Abbiamo avuto il grande piacere di conversare con l’attore e vinificatore nonché figlio d’arte e abbiamo scoperto che più che “personaggio” è un uomo con le idee chiare, schietto e diretto, ma anche umile e con un amore viscerale per il compianto padre Ugo e, seppur con le dovute differenze, anche per il Milan, sua squadra del cuore. Un tifoso attento e particolarmente critico sulla situazione rossonera, puntando soprattutto il dito sui comportamenti dell’attuale società che nulla hanno a che vedere con lo storico stile del club meneghino
Gianmarco Tognazzi è un attore e conduttore televisivo. La sua carriera cinematografica inizia sin da bambino recitando in dei film con il mitico papà Ugo Tognazzi; in seguito è interprete in altri film tra i quali Vacanze in America di Carlo Vanzina (1984), Una notte al cimitero di Lamberto Bava (1989). Sempre nel 1989 conduce insieme a Danny Quinn, Rosita Celentano e Paola Dominguìn il Festival di Sanremo. Negli anni ’90 si dedica anche al teatro, tra i vari spettacoli rammentiamo Testimoni (1997-1999) con Alessandro Gassmann, col quale ha un importante sodalizio artistico confermato dall’ottimo successo. Nei primi del 2000 e nei ’10 è protagonista in diversi musical. Negli anni recita in molte pellicole per il cinema: Ultrà di Ricky Tognazzi (1991), Teste rasate di Claudio Fragasso (1993), I laureati di Leonardo Pieraccioni (1995). Sempre in coppia con Alessandro Gassmann per il cinema interpreta Uomini senza donne (1996) e Facciamo fiesta (1997), entrambi diretti da Angelo Longoni e Teste di Cocco (2000) di Ugo Fabrizio Giordani. Nel 2005 fa parte del cast Romanzo criminale di Michele Placido, mentre nel 2008 recita nel film Il mattino ha l’oro in bocca di Francesco Patierno e l’anno successivo in Ex di Fausto Brizzi, nel 2012 in Bella addormentata di Marco Bellocchio, nel 2013 in Mi rifaccio vivo di Sergio Rubini, nel 2014 in Incompresa di Asia Argento. Per la tv recita nel 2015 in Pietro Mennea – La freccia del Sud regia di Ricky Tognazzi. Nel 2021 è co protagonista della serie tv Sky Speravo de morì prima, tratta dal libro Un capitano scritto da Francesco Totti e Paolo Condò, dove interpreta Luciano Spalletti.
Tifoso milanista da generazioni, il tifo si tramanda, ma com’è essere “milanisti”?
Ho sempre pensato che il tifo si tramanda, seppur non sia una soluzione obbligatoria, in genere dipende molto dal rapporto familiare, dalla passione innata che si ha per il calcio. Il calcio è una passione pura, per cui essendo cresciuto con un padre che già veniva, non solo da me, ammirato per tanti motivi, non c’è stata una forzatura, ma una via naturale per raggiungere un certo livello di rapporto con lui, avere un qualcosa in comune e questo è anche sinonimo dell’ottimo rapporto che avevamo. Quindi sì, possiamo dire che il tifo per il Milan è una sorta di tradizione familiare, così come lo è stato il lavoro e altre passioni. L’essere milanista… io vivo il calcio come l’identificazione nei valori che quella squadra ha. Il corso Berlusconi, che piaccia o non piaccia, ha rappresentato per molti versi, dei valori ben precisi, lo stile Milan era molto chiaro e lo era a tutti i livelli, dal vivaio, al settore giovanile, alla prima squadra. La logica dello “zoccolo duro”, l’italianità e molto altro.
Lei ha vissuto appieno l’era Berlusconi al Milan: che ricordi ha, oltre ai tanti successi?
