Da centrocampista di talento e rigorista quasi implacabile ad allenatore delle giovanili, racconta a Passione del Calcio il suo percorso fatto di ingegno e dedizione che ancora oggi lo contraddistinguono, oltre a svelare il racconto dietro la nascita dell’inno “Forza Atalanta”
Marino Magrin, classe 1959, ha calcato i campi con alcune delle maglie più prestigiose del calcio italiano, tra cui quella di Atalanta (1981-87), dove è diventato un punto di riferimento, e Juventus (1987-89).
Conosciuto per la sua tecnica e i calci piazzati, ha giocato anche per Bassano Virtus (1974-78 e 1992-93), Montebelluna (1978-80), Mantova (1980-81) e Verona (1989-92), oltre a collezionare tre presenze nella nazionale olimpica (1987).
Terminata la carriera da giocatore, ha messo la sua esperienza al servizio delle panchine, allenando le nuove generazioni di squadre come Mantova, Tritium, Atalanta (Giovanili) e Milan (Pulcini).
Vorrei tornare indietro nel tempo e chiederle dove ha imparato le tecniche basilari per giocare a calcio e se c’è un aneddoto specifico degli anni giovanili, magari un momento che le ha fatto capire per la prima volta che il pallone era la sua vera strada.
Da ragazzino, avendo due fratelli maggiori appassionati di calcio, li seguivo sempre e passavo ore a giocare con il pallone contro il muro di casa. Cercavo di non colpire le finestre, altrimenti mia mamma mi sgridava e così cercavo di migliorare il controllo con l’esterno, l’interno, il collo del piede.
Negli anni ’70, non c’erano le scuole calcio per bambini di 5 o 6 anni come oggi, si iniziava intorno ai 10 anni, si facevano le partite all’oratorio. Cercavo di distinguermi, volevo essere il migliore e mi accorgevo che gli altri mi sceglievano. Qualcosa, evidentemente, avevo dentro.
Fin da piccolo, ho sempre calciato i rigori; l’allenatore mi affidava il ruolo di primo rigorista, nonostante in squadra ci fossero ragazzi più grandi di me.
A 15 anni sono approdato a Bassano del Grappa, dove ho incontrato l’allenatore Bepi Bonotto. Per noi era come un padre o uno zio: il venerdì, dopo l’allenamento, tratteneva me e altri due o tre compagni più dotati tecnicamente, metteva una sagoma e ci faceva provare a calciare sopra la barriera, cercando di imitare Mariolino Corso, un grande giocatore dell’Inter, con traiettorie che mettessero in difficoltà il portiere.
Da ragazzo, il mio punto di riferimento era Gianni Rivera e volevo imitare il modo in cui toccava il pallone.
Quando sono arrivato a Bergamo, sotto la guida del mister Ottavio Bianchi, mi sono specializzato nel tiro sopra la barriera. Mi fermavo spesso dopo gli allenamenti per perfezionare le conclusioni dei tiri in porta.
Dopo un inizio carriera nel Bassano Virtus (1974-78), Montebelluna (1978-80) e Mantova (1980-81), nel 1981 è arrivato all’Atalanta quando la squadra era in serie C. Nel corso di tre stagioni avete scalato le classifiche fino ad arrivare alla promozione in serie A.
A Bergamo viene ancora ricordato come “Il Professore”?
Ho passato davvero tutte le categorie: dagli esordienti ai giovanissimi, poi la Terza Categoria, fino ad arrivare alla serie C, B e A.
A Bergamo non mi chiamano “Il Professore”, ma “Marino Magrin tira la bomba” perché in quegli anni, sia in serie B che poi in serie A, ero spesso incaricato di battere le punizioni e i rigori, sbloccando il risultato finale.

Quindi i rigori sono sempre stati una sua caratteristica?
