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La psicologia e il calcio…l’atteggiamento mentale è tutto soprattutto prima di Germania-Italia

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Intervista allo psicologo e coach Emiliano Forino Procacci autore del libro dal titolo I SEGRETI DELLA MOTIVAZIONE E DELLA CRESCITA PERSONALE – Aracne Editrice

Emiliano Forino Procacci

La Nazionale di Conte, partita con gli sfavori del pronostico, ha finora fatto bene. Prima della storica sfida Germania-Italia i giocatori e allenatori tedeschi stanno provocando in tutti i modi gli azzurri, dicendo che questa volta saremo noi a piangere. Non crede sia improduttivo in quanto può ingenerare negli azzurri un sentimento di sfida e un atteggiamento di carica motivazionale ulteriore?

Per certi versi è improduttivo, tuttavia non possiamo fare a meno di notare quanto l’esser provocati possa ingenerare un certo livello di tensione interiore. Per tale ragione occorre arrivare al giorno della partita motivati, ma non troppo tesi. In occasione dei miei corsi sulla comunicazione e sulla motivazione, cerco di sottolineare quanto sia importante non “caricarsi troppo” e recuperare quel giusto livello di razionalità per non commettere errori in campo.

Molto dipende dall’atteggiamento mentale, in questo Conte è un grande motivatore perché fa sentire tutti importanti. Quanto è determinante fare complimenti, creare un clima di fiducia e complicità, incrementando l’autostima dei giocatori?

Un paragrafo del mio libro è dedicato all’importanza rivestita dai complimenti. L’intento è quello di sottolineare l’effetto benefico che hanno i complimenti sull’umore e, più in generale, sulle azioni di ogni essere umano. Se ci complimentiamo con qualcuno, ad esempio per i suoi modi gentili, otteniamo anche l’effetto di rafforzare in lui la convinzione che un comportamento di questo tipo sia da mettere nuovamente in atto; è come se lo incentivassimo a essere sempre così e ad esprimere nuovamente quelle qualità che sono state oggetto di lode.

La capacità di un allenatore di rivolgere apprezzamenti ha molti vantaggi per la squadra, tra i quali ricordiamo: il sensibile aumento del livello di autostima, il rinforzo di un comportamento positivo, il miglioramento della qualità dei rapporti interpersonali… Un complimento però non deve essere un qualcosa di scontato e non dovrebbe esser formulato se non corrisponde a quanto realmente si pensa circa una persona o un dato evento.

Quali caratteristiche deve avere un allenatore per gestire una squadra con tanti campioni? Che peculiarità deve possedere invece un mister di una compagine con elementi mediocri che ha come unico obiettivo quello di restare nella massima serie?

L’allenatore di una squadra di campioni dovrebbe essere poliedrico. Viviamo in un mondo caratterizzato dal cambiamento e gli elementi di una squadra non sono tutti uguali. Perciò l’allenatore dovrebbe sviluppare un’attitudine tale che consenta di mettere in discussione il suo approccio, in favore di una flessibilità mentale capace di introdurre dei cambiamenti che in modo trasversale vengano recepiti da ogni giocatore. Non è possibile calcolare quanto sia rischioso operare un cambiamento in una squadra, ma è altresì possibile fare affidamento sull’istinto: non esiste al mondo nessuna analisi dei rischi che sia migliore del nostro intuito.

Chi ha in squadra elementi mediocri è chiamato a svolgere lo stesso servizio di chi allena grandi campioni. Secondo la mia visione l’obiettivo di una squadra non è solo quello di vincere perché anche dalle sconfitte si può imparare molto, perciò qualsiasi allenatore dovrebbe cercare di creare un buon clima nella squadra.

Nietzsche diceva: “La linea retta mente. La verità è un circolo”. Cosa significa pensare in modo differente e circolare? Chi si distingue in questo applicandolo nello sport?

Sin da bambini abbiamo imparato molto dal mondo esterno, gran parte di ciò che sappiamo deriva proprio da un’attenta osservazione di quanto ci circonda, infatti è per noi scontato che dopo la notte venga il giorno, così come appare ovvio che le stagioni si susseguano e si rincorrano in una danza senza fine. Si è perciò imparato a pensare secondo una logica di causa–effetto: il pensiero umano, il più delle volte, segue quindi una logica lineare, ma nello sport e soprattutto nel calcio tale modalità di pensiero non va nella stessa direzione dei buoni risultati.

Il pensare in modo circolare consente di percorrere idealmente strade nuove, di mettere in dubbio quelle certezze che irrigidiscono il pensiero. In buona sostanza pensare in modo circolare potrebbe indurre l’allenatore a chiedersi: «Quanto sperimentato fino ad oggi potrebbe essere diverso da come appare?». Per dirla più semplicemente, il pensare in modo lineare porta a concludere che “A” sia causa del comportamento di “B”. Il pensiero circolare, invece, ci porta a riflettere su quanta influenza “B” abbia a sua volta su “A” e viceversa. In questa ottica ogni elemento della squadra non va considerato come un “satellite” isolato, ma come un elemento che influenza e a sua volta viene influenzato dai suoi colleghi.

Che cos’è la resilienza interiore? Come superare un trauma, un fantasma che ci tormenta, una cocente sconfitta? Basta pensare a Messi che, all’ennesimo fallimento in finale con l’Argentina, ha deciso di lasciare la Nazionale. Forse è vittima della profezia auto avverante?

