Il centrocampista cosentino intervistato da Passione del Calcio ha rimarcato anche l’importanza della convocazione in Nazionale
Tra i centrocampisti più prolifici del panorama calcistico italiano non si può non annoverare Stefano Fiore, che ha lasciato il segno in tutte le piazze nelle quali ha militato. Parma, Udinese, Lazio e Fiorentina sono state le squadre in cui l’esterno calabrese si è espresso al meglio fino a giungere alla Nazionale con cui ha collezionato 38 presenze e due reti tra il 2000 e il 2004. Poi il passaggio al Valencia per via delle vicissitudini societarie della Lazio e da lì in avanti tutte piccole esperienze (esclusa Firenze) fino alla conclusione di carriera nel 2011 con la maglia del Cosenza, squadra della sua città.
Qual è il momento che ritieni più importante nella tua carriera calcistica ?
Sicuramente la convocazione in Nazionale, perché per ogni giocatore che inizia questa professione è il massimo a cui si possa aspirare.
Per quanto riguarda i tuoi trascorsi biancocelesti, c’è un ricordo a cui sei legato affettivamente? Ti dispiace non aver mai vinto il derby ?
Sì, mi manca non averlo vinto. Ci sono andato spesso vicino, ma non ho mai avuto questa fortuna. Di ricordi belli ne ho diversi, quello a cui sono più legato è la vittoria della Coppa Italia nel 2004 poco prima di lasciare la Lazio, perché i successi sono ciò che fa più piacere.
Parlando della Lazio di Simone Inzaghi, l’Europa League è la massima ambizione per questa stagione o si può aspirare a qualcosa di più ?
Ritengo che l’Europa League sia un obiettivo sicuramente più alla portata, per raggiungere traguardi ambiziosi, però credo serva uno sforzo maggiore.
Cosa pensi del rendimento dell’Udinese? Hanno inciso i continui cambi di allenatori (Colantuono-De Canio-Iachini-Delneri)? Che tipo è Luigi De Canio (tornato quest’anno per pochi mesi sulla panchina bianconera) visto che ti ha allenato?
Cambiare spesso non aiuta, dall’esterno sembra ci sia troppa confusione e un progetto non ben definito come invece è stato in passato. Si è passati da allenatori giovani ad altri più esperti. Inoltre Iachini gioca con il 4-4-2, mentre ad Udine da svariati anni giocano con la difesa a tre. Per quanto riguarda De Canio, è uno degli allenatori più importanti della mia carriera che è riuscito meglio di altri a collocarmi in una posizione di campo a me congeniale e mi ha permesso di diventare un giocatore importante e di raggiungere la Nazionale.
Nel 2004 sei stato il capocannoniere della Coppa Italia con ben sei reti di cui tre nel doppio confronto in finale con la Juventus. A cosa attribuisci la tua vena prolifica in questa competizione ?
Non penso che dipenda dalla competizione, quell’anno feci sedici goal complessivi tra Campionato, Coppa Italia e Champions League. È stata la stagione migliore della mia carriera, segnavo un po’ a tutti e in quella doppia finale mi esaltai, ma essere andato a segno di più in coppa è stato frutto di una casualità.
Con la Nazionale hai disputato due campionati Europei di cui uno da protagonista. Hai il rimpianto di non aver mai preso parte ad una spedizione mondiale ?
Si, soprattutto perché a cavallo tra i due Europei potevo benissimo rientrare tra i 23, mentre sia in Corea nel 2002 sia nella spedizione vincente del 2006 in Germania non sono stato convocato un po’ per sfortuna, un po’ per scelte diverse da parte degli allenatori. Rimarrà sempre un piccolo cruccio però sono contento di ciò che ho fatto in azzurro.
Nel tuo palmares si possono annoverare diversi trofei, che per la maggior parte sono internazionali. Come te lo spieghi?
Ho avuto la fortuna di giocare in squadre forti che si sono fatte valere soprattutto a livello internazionale, come il Parma con cui ho vinto due Coppe Uefa. Con il Valencia vinsi la Supercoppa Europea appena arrivato. In quegli anni è stato più facile vincere a livello internazionale perché in Italia ho quasi sempre giocato in realtà di provincia, dove non si lottava per grandi titoli.
Facendo un salto in Liga, campionato in cui hai militato, visto il leggero calo delle grandi, ritieni che quest’anno possano inserirsi per la lotta al vertice anche squadre come Siviglia, Villareal e Athletic Bilbao ?
Me lo auguro, queste formazioni stanno giocando un bel calcio. Spero che le piccole possano infastidire le grandi e, anche se il Real Madrid sta pagando la precaria condizione di Cristiano Ronaldo e di altri elementi importanti, vedo comunque una lotta a tre (Real Madrid, Barcellona e Atletico Madrid) per la conquista della Liga.
Come vedi il nuovo Valencia targato Cesare Prandelli ?
Avrà molto da lavorare, il Valencia non è più una club competitivo come un tempo e la rosa è stata rinnovata parecchio. Dovrà conoscere i giocatori, ma nonostante ciò Prandelli può far bene visto che è un allenatore propositivo e gli allenatori propositivi in Spagna sono sempre ben accetti.
Cosa ha significato per te aprire e chiudere la carriera con la squadra della tua città natale ?
È stata una bella storia, anche se immaginavo di smettere più in là con l’età. Aprire e chiudere la carriera nella mia città natale, tra la gente che mi vuole bene, ha rappresentato per me qualcosa di importante, però l’ennesimo fallimento del Cosenza mi ha fatto capire che era giunto il momento di chiudere con il calcio giocato.
Ringrazio sentitamente Stefano Fiore per avermi concesso quest’intervista.
Antonio Pilato
Fonte dell’immagine: www.sportcafe24.com








