante meraviglioso per il gruppo, era uno stakanovista, un uomo molto preciso, si annotava tutto, anche se non ho mai capito se prendeva appunti perché era preciso o per il timore di dimenticarsene (sorride). Innanzitutto però è stato un grande amico, un uomo col quale mi sono confrontato su ogni cosa personale e non, tanto che è stato il primo a sapere, nel ’92, che io mi stavo separando per mettermi con la mia attuale moglie Beatrice Niederwieser e lì, in una notte, ha scritto la canzone Stare senza di te che racconta tutto ciò che succede a chi si separa. Eravamo davvero molto legati e spesso faccio fatica a pensare che non c’è più, perché è un pezzo della mia vita. Mi manca come amico e come collega. Se Stefano non ci avesse lasciato, saremmo arrivati con la formazione storica a festeggiare i 60 anni dei Pooh!

Ci sarà infatti un evento storico, nel 2026, i 60 anni di musica dei Pooh, ci può anticipare qualcosa?

In realtà ci sarà una lunga serie di eventi! Va considerato che, per gente come noi che è stata sul palco tutta la vita, l’unico modo per festeggiare e anche ciò che i nostri fan si aspettano è quello di suonare, di fare concerti. L’unica cosa che posso dirle è che sarà un anno pieno di musica che vorremo condividere con più fan possibile, perché alle feste si invitano gli amici e alle feste si suona, si canta, si balla e ci si diverte e ci si ricorda, si rievoca.

Oltre 400 canzoni scritte, mai banali, da dove attinge la vostra vena artistica?

La maggior parte delle musiche le ha scritte Roby Facchinetti, i parolieri sono stati Valerio Negrini che fu anche il primo batterista e il fondatore dei Pooh, poi ci fu l’avvento di Stefano D’Orazio! Valerio è sempre rimasto con noi sino al 2013 quando purtroppo è morto. Ha scritto canzoni memorabili come Uomini soli, Pensiero, Chi fermerà la musica, cioè i grandi successi dei Pooh li ha scritti proprio Valerio Negrini. Gli altri testi e stava diventando grandissimo anche lui, da La donna del mio amico (1996) in poi, li ha scritti Stefano D’Orazio. Quindi abbiamo avuto due batteristi/parolieri.

I vostri brani sono sempre frutto di un lavoro di gruppo?

Roby Facchinetti ed io componevamo le musiche, per poi consegnarle a Valerio o a Stefano che completavano l’opera con il testo, dopodiché, tutti insieme, ci occupavamo degli arrangiamenti. La composizione è una cosa molto intima, molto privata. Se abbiamo smesso di fare nuovi dischi è anche perché ci sono mancate le parole, dato che sia Valerio che Stefano ci hanno lasciato. Dove comincia il sole (ottobre 2010) è stato il ventinovesimo ed ultimo album di soli inediti del gruppo ed i testi sono stati scritti esclusivamente da Valerio Negrini.

Ha avuto diversi e seri problemi di salute, come li ha affrontati e superati?

Il 25 febbraio del 2015, a Roma, ho avuto una dissezione aortica e la fortuna ha voluto che a prendersi cura di me fosse un luminare, Ruggero De Paulis che sembrava mi stesse aspettando per salvarmi la vita. Nel 2018 un melanoma, tolto anni prima, si è poi rimanifestato con un tumore al polmone, ma solo 13 giorni dopo l’intervento ero sul palco a fare le prove di un mio tour a dimostrazione dell’entusiasmo e dell’amore che ho per questo mestiere. Nel 2022 il giorno dell’inizio delle prove del mio musical Casanova Operapop, sono stato ricoverato per un’infezione da Stafilococco aureo dovuta ad un banale taglio con un pezzo di legno, cosa che mi ha tenuto in ospedale per due mesi. Ho sempre cercato di affrontare tutto senza prendere le cose troppo sul serio, anche la malattia, cercando di superarla con l’entusiasmo, con quella follia, quell’insolenza di chi pensa di essere immortale.

Fonti foto: hollywoodreporter.itilnordest.it; ilgiorno.it

Luigi A. Cerbara

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