Esisteva un Milan vincente ed uno stile Milan anche prima di Berlusconi, ma con il suo avvento ha cercato ed ottenuto ottimi risultati perseguendo tale obiettivo con linearità. Lo ha fatto anche attraverso delle scelte ardite, rivoluzionarie e da quel punto di vista è difficilmente criticabile, perché ha trovato la forma, la sintesi e le risorse per dare continuità a quel tipo di progetto. Così come ha fatto grande il Milan, ha però chiuso male la sua esperienza in rossonero, un po’ tirando il freno a mano e un po’ manifestando l’intento di lasciarci in buone mani, cosa che però non gli è affatto riuscita.
Cosa pensa del travagliato e lungo periodo post Berlusconi? E che idea ha del Milan attuale?
Il Milan rappresenta un modo di essere e per me il tifo è il supporto alla propria squadra e non andarle contro, così come l’etimologia stessa della parola esplicita. Lo stile Milan, la squadra che ho sempre tifato, è fatto di sportività, rispetto dell’avversario, lo sviluppo del settore giovanile, la solidità del gruppo, sono tutte cose che stanno subendo un mutamento che fa sì che io non riconosca più il mio Milan. La gestione della vicenda di Paolo Maldini è emblematica, praticamente cacciato, oltretutto dopo aver ottenuto ottimi risultati, danneggiando non solo la persona, ma l’identità del Milan, la storia del club, il suo futuro! Un danno conseguenza di mancanza di professionalità, di competenza e di umanità che impedisce anche, molto probabilmente, di avere un gruppo unito e forte, come abbiamo ampiamente riscontrato nell’ultima stagione. La mia speranza più grande è che se ne vadano! C’è un’idea chiara e comune di quale debba essere l’identità del Milan ed è altrettanto netta l’insoddisfazione per la mediocrità attuale e che, per giunta, viene spacciata come il meglio che si possa fare e vedo, purtroppo, che basta che la società tiri fuori uno specchietto per le allodole, una mezza supercazzola, e la gente crede ad una narrazione senza chiedersi mai: “Ma perché?”. Nessuno ormai si fa più delle domande, ma io non mi lascio abbindolare, anche perché fare la supercazzola a me, è molto difficile, visto sono il figlio di colui che l’ha inventata.
Il calcio è cambiato, anzi è avvenuta una vera e propria rivoluzione, sia nella gestione dei club, sia nel regolamento, questa evoluzione pensa abbia fatto bene al mondo del pallone?
Il calcio è uno sport in cui la fallibilità è insita e quindi i cambiamenti nel regolamento e l’inserimento della tecnologia li trovo positivi, principalmente perché dovrebbero semplificare l’intero sistema, renderlo più giusto. Ci sono cose molto utili e altre, purtroppo, contraddittorie. Spesso è più che altro una questione di logica e di buon senso che non sempre vengono applicate. I maxi recuperi, ad esempio, sono durati per un po’ e poi siamo tornati quasi alla normalità e, comunque, c’è una degenerazione comportamentale all’interno del terreno di gioco per la quale non si comprende perché non possa essere inserito il tempo effettivo. Senza alcun dubbio andrebbe trovata una migliore coerenza sul fuorigioco. La mia logica si potrebbe definire alquanto banale e consiste nel considerare il fuorigioco un po’ come viene valutato se il pallone è in gioco o meno. Se il pallone non è fuori, se non ha completamente varcato la linea, viene sempre considerato giocabile, allora per quale motivo il fuorigioco, che è sempre una linea del campo che viene idealmente tracciata, non viene considerato alla stessa stregua, con la stessa logica? Sino a che l’attaccante non è completamente oltre l’ultimo difensore, deve essere considerato in gioco! Forse troppo semplice come concetto, troppo logico. Così come il VAR che se vede qualcosa che non è corretto, ha il dovere di richiamare l’arbitro, il quale ha, a sua volta, il dovere di andare a vedere senza l’attuale discrezionalità che di logico ha davvero poco o nulla.
Quale idea si è fatto dell’altalena sulla quale “gioca” la nostra nazionale?
