Abbiamo intervistato l’ex difensore biancoceleste, amatissimo dai tifosi non solo per i suoi trascorsi da giocatore ma anche perché orgogliosamente laziale. Gli abbiamo chiesto della gara contro il Salisburgo in Europa League, di Simone Inzaghi e dei derby preferiti, uno dei quali fu giocato esattamente 27 anni fa. Ci ha parlato inoltre della sua esperienza da allenatore all’estero dove ha vinto una Supercoppa di Romania
Il 4-2 di ieri sera all’Olimpico, alla luce delle occasioni avute, va stretto alla Lazio?
E’ un buon risultato e due gol di vantaggio sono sufficienti. Statisticamente per fortuna i biancocelesti non hanno difficoltà a segnare più di una rete fuori casa. I pronostici sono a favore.
Che partita ha visto?
Una gara davvero godibile anche per merito del Salisburgo, una squadra tignosa, che ha costretto i giocatori a rimboccarsi le maniche. Anderson ha cambiato la partita. Per fortuna dopo un avvio di stagione non eccezionale ora Felipe sta incidendo come è giusto che sia.
Un bel regalo di compleanno per Simone Inzaghi che ha compiuto 42 anni. I giocatori gli hanno cucito un risultato su misura visto che rispecchia l’età. Castroman, intervistato qualche settimana fa, ha detto che è talmente bravo che potrebbe sedere tranquillamente sulla panchina azzurra. E’ d’accordo?
Io darei il tempo giusto a Simone per maturare l’ esperienza necessaria per un tale salto. Tutto va fatto gradualmente. Sono due anni che sta facendo davvero bene. Le qualità ci sono tutte…il resto lo lascerei fare al tempo, come ho detto.
Quante possibilità ha la Lazio di vincere l’Europa League? Chi sono secondo lei le più accreditate alla vittoria finale?
La più ostica è l’Atletico Madrid, una squadra rognosa, perché porta l’avversario a giocare male. Subito dopo l’Arsenal. Noi abbiamo fatto un buon percorso, nonostante la prima partita a intermittenza con la Dinamo Kiev agli ottavi di finale. Basta rimanere coi piedi per terra, senza farsi prendere dai facili entusiasmi.
Il suo ricordo più bello con la maglia della Lazio?
Non uno in particolare, ma la voglia incessante d’indossare quella maglia, essendone onorato.

Che cosa vuol dire essere prima che giocatore un gran tifoso della Lazio?
Soffrire molto e avere un gran senso di appartenenza. Semplicemente dico che chi non tifa non può capirmi. Chi ha una fede calcistica, invece, sa bene cosa intendo.

Il derby che ricorda con maggiore gioia?
Due in particolare. Il primo era il 23 aprile 1995, dove vincemmo (0-2 fu il risultato finale) dopo aver subìto 3 gol all’andata, con sfottò al seguito (ndr, era lo storico 0-3 del 27 novembre 1994 con in panchina Mazzone alla Roma e Zeman alla Lazio). Fu una bella rivincita. Il secondo era esattamente 27 anni fa. Il 6 aprile 1991 fu un derby storico, perché riuscimmo a pareggiarlo, nonostante fossimo rimasti in nove: dopo il rigore di Voller, Sosa fece l’1-1 (ndr, sulle panchine sedevano due grandi tecnici amici, Zoff e Bianchi, la Roma rimase in dieci ed il merito del risultato fu negli ultimi minuti proprio di Bergodi, che salvò sulla linea dopo che Aldair, dribblando tutti stava per segnare il 2-1).

Gli allenatori che le sono rimasti più nel cuore?
Enrico Catuzzi e Giovanni Galeone per quanto concerne gli inizi della mia carriera. Con Galeone vinsi il campionato ‘86-’87 col Pescara in serie B. Poi Giuseppe Materazzi che mi fece esordire con la Lazio. Ho imparato molto da Dino Zoff, bravissima persona, e Zdenek Zeman per tutto quello che concerne la fase offensiva.
Come è stata l’esperienza in Romania? Come vedono noi italiani?
Ho allenato 6 anni. Non sono stato bene, ma benissimo. Il livello era alto. Di noi italiani hanno una buona opinione e sono stato trattato con i guanti.
Un desiderio per il futuro?
Stare sul campo. Ora purtroppo non sto allenando e mi manca proprio il contatto con il terreno di gioco e tutto quello che lo rappresenta.
Fonte foto: IlSussidiario.net, Lazialità, Laziowiki, e Cristianobergodi.com
Erika Eramo