Sì, i rigori sono sempre stati la mia specialità, anche alla Juventus ero il primo rigorista. Nel corso della mia carriera ne ho sbagliati tre: uno con la Juventus, uno con l’Atalanta e uno a Verona. Cercavo sempre di rifarmi la domenica successiva, ma quando sbagli un gesto tecnico o perdi una partita, ti porti dentro un certo rancore fino al mercoledì. Nel calcio, come in ogni lavoro, ci sono momenti di gioia e altri di tristezza. Anzi, non ho mai detto che il mio è stato un lavoro, mi sono sempre sentito fortunato a poter fare il calciatore.
A 14 anni, per motivi familiari, ho lavorato cinque anni come operaio in una falegnameria. Mai avrei pensato di arrivare a certi livelli, di raggiungere traguardi così importanti e diventare protagonista nella massima serie italiana.

Da bambino aspirava a diventare calciatore?
No, da piccolo cercavo e volevo essere tra i migliori della mia squadretta. Quando dal mio paese sono andato a Bassano del Grappa, il mio desiderio era dare il massimo, essere protagonista per restare e non essere mandato indietro.
Il trasferimento da Bassano a Montebelluna, per me, era già un sogno: lì c’erano giocatori che arrivavano da Vicenza e quindi con una certa professionalità. Li osservavo in tutto, anche nel modo in cui si cambiavano, volevo imitarli.
Il mio obiettivo, stagione dopo stagione, era sempre lo stesso: essere riconfermato per la squadra con cui giocavo. È stato così a Montebelluna, poi a Mantova e infine a Bergamo.
Ricordo il mio primo anno all’Atalanta, in serie C, nel 1981. Il mister Ottavio Bianchi (colui che portò il Napoli di Maradona alla vittoria del primo scudetto nella stagione 1986-87), mi fece giocare tutte le partite (34) di campionato. Per me fu motivo di orgoglio perché significava che aveva visto qualcosa in me. Già dalla seconda partita, i tifosi mi incitavano gridando il mio nome e questo mi spronava tanto per migliorare giorno dopo giorno.
I tifosi quale carica possono dare ad un giocatore? E qual è stato l’avversario che le ha insegnato di più, anche senza volerlo?
I tifosi sono in grado di darti una spinta incredibile, soprattutto nei momenti di difficoltà. Quando sentivo urlare “Dai Marino, forza!”, mi davano un’energia unica.
Prima di specializzarmi nei calci piazzati, correvo tantissimo a centrocampo, da mezzala, e il mio idolo era Marco Tardelli della Juventus. L’ho sempre ammirato per la grinta, la corsa, la determinazione. Ho avuto anche la fortuna di giocarci contro in un’amichevole.
Quando sono arrivato alla Juventus, nello spogliatoio mi ritrovai con la poltroncina accanto a Beniamino Vignola e Gaetano Scirea. Per me Scirea era un altro idolo, campione del mondo e siamo diventati molto amici, insieme anche ad Antonio Cabrini.
Il suo passaggio nel 1987 alla Juventus immagino che sia stato un momento di pressione considerando la grandezza del club e l’onere di sostituire Michel Platini. A posteriori, rifarebbe la scelta di spostarsi a Torino o avrebbe continuato a giocare a Bergamo?
Ho solo un rammarico legato a quell’anno perché feci un grande campionato con l’Atalanta e Trapattoni avrebbe voluto portarmi all’Inter, ma per vari motivi societari presero Scifo.
Non ho mai avuto un procuratore, il calcio non funzionava come adesso, e così leggevo dai giornali che c’era un interesse del Milan. Alla fine, però, fu il presidente dell’Atalanta Bortolotti a decidere: era legato alla Juventus e volle che andassi a Torino.
Il vero dispiacere fu lasciare l’Atalanta proprio in quell’anno. Ero diventato capitano e, purtroppo, retrocedemmo dopo la sconfitta di 1-0 a Firenze. Considerando anche la mia età, sarei rimasto volentieri a Bergamo; mi sentivo parte di una famiglia, come Antognoni a Firenze, ero diventato la bandiera dell’Atalanta.