Purtroppo tutto il sistema calcio è strutturato in maniera fallimentare, a partire dalle giovanili. Il Lecce ha vinto il campionato primavera 2022/23 senza nemmeno un italiano in squadra (compresi i subentranti ndr), qui non si tratta di fare discorsi nazionalistici o politici, né tantomeno razzisti, ma è necessario però anche coltivare delle individualità di calciatori italiani nel proprio vivaio. Se esiste la nazionale, si deve lavorare affinché questa abbia senso e modo di essere e di perseguire i fini di successo che ogni sport ti spinge a raggiungere. Purtroppo quando si fanno certi discorsi, ci si perde nell’ipocrisia ed il filo logico delle cose non ha più modo di esistere e, di conseguenza, le cose non cambiano mai! Le riporto un esempio che potrebbe riallacciarsi a ciò che intendo esprimere, la nostra nazionale non ha mezze misure, o grandi fallimenti o grandi successi. Però se andiamo ad analizzare attentamente i grandi successi, in particolare gli ultimi due mondiali vinti, sono sempre stati conseguenti a dei momenti difficili, a degli scandali per il nostro calcio ed è in quei momenti che ritroviamo l’orgoglio identitario per vincere. La storia, i grandi eventi ci indicano la strada da percorrere, ma a quanto pare non si riesce a comprenderla e a perseguirla.
Adesso parliamo invece dell’attore che è in lei…. ha iniziato molto presto a recitare ed ha preso parte, sin da giovanissimo, a molte rappresentazioni teatrali, così come ha recitato in molti film. Possiamo dire che ha fatto molta gavetta o semplicemente fortunato per il cognome che porta?
Sicuramente, all’inizio, un cognome importante conviene a tutti sia a chi lo porta e sia a chi lo “utilizza”, dal regista al produttore e così via. Però ci sono anche tanti svantaggi, soprattutto in un paese come il nostro dove i luoghi comuni portano a giudizi frettolosi, nonché molto spesso errati! Sembra sempre che debba esserci una sorta di competizione diretta, come per dire sono più bravo io di quanto lo fosse mio padre, ma non è certo il mio modo di ragionare, di essere. Potrebbe invece esserci da parte mia un rimando alla memoria, attraverso il mio percorso, alla grandezza di mio padre, con le dovute differenze certo, ma anche nel mostrare quanto il suo talento sia irraggiungibile, cosa della quale sarei ben felice. Stiamo comunque parlando di due epoche cinematografiche diversissime e consideri che ho sempre rifiutato quelle parti che avessero attinenza con qualcosa che aveva già fatto mio padre, per rispetto sia nei miei confronti che nei suoi.
Nella serie tv “Speravo de morì prima” interpreta la parte dell’ex Ct della nazionale Luciano Spalletti. Come ha vissuto questa esperienza?
In “Speravo de morì prima”, tratto dal libro Un capitano di Francesco Totti, interpreto un Luciano Spalletti visto attraverso gli occhi di Totti, per cui non è stato facile e per certi versi possibile andare oltre nell’approfondimento del personaggio, nella sua realtà. Però nell’interpretazione ho cercato di non essere esclusivamente un imitatore dell’ex CT della nazionale, ma ho voluto andare al di là dei suoi soli difetti o limiti, cercando di dare un minimo risalto anche al lato emotivo dell’uomo, oltre che dell’allenatore, di dare anche spazio alla sua sofferenza, alla sua delusione.
Fortunato il sodalizio con Alessandro Gassmann, con il quale però avete deciso di non lavorare troppo assiduamente insieme per non spersonalizzarvi singolarmente. Due figli d’arte e due grandi attori, ha portato comunque anche ad una crescita personale la vostra collaborazione?
