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Storia della tattica: Vittorio Pozzo e l’Italia degli anni ’30

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Alla scoperta del commissario tecnico più vincente della storia del calcio italiano

Mentre in Inghilterra il tradizionalismo impediva agli inventori del calcio moderno di innovare e cambiare, nel resto d’Europa il gioco continuava ad evolversi. Gli anni ’20 furono il decennio del WunderTeam austriaco, della cosiddetta Scuola Danubiana, propagandata prima da Jimmy Hogan e poi da Hugo Meisl, mentre gli anni ’30 consacrarono sull’altare del calcio europeo e mondiale una nazione che fino a quel momento era rimasta piuttosto in sordina: l’Italia.

Il pragmatismo di Vittorio Pozzo

La ragione dei successi della nostra nazionale nel periodo a cavallo delle due guerre mondiali ha un nome ed un cognome: Vittorio Pozzo. Nato in provincia di Torino nel 1886, da giovane Pozzo si era dedicato all’atletica leggera per poi tentare senza troppi successi la carriera da calciatore. Poco male, il suo destino era allenare. Dopo un periodo di studio presso la Camera di Commercio di Zurigo, dove imparò inglese, francese e tedesco, si trasferì in Inghilterra per studiare il calcio lì dove era nato, dedicandosi nel frattempo alla lavorazione della lana per mantenersi. Durante la settimana Pozzo lavorava, il weekend invece lo dedicava al calcio. Diventò tifoso del Manchester United e con il passare delle settimane strinse una forte amicizia con Charlie Roberts, mediano dei Red Devils, con cui condivideva l’apprezzamento per il modulo a Piramide e l’avversione per il W-M, lo schieramento con il terzo difensore.

Una volta tornato in Italia Pozzo trovò lavoro come segretario della Federazione Italiana e qualche anno dopo ricevette l’incarico di portare la nazionale italiana alle Olimpiadi del 1912. Gli Azzurri furono eliminati dall’Austria di Hugo Meisl con un secco 5-1 e Pozzo lasciò la nazionale. Dopo la prima guerra mondiale ritornò sulla panchina dell’Italia, ma al termine dei Giochi Olimpici del 1924, dove gli Azzurri furono eliminati ai quarti, fu costretto a lasciare di nuovo a causa della morte della moglie. Cinque anni dopo, nel 1929, Pozzo tornò per la terza volta e da lì in poi iniziò il ciclo più vincente della storia della nazionale italiana di calcio.

Pozzo capitalizzò quanto studiato in Inghilterra preferendo sin da subito il 2-3-5, lo schieramento a Piramide. Il tecnico torinese però era una persona estremamente pragmatica e si rese conto che il modulo non può non essere adattato ai giocatori che si hanno a disposizione. Nella Piramide l’uomo chiave era il centromediano e quel ruolo dell’Italia degli anni ’30 era occupato da Luisito Monti, oriundo naturalizzato italiano. Monti non era un vero e proprio centromediano, ma neanche un autentico terzo difensore. Giocava in una sorta di terra di mezzo, costringendo i due attaccanti interni a ripiegare per supportare i mediani. In realtà dunque, quello dell’Italia era un 2-3-2-3, ossia un W-W, una sintesi grezza dei principali modelli di gioco dell’epoca.

L’Italia dei due mondiali vinti tra le critiche

Aldilà del modulo comunque quello che rendeva l’Italia una formazione difficile da battere era la fisicità, la combattività. Spinti dalla propaganda del regime fascista, gli sportivi sin dalle giovanili venivano allenati ad affrontare le partite come se fossero delle vere e proprie battaglie. Questo atteggiamento estremamente grintoso, unito al sistema di marcature a uomo introdotto da Pozzo per la prima volta nel calcio dell’epoca, fu criticato da molti addetti ai lavori per cui l’etica e la lealtà erano ancora più importanti del risultato finale. Ciò risultò evidente nei due mondiali vinti di seguito dalla nostra nazionale, nel 1934 e nel 1938.

Nel 1934 si giocò in Italia e gli azzurri arrivarono in finale dopo una fase ad eliminazione diretta tortuosa a dir poco. Nei quarti con la Spagna, sul punteggio di 1-1 scoppiò una maxi rissa che costrinse alla ripetizione del match il giorno dopo, vinto poi dagli Azzurri 1-0 con un gol di Meazza. In semifinale fu il momento del grande scontro con il Wunderteam austriaco, con la Scuola Danubiana, ma la partita fu brutta e tesa e fu vinta sempre per 1-0 dall’Italia grazie ad una rete dell’oriundo Enrique Guaita. Nell’ultimo atto del torneo i ragazzi di Pozzo ebbero la meglio sulla Cecoslovacchia per 2-1 dopo i tempi supplementari e conquistarono il loro primo mondiale. Nonostante il trionfo però, i giudizi non furono positivi. Secondo molti giornalisti ed addetti ai lavori, la logica della vittoria a tutti i costi aveva offuscato certi valori su cui il gioco del calcio era stato fondato, inquinandolo in maniera inaccettabile.

Fortunatamente per l’Italia, il mondiale del 1938 fu vinto in maniera molto più limpida e ciò consentì al resto del mondo calcistico di concentrarsi su quelli che erano gli indubbi meriti della formazione italiana, al netto degli atteggiamenti antisportivi. Il pragmatismo di Vittorio Pozzo rese l’Italia estremamente solida in difesa ed estremamente cinica in attacco. Inoltre, la naturalizzazione di diversi giocatori sudamericani, in particolare argentini, consentì di aggiungere quel pizzico di fantasia indispensabile per portare a casa i match più equilibrati. In finale, gli Azzurri ebbero la meglio sull’Ungheria per 1-0, proprio grazie ad un gol di un oriundo, Michele Andreolo. Ancora una volta il pragmatismo italiano aveva sconfitto la Scuola Danubiana.

In realtà le Coffee House ungheresi, ma soprattutto austriache, furono distrutte da un fenomeno estremamente più serio del calcio: il nazismo. Le tante squadre di origine ebraica nate a Vienna e dintorni negli anni ’20 vennero progressivamente annichilite dal totalitarismo tedesco dopo l’annessione dell’Austria alla Germania. Matthias Sindelar, attaccante e fuoriclasse del Wunderteam di Hugo Meisl, morì una mattina del 23 gennaio del 1939 ufficialmente per un avvelenamento da monossido di carbonio provocato da una stufa difettosa. I dubbi sul fatto che fu un incidente però non sono stati mai fugati del tutto.

Per recuperare le puntate precedenti basta cliccare qui:

Prima puntata: Regno Unito, dove tutto ebbe inizio

Seconda puntata: Il calcio inglese tra Europa centrale e Sud America

Terza puntata: La regola del fuorigioco ed il terzo difensore

Luca Missori

(Fonte immagine: Ilpost.it)

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