Il termine resilienza viene usato in ingegneria per riferirsi a quella particolare proprietà che alcuni materiali hanno di riacquisire la loro forma originaria dopo esser stati deformati e sottoposti da una forza a un intenso stress strutturale. Il paragone tra mente e materiali inerti è fuorviante perché le persone non sono come il freddo metallo, anzi, esse sono invece come un universo costituito da tante galassie quante sono le loro emozioni, le speranze e i desideri.

La resilienza quindi non è qualche cosa che si può acquisire in un breve periodo, è anzi una funzione psichica che si modifica nel tempo in rapporto alle esperienze vissute e alle cicatrici che queste ci hanno lasciato addosso.

Non è altresì detto che la persona resiliente sia avulsa dal dolore o non conosca la sofferenza, anzi, questa saprà assorbire l’onda d’urto provocata da una situazione spiacevole e usare la stessa energia per correggere la rotta e reagire in modo positivo. Messi è resiliente? Ai posteri l’ardua sentenza.

Nell’introduzione al suo libro “I segreti della motivazione e della crescita personale” scrive: “La comunicazione è felicità, nella comunicazione l’uomo si realizza come essere sociale e grazie ad essa comprende il senso della vita”. Chi è secondo lei un grande comunicatore nel mondo del calcio o, se non c’è, dello sport in generale? Cioè chi è riuscito col suo atteggiamento a trasmettere messaggi importanti alla società?

Mi trovavo in California e la mia vita andava a gonfie vele, quando maturai l’idea di scrivere un libro diverso da quelli pubblicati in precedenza; avvertii quindi l’esigenza di comporre un’opera in grado di rispondere ai tanti quesiti rivoltimi nel corso degli anni dalle persone a cui occorreva il mio sostegno. Così ho pensato di trattare argomenti legati al mondo della comunicazione, ecco perché sostengo che grazie ad essa si possa comprendere il senso della vita.

Molti giocatori sono dei grandi comunicatori, tuttavia vorrei citare fra tutti il giornalista sportivo e radio-telecronista Bruno Pizzul che ha saputo, in più occasioni, promuovere il valore educativo del calcio. Non è quindi un caso che l’Università di Udine lo abbia insignito della laurea magistrale honoris causa in “Comunicazione integrata per le imprese e le organizzazioni”.

La tecnologia aiuta o no? La facilità nel reperire informazioni sull’avversario è un bene o diventa facilmente un’ossessione? La pressione mediatica che hanno i calciatori può essere un boomerang per le loro prestazioni?

La tecnologia non deve sostituirsi all’uomo, ma essere un “prolungamento” delle sue capacità.

Studiare l’avversario è importante, ma a fare la differenza sarà sempre la coesione della squadra e il clima che vi si respira all’interno.

Alle volte si leggono sui giornali notizie riguardanti la vita privata di chi lavora nel mondo del calcio. Certamente la celebrità ha un prezzo, ma a volte la risonanza di alcune notizie può mettere sotto pressione i giocatori.

Come mai in tutti i settori l’eccezionalità fa paura? Roberto Baggio, ad esempio, fu osteggiato da tanti allenatori nonostante fosse il fulcro della Nazionale e il campione nelle varie squadre in cui ha militato…cosa scatta in un tecnico? Voglia di tenere sotto controllo tutto, pressione da paragone, paura che i riflettori siano inevitabilmente per la star di turno?

La persona eccezionale è per certi versi unica. Quello che spaventa è il cambiamento derivante da tale unicità. Trovo bizzarro che un giocatore finché segna sia sostenuto dai tifosi e poi dimenticato nel momento in cui le sue performance calano. Molti giocatori anche se non segnano più come un tempo riescono a contribuire in modo determinante alla vittoria della squadra. Lo stesso vale per gli allenatori. Infatti quando un giocatore diventa allenatore viene seguito dalla sua fama, ma si deve fare le ossa perché aver giocato per anni non significa essere anche in grado di allenare una squadra.

Tornando alla sfida di domani sera. Un capitolo del suo libro è intitolato “Chi osa vince: come uscire dalla zona di comfort”. Applicandolo alla partita secondo lei per arrivare in semifinale bisognerebbe stravolgere l’assetto abituale e stupire gli avversari? Puntare sull’estro italico di contro alla tecnica tedesca?

Ogni essere umano desidera conseguire degli obiettivi. Anche il mantenere inalterato lo stato delle cose può essere annoverato tra le fila dei traguardi che ci si prefigge di raggiungere. Perciò l’estro italico va sempre bene, ma sono convinto che la tecnica della nostra squadra non sia seconda a nessuno. Per arrivare in finale servirà sia l’estro creativo che la tecnica.

Una frase chiave del suo libro che può essere utilizzata prima di una grande sfida, qualunque essa sia?

Potremmo paragonare la mente ad un vasto mare sul quale navigano delle barche (che sono i pensieri, le emozioni, le sensazioni, ecc.). Se queste non dispiegassero le vele (forza di volontà) per accogliere il vento (determinazione ad agire) non potrebbero andare da nessuna parte. Certo, si vive bene lontano dalle tempeste, ma è anche vero che per scoprire il mondo e quindi per essere dei buoni marinai, non si può rimanere ancorati per tutta la vita nello stesso punto (zona di comfort). Nessuno di noi è progettato per fare da spettatore nel mondo in cui vive, ma per essere protagonista seguendo una rotta che lo conduca a realizzare quanto desidera.

Erika Eramo e Stefano Rizzo

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