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Arturo Di Napoli: “Il mio viaggio tra sogni, sacrifici e nuove sfide”

   Tempo di lettura 10 minuti

L’ex giocatore di Napoli e Inter si racconta tra ricordi di campo, l’esperienza da allenatore e la sorprendente avventura alla guida della New Dreams, squadra di cantanti e influencer

Arturo Di Napoli, soprannominato “Re Artù”, è stato uno di quei calciatori capaci di lasciare il segno grazie al talento, alla fantasia e a una personalità forte, dentro e fuori dal campo. Attaccante tecnico, spesso identificato con il ruolo del numero 10, nel corso della sua carriera ha vestito maglie importanti del calcio italiano, vivendo esperienze significative con club prestigiosi come l’Inter, dove è cresciuto calcisticamente e rimasto sino al 1993 per poi tornare, per un periodo, nel 1997 e il Napoli dal 1995 al 1997, senza dimenticare il lungo percorso tra Serie A, Serie B e piazze che lo hanno consacrato come uomo simbolo per passione e carattere. Nel 2012 inizia la sua carriera da allenatore tra Serie D e Serie C con un’esperienza in terza categoria con il progetto a scopo benefico della New Dreams, squadra formata da artisti e influencer.

Arturo, quando ripensa alla sua carriera, qual è la prima immagine che le viene in mente? Come vorrebbe essere ricordato: più come calciatore, allenatore o uomo di calcio?

Posso affermare senza problemi che il meglio l’ho dato come calciatore e ci sono alcuni momenti assolutamente particolari che mi tornano in mente, uno su tutti è il goal vittoria realizzato a San Siro con il Vicenza. Milan-Vicenza 0-1 del 1997, segnare e, oltretutto, vincere alla Scala del Calcio contro i rossoneri è qualcosa che non si dimentica. Sicuramente, quando si pensa a me, vorrei lo si facesse come un uomo di calcio, perché seppure col tempo si cambi veste, alla fine siamo uomini di calcio che sanno come funzionano le cose dentro e fuori dal campo.

Arturo di Napoli con la maglia del Messina in Serie A nella stagione 2005/2006

Essere un numero 10 aveva un significato speciale: cosa rappresentava per lei quel ruolo? Nel calcio di oggi esiste ancora il vero numero 10 oppure è una figura che sta scomparendo?

Certamente nasco calcisticamente come trequartista, anche se poi Novellino, così come Guidolin mi hanno fatto giocare come seconda punta, proprio perché cominciava ad essere complicato collocarmi per il modo di calcio in cui ci si stava indirizzando, il cosiddetto calcio moderno. Basti pensare ad un calciatore come Pirlo che ha dovuto cambiare ruolo, anche se poi è diventato quello che sappiamo. Purtroppo quella del numero 10 è una figura sempre più rara, seppur non stia scomparendo, perché calciatori come Neymar, Messi tengono in vita questo ruolo che è fantasia, imprevedibilità, genio, estro. A volte un calciatore con simili caratteristiche può anche far arrabbiare i suoi difensori e centrocampisti, ma il numero 10 è quello che dà sempre l’impressione di avere qualcosa in più degli altri, colui che entusiasma, emoziona maggiormente i tifosi, perché le giocate del fantasista sono quelle che restano impresse, al di là del risultato. E’ colui che, anche in una giornata negativa per la squadra, per il collettivo, dove non riesce ciò che si è preparato schematicamente e tatticamente, lui, il 10, ti risolve la partita!

Arturo con la maglia del Napoli stagione 1996/1997

Cosa ha significato indossare le maglie di Napoli e Inter?

Sono passaggi che credo di aver sfruttato poco, sono due maglie che hanno un peso specifico importante, una storia, una cultura calcistica enorme, l’Inter per un verso, il Napoli per un altro. Il Napoli ha ormai colmato quel gap che c’era all’epoca. Due maglie di cui sono fiero, il Napoli ha avuto un sapore speciale, perché è la città di tutti i miei familiari e posso considerarmi napoletano d’adozione, anche se umanamente e calcisticamente sono cresciuto nell’Inter dove, tra giovanili e prima squadra, sono rimasto 11 anni e considero una seconda famiglia per me.

Cosa manca al calcio italiano per valorizzare meglio giovani talenti?