Infatti nel 1984 non solo ha vestito la maglia nerazzurra, ma ha scritto e cantato l’inno “Forza Atalanta”, accompagnato dall’orchestra “Enzo & Beppe” e dal coro dell’Atalanta Club Valgandino. Cosa l’ha spinta a creare questo inno, inciso 41 anni fa e simbolo ancora attuale per la Dea? Qual è il ricordo più vivo che le torna in mente pensando al processo creativo del testo?
Da ragazzino, nel mio paese, ogni anno si teneva un piccolo festival chiamato “Voci nuove” e io partecipai per tre anni; mi è sempre piaciuto cantare.
A Bergamo, conobbi alcuni amici tifosi dell’Atalanta che avevano una piccola orchestra. Ogni venti giorni, io e altri tre giocatori andavamo a cena con loro e uno dei ragazzi portava la chitarra. In quelle serate nacque l’idea di creare l’inno per la squadra.
Così, un giorno del 1984, io e mia moglie ci mettemmo a scrivere il testo. Era l’anno della serie B e stavamo vincendo il campionato. L’inno uscì il giorno della partita contro il Como, segnai anche un gol (finì 1-1), e per anni fu la canzone ufficiale del club bergamasco.
Lo scorso anno abbiamo festeggiato il quarantesimo anno e devo ringraziare la società e in particolare il presidente Percassi, in quanto ci ha ospitato per cantare l’inno allo stadio. È stato bellissimo vedere che anche i tifosi lo ricordavano e lo cantavano con noi!
Oggi seguo i bambini per il calcio e vado negli oratori e ogni tanto capita che qualcuno mi chiami e mi faccia sentire, dalla segreteria telefonica, proprio “Forza Atalanta”! In quei momenti non posso fare altro che sorridere, ringraziarli e offrire loro un caffè.

Quale squadra tifa? Cosa pensa della magnifica stagione 2024-25 dell’Atalanta, arrivata al terzo posto della massima serie italiana?
Da bambino ero tifoso del Milan, ma oggi non posso non tifare le squadre in cui ho indossato la maglia e la prima è l’Atalanta naturalmente.
Con Gasperini, in questi nove anni (2016-25), ci siamo divertiti perché lui insieme allo staff, alla società e al presidente hanno portato questa Atalanta ai vertici, regalando gioie immense.
Affrontare squadre come Liverpool, Arsenal e portare il Real Madrid a Bergamo, cercando anche di tenergli testa, è una grande soddisfazione, così come la prima vittoria dell’Europa League due stagioni fa (2023-24).
Speriamo di continuare in questo modo, facendo giocare bene la squadra, mantenendo una mentalità vincente e facendo esordire ragazzi giovani e promettenti.
Se potesse rivivere una sola partita della sua carriera, quale sceglierebbe? E farebbe qualcosa di diverso?
In realtà, più che una singola partita, posso dire che con il calcio mi sono divertito. Mi è dispiaciuto tantissimo quando ho dovuto abbandonare, far capire che non si è più quelli di prima. Avrei potuto continuare altri due o tre anni, ma ho sempre pensato che lo sport, a certi livelli, richieda il massimo.
Dopo l’esperienza a Verona, sono tornato per sei mesi a Bassano del Grappa, quasi per chiudere il cerchio e per dare soddisfazione anche a coloro che hanno creduto in me fin dall’inizio. Io con il calcio mi sono divertito, non c’è una partita sola da ricordare, ce ne sono tante. Se devo citare un incontro che tutti ricordano, è quello contro il Milan nel mio primo anno in serie A: segnai un gran gol su punizione a sei minuti dalla fine e ci permise di essere salvi con tre giornate di anticipo.
Devo solo ringraziare Madre Natura per avermi donato corsa, tecnica, visione di gioco, oltre alle persone che hanno creduto in me.
Ha mai avuto un rituale segreto prima di entrare in campo?
Mi piaceva sentire le scarpe belle strette; in particolare, prima dell’inizio di gioco, mi stringevo forte la scarpa destra.
Un altro gesto era il segno della croce prima della partita.