Un solo grande attore tra i due, Alessandro, ma consideri che questo è un gioco delle parti che noi facciamo spesso, ma sicuramente il grande attore è lui. La crescita personale è avvenuta sin dall’inizio, dal momento in cui noi abbiamo scelto di lavorare insieme, una idea che sarebbe potuta venire ad altri, mentre invece siamo stati noi ad averla. In quel momento io avevo delle lacune di presenza scenica e lui aveva una rigidità a livello di commedia, quindi io ho lavorato sull’ammorbidire lui, mentre lui sul rendermi più presente davanti alle telecamere, più centrato. E’ nata anche una grande amicizia tra noi, seppure veniamo da due padri caratterialmente opposti. Ci siamo resi conto che non esistevamo più a livello individuale e quindi abbiamo deciso di continuare separatamente, ma con la convinzione che ci avrebbero sempre e comunque proposto di lavorare anche in coppia, sempre facendo riferimento al grande successo ottenuto insieme. Invece, paradossalmente, sono passati molti anni prima che Aurelio De Laurentiis nel 2009 ci proponesse di tornare a lavorare insieme in Natale a Beverly Hills.
Possiamo parlare degli “eredi”, se mi lascia passare il termine, di Ugo Tognazzi? Quali rapporti intercorrono tra voi e le vostre rispettive famiglie?
Siamo una famiglia molto unita, seppur separati da lunghe distanze geografiche, con Thomas che vive in Norvegia, Ricky a Roma, Maria Sole in giro per il mondo ed io a Velletri. Abbiamo avuto anche svariate collaborazioni tra noi, ad esempio io ho lavorato con tutti e tre in situazioni diverse, Maria Sole ha lavorato con Ricky quando faceva l’aiuto regista e così via. Ci vediamo ogni volta possibile, sia per eventuali ricorrenze riguardanti Ugo, nostro padre, sia per le festività classiche, come Ricky che è venuto a festeggiare Pasqua a Velletri da Benito, amico storico di Ugo. Thomas viene a trovarci a Torvaianica e noi andiamo in Norvegia da lui. Questo per dire che seppure siamo pieni di impegni, siamo comunque quotidianamente in contatto. Tutti abbiamo sempre e comunque una vicinanza fortissima. Siamo, insomma, davvero molto legati seppur nati da tre madri diverse, una irlandese Pat O’Hara (mamma di Ricky), una norvegese Margarete Robsahm (mamma di Thomas), una italiana Franca Bettoja (mamma di Gianmarco e Maria Sole). Va considerato che siamo la famiglia che più si è spesa, individualmente e collettivamente, per tramandare la memoria dell’immagine di Ugo. Le istituzioni purtroppo in questo latitano, non sulla famiglia Tognazzi in particolare, ma su tutti i grandi del passato che siano essi del cinema, della radio, dello spettacolo, della moda, della canzone, della cultura in generale, della letteratura, quei personaggi che hanno fatto grande il nostro paese nel mondo. Quello di tramandare la propria cultura lo trovo insomma un dovere istituzionale, affinché ci possa essere un percorso didattico, formativo utile a tramandare alle generazioni future la memoria della propria cultura.

Seppur molto giovane, ha avuto modo di conoscere o frequentare quelli che, insieme a suo padre, costituivano i quattro moschettieri: Vittorio Gassman, Alberto Sordi e Nino Manfredi?
Assolutamente sì! Questo perché tutto quello che Ugo faceva, aveva sempre l’intento di condivisione e persino i suoi film sono nati attorno ad una tavola imbandita, tra battute, idee, risate, critiche, in quei momenti che, seppur ludici, stimolavano e generavano idee. Basti pensare a La grande abbuffata di Marco Ferreri che all’ennesima cena in cui era ospite, disse ad Ugo che continuando in quel modo lo avrebbe fatto morire e così nacque l’idea del film.
Cosa pensa delle parole del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni sull’errore di finanziare un “certo” cinema? Ha anche elencato un film in cui lei ha preso parte “I Cassamortari” del 2022, forse non sa che c’è stato anche un seguito con “Ari – Cassamortari” del 2024, sinonimo di successo, o sbaglio?