Il coraggio, semplicemente quello. Sinceramente non credo che gli ormoni di tutte le famiglie italiane siano impazziti! (ride!) La spiegazione è semplice, i talenti ci sono, ma noi preferiamo mandarli nelle serie minori a fare esperienza, ma se un calciatore è bravo nella Primavera, non vedo alcun problema se gli viene consentito il passaggio in prima squadra che è poi quello che ci manca, facciamo fatica a consentirlo appunto per mancanza di coraggio! Gli esempi li abbiamo sotto gli occhi, esempi di giovani che hanno avuto la fortuna, la congiunzione astrale che li ha poi portati a giocare, per infortuni dei titolari o altri eventi che hanno “costretto” chi di dovere, al loro inserimento in campo. Più colpa della mancanza di coraggio piuttosto che della mancanza di talento.

Quando è passato dal campo alla panchina cosa ha scoperto di diverso rispetto a quando era giocatore? Le piacerebbe tornare in panchina?

Il passaggio ad allenatore mi ha fatto scoprire un mondo completamente diverso, fatto anche di regole non scritte, di responsabilità. L’allenatore è uno che deve pensare h24, ad ogni singolo dettaglio e questo mi ha fatto comprendere quanto fossi ingiustamente indisponente con i miei allenatori (sorride). Questo è stato l’impatto più grande! Sì, mi piacerebbe tornare in panchina, ma, ammetto che, anche per una questione caratteriale, non vado a bussare a nessuna porta, soprattutto perché quando lo si fa c’è sempre il rischio di dover sottostare a determinate richieste sul come operare ed effettuare il proprio lavoro, si può discutere sull’ingaggio, come è giusto che sia, ma non si deve certo pagare dazio professionalmente per fare l’allenatore, cosa che purtroppo esiste e tutti fanno finta di nulla e questa è una cosa che non fa bene al sistema. Il nostro calcio, non cresce culturalmente, ci sono sempre i soliti procuratori, i soliti direttori e nessuno ti ascolta, nessuno valuta le tue idee se non rientri nella solita cerchia. In Premier League non è così, ti ascoltano anche se non sei nessuno e valutano i tuoi talenti, in Italia se non hai gli agganci giusti non vieni considerato! Comunque, nel calcio ci sono sempre stato, ho un’agenzia di scouting, ho una mia idea di calcio, seguo tutte le partite, insomma sono sempre pronto per tornare ad allenare.

Come è nata l’esperienza con la New Dreams? Allenare cantanti e influencer è più difficile o più divertente rispetto a una squadra tradizionale? Qual è stato l’episodio più curioso o divertente vissuto con loro?

Semplicemente divertente! E’ stata un’esperienza fantastica. Un ruolo che ho accettato con vero piacere per un progetto dal puro scopo benefico. La preparazione alla partita con la New Dreams era leggera, non c’era l’obbligo del risultato, anche perché quei ragazzi hanno una vita completamente diversa da quella che potrebbe essere nel mondo del calcio. Tramite loro ho conosciuto un mondo, quello social, a me completamente sconosciuto e che reputo infinito, perché non si sa dove possa arrivare, in cosa possa sfociare e che ha un’influenza pazzesca sul mondo reale che è completamente un’altra cosa.

Arturo Di Napoli: lezione di tattica per la New Dreams

Ha trovato qualcuno con vero talento calcistico tra i personaggi del mondo dello spettacolo?

Moreno non era male, calcisticamente parlando, aveva talento.

Che messaggio voleva trasmettere attraverso questa esperienza?

Lo scopo era quello di una raccolta fondi, ma credo che sia stata un’esperienza molto bella che poteva divenire una realtà importante con la quale si avrebbe potuto veicolare messaggi positivi, perché noi, protagonisti del mondo del calcio, non dobbiamo mai dimenticare l’importanza del nostro ruolo, tramite il quale siamo, anche inconsapevolmente, un esempio, una spinta positiva per chi ci guarda.

C’è un giocatore italiano che secondo lei può diventare simbolo del nostro calcio?

Faccio davvero fatica a rispondere! Soprattutto perché si è perso quel senso di appartenenza che c’era ai miei tempi, basta vedere Donnarumma che, nonostante sia stato cresciuto dal Milan, ha ceduto al dio denaro, anche questo rende davvero difficile pensare a qualcuno che possa divenire un simbolo del nostro calcio.

C’è qualcosa che nel calcio rifarebbe diversamente?

Molte cose farei in maniera diversa, indipendentemente dal ruolo.

Fonti foto: 98zero.comit.wikipedia.orgsport.virgilio.it;emme22.it

Luigi A. Cerbara

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