Dopo una carriera ricca di esperienze e di crescita professionale sul campo, ha scelto di proseguire come allenatore prima con il Mantova (1998), poi con la Tritium (2007), per approdare alle Giovanili dell’Atalanta e ai Pulcini del Milan (2011-16).
Il suo ruolo di “professore” con le nuove generazioni cosa ha significato per lei e quali lezioni ha voluto trasmettere ai ragazzi che hanno passione e talento nel calcio odierno?
Dopo aver concluso la carriera da calciatore, ho fatto il corso per allenatori e la società Atalanta, grazie al maestro Bonifaccio, mi ha coinvolto subito ad allenare i giovani. Lì mi sono sentito gratificato perché insegnare ai ragazzi è bellissimo; trasmettere la tecnica, i fondamentali, stare con loro ti mantiene giovane.
Dopo sei anni, ho provato l’esperienza con categorie superiori e mi sono divertito. Ho trascorso cinque anni al Milan e andavamo anche all’estero a fare dei tornei, mi sono sentito gratificato. Fortunatamente, ogni allenatore lavora con giocatori interessanti e tanti di quelli che ho avuto sono approdati a giocare al massimo livello. Ad esempio, qualche sera fa ero a cena con degli amici e mi hanno chiesto se avessi visto la partita Arsenal-Milan e, anche se il Milan ha perso, c’era Torriani (portiere, classe 2005) che ha parato tre rigori. Oltre a lui, ho avuto anche Perrucci e tanti altri ragazzi promettenti della stessa generazione. Tra le annate precedenti ricordo Alberto Brignoli, l’attuale portiere dell’AEK Atene, che nel 2017, con il Benevento, segnò un memorabile gol di testa al 94’ contro il Milan. Vederli crescere e sentirsi ringraziare è una soddisfazione.
Credo che un istruttore non debba solo insegnare la tecnica, la tattica. Ho sempre cercato di mettere i ragazzi a loro agio, anche parlando con loro di scuola, di famiglia, della loro vita fuori dal calcio. Quando un giocatore sente che c’è un rapporto vero con il suo allenatore, nasce la stima e la fiducia.
Attualmente non sono più un tecnico interno, seguo il calcio da lontano, anche attraverso mio figlio che quest’anno allenerà l’Under 16 del Monza. I ragazzi non sono cambiati: hanno tante distrazioni, mille stimoli, ma basta fargli capire che quando sono in campo bisogna pensare al gioco. Queste generazioni hanno tutto a portata di mano, con un tasto possono vedere il mondo intero, ma spesso manca l’affetto. Bisogna stare vicino a questi ragazzi ed essere sensibili come lo sono loro.
Pensiamo ad un giovane che indossa una maglia importante della serie A: all’inizio può essere titubante, ma poi è fondamentale restare con i piedi per terra e capire che la cosiddetta “pagnotta” non te la regala nessuno.
Se potesse lasciare una frase scritta sul muro dello spogliatoio per i ragazzi che stanno iniziando adesso, quale sarebbe?
Non è facile, ma la cosa migliore che potrei dire è “Divertitevi perché il calcio è bellissimo”.
Da istruttore, alcune volte, prima delle partite scrivevo su un foglietto o sulla lavagna qualche parola per incitare i ragazzi, per accendere in loro un fuoco.
Anni dopo, quando incontri quei ragazzi ormai cresciuti che ti vengono a salutare e si ricordano certe frasi oppure certe idee, è una grande soddisfazione perché vuol dire che hai lasciato qualcosa dentro di loro.
Nel calcio, come in tutti gli sport, il divertimento è fondamentale. Certamente, ci sono momenti bui e si fa fatica, ma arrivano le gratificazioni. Quando ci sono ventimila, cinquemila o anche solo tre persone a tifare, il calore e l’incitamento valgono tutto il lavoro svolto fino a quel momento.
Fonti foto: atalanta.it, ilnobilecalcio.it, myjuve.it, terzotemposportmagazine.it
Gaia Melena