Ovviamente l’ho ascoltato bene anche per il richiamo al mio film I Cassamortari. C’è la possibilità della poca conoscenza del sistema cinema anche da parte del Presidente del Consiglio e mi spiego meglio. L’esempio proprio su quel film è sbagliato per più motivi, prima di tutto il contesto in cui ci si trovava all’epoca e cioè con ancora un forte strascico del Covid, il film era infatti pronto sin dal 2020, ma è uscito nelle sale soltanto ad inizio 2022 e praticamente subito anche sulla piattaforma Amazon Prime Video. Lo stato finanzia il cinema italiano nella fase di produzione di un film, ma questo non basta perché c’è una catena che comprende la distribuzione, la diffusione capillare e tanto altro. Durante la pandemia, la possibilità di rendere fruibile il cinema attraverso le piattaforme di streaming video è stata una salvezza per tutti e quindi fu una scelta condivisibile, ma la legge italiana dice che un film può essere trasmesso in streaming dopo 105 giorni dalla prima proiezione pubblica in sala cinematografica e questo ovviamente limita molto le presenze al cinema, molto diverso sarebbe se si dovesse aspettare un anno. Tornando a I Cassamortari, è andato male al cinema come tutti i film di quel periodo, ma nella stagione 2022 è stato, per le informazioni in mio possesso, il film più visto su Prime con 950.000 spettatori, tanto è vero che poi nel 2024 c’è stato il sequel, su esplicita richiesta di Amazon. Volendo concludere, ci sono senz’altro delle ragioni valide in ciò che ha detto il Presidente del Consiglio e certamente il sistema del cinema italiano andrebbe riformato, ma non riducendo la problematica in maniera tanto semplicistica.

Chi è e cosa fa Gianmarco Tognazzi dietro le telecamere e che progetti ha per il futuro?
Il mio trasporto per il vino mi distrae piacevolmente dalla mia attività principale dell’attore e in conseguenza di queste mie due più grandi passioni mi sono autodefinito un “VinificAttore“! Ho deciso di tramutare La Tognazza di Ugo in un brend, facendo un percorso molto alternativo, tognazziano direi, con un itinerario di memoria, in cui ci sono storie da raccontare e di sostanza più che di apparenza. Naturalmente la parte più seria ed importante dell’azienda è il vino, la realizzazione del prodotto che deve essere di qualità e far star bene i commensali. Quello che c’è intorno è però molto dissacrante, informale rispetto al mondo del vino che comunque rispetto molto. Volevo fare qualcosa di identitario e che di Ugo avesse la filosofia di convivialità e condivisione, quindi il progetto ha queste come basi. Inoltre ho trasformato la Tognazza di Velletri in un luogo visitabile, dove c’è la casa museo Ugo Tognazzi che fa parte del circuito europeo delle dimore storiche italiane che si chiama “Case della memoria“, dove ci sono anche le case di Luciano Pavarotti, Pellegrino Artusi, Leonardo Da Vinci, Giotto e infiniti altri. La Tognazza funge anche da punto di riferimento, di ritrovo, di degustazione, di convivialità, proprio nel solco di quelle cene che faceva Ugo dedicate, in questo contesto, ad un amico speciale di Ugo Tognazzi che è il pubblico che, tramite il vino, viene a riscoprire il luogo dove è nato tutto quel cinema, quella filosofia e quel lifestyle. Essendo io il deus ex machina, insieme a mia moglie, de La Tognazza, sono in qualche modo il produttore e il regista, quindi ne ho la paternità e la responsabilità. Nel cinema invece sono a disposizione, ma cerco di basare tutto su rapporti interpersonali veri e sinceri, piuttosto che formalità e freddezza, perché io vivo la vita così, sono uno che dice quello che pensa, che si affida alle idee e non alle ideologie, che si affida alla logica e al buon senso applicato ad essa e credo sia l’unico modo per valutare realmente le cose e per stare bene con se stessi.
Fonti foto: mymovies.it; vendemmie.com; traders-mag.it
Luigi A. Cerbara









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