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Salvate il mito San Siro

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Il leggendario stadio eretto nel 1926, ha fatto la storia del calcio italiano e internazionale: E’ stato uno degli impianti dei mondiali italiani del ’34 e del ’90 e di Euro ’80. Ha ospitato la nazionale italiana in 44 partite. Sul suo terreno si sono giocate quattro finali di Coppa Campioni (’65, ’70, ‘2001, ‘2016), quattro di Coppa Uefa (’91, ’94, ’95, ’97), quattro di Super Coppa Uefa ’74, ’89, ’94, ’95). Agorà di mille campioni, da Liedholm a Rivera, da Di Stefano a Maradona, da Corso a Mazzola da van Basten fino a Ibrahimovic

Il 21 maggio scorso la Soprintendenza del ministero dei Beni culturali ha ufficialmente dichiarato il suo parere sullo stadio di San Siro: «Non ha interesse culturale». E ha aggiunto che come tale: «è escluso dalle disposizioni di tutela». Non si possono adottare, secondo tali teorie, i vincoli di salvaguardia perché gli interventi di maggior sostanza sono stati fatti in epoca recente rispetto al limite dei 70anni previsti dagli articoli del ministero. Questa doppia fredda e lapidaria risposta, alle domande della giunta del sindaco di Milano Sala relative a ricevere informazioni circa il valore architettonico dello storico impianto, ha avuto due conseguenze fortissime. Da una parte ha cancellato l’ipotesi della ristrutturazione e dall’altra ha avviato, contemporaneamente, quella dell’abbattimento. Un errore grande e grave, inaccettabile per la storia del calcio italiano. Un errore però, quello della commissione regionale per il patrimonio culturale della Lombardia, figlio della società post-moderna che è entrata anche nel calcio, e che del calcio non conosce la storia e non sa nulla.

Qui non si tratta di fare la contrapposizione tra apocalittici e integrati, tra chi cioè vede la modernità come evento distruttivo di qualsiasi cosa che appartenga al passato e chi la accoglie senza l’importantissimo spirito di critica, legittimandola quindi senza dibattito. Qui la questione è più importante. E’, appunto, storico-culturale. Lo stadio di San Siro con il suo mito calcistico, con le sue storie fascinose, con il romanzo dei suoi infiniti campioni milanisti e interisti oltre che internazionali, è uno dei simboli della cultura italiana. E’ una delle bandiere della storia sociale di questo paese. Il calcio non solo con i suoi fatti tecnici ma anche con i suoi teatri, ha contribuito a formare il suo fenomeno aggregativo e rituale. E quel fenomeno, ultimo rito culturale del nostro tempo come affermava Pasolini, rischia ora di essere distrutto in parte con l’abbattimento di uno dei suoi cardini, San Siro.

Quanto sia importante questo stadio dal punto di vista culturale e quanto quindi vada lasciato vivere e difeso a spada tratta perché rappresenta la storia sportiva del nostro paese, lo hanno perfettamente capito gli inglesi e gli europei. Il “The Times”, nel 2009, lo ha definito il secondo stadio più bello del mondo, dedicandogli queste parole: «La prima volta che vedi lo stadio Giuseppe Meazza è impossibile non avere un sussulto. Quando è illuminato, sembra un’astronave atterrata nella periferia milanese». John Foot, importante storico inglese di storia italiana a Cambridge, Reading e oggi University College, ha scritto nel 2006 il libro dal titolo “Calcio. A History of Italian Football” uno studio critico delle influenze che il calcio italiano ha avuto nella vita politica, sociale, economica dell’Italia. Il professore, grande appassionato dell’Arsenal e della storia delle squadre italiane, conosce e spiega bene come queste influenze, queste basi, siano state messe e cementate anche dal mito di San Siro.

Perché dunque gli inglesi ne sanno più di noi? Perché l’Uefa ha assegnato allo stadio di San Siro (insieme all’Allianz Stadium, al Grande Torino e all’Olimpico) la categoria 4, la maggiore cioè a livello tecnico? La risposta è semplice. Perché il mondo che ci circonda conosce molto meglio di noi e in profondità la storia d’Italia e dei suoi simboli. Mentre noi ne siamo all’oscuro. Dimenticando la nostra storia o peggio non studiandola affatto, puntiamo alla costruzione di parchi, centri sportivi, alberghi, centri commerciali, dei quali il nuovo stadio di Milano, il “nuovo San Siro” è solo un mero passepartout. Una chiave eretta per accedere al resto, mica per raccontare storie di football.

Si vuole quindi abbattere la storia di uno stadio che è mito senza alcun rispetto per ciò che rappresenta per l’Italia e per Milano per ricostruirlo multi-strutturale a poche centinaia di metri, in nome della società dello spettacolo e della trasformazione del quartiere. Due fantasmi, questi ultimi, che spariranno comunque e presto, lasciando le loro finte novità che sanno di cellofan in un deserto. Questo perché quando si antepongono gli affari economici alla storia, si è certamente al passo con i tempi che viviamo, ma si è fuori dal futuro. L’opulenza della costruzione sfrenata di strutture, la a-storicità di queste idee ignoranti, il calcio solo come affare, sono destinati ad avere poco sviluppo anche in conseguenza di ciò che è accaduto in questi mesi nel mondo, all’interno di un fenomeno che rivive da sempre se stesso affondando dal 1863, l’anno della sua nascita istituzionale, le sue radici nella storia. Soprattutto in Italia, paese familiare e rituale, questa stagione del calcio finanziario che è nata più o meno nel 1996 con l’affaire Bosman e le televisioni, è destinato a mutare tornando a un calcio artigianale-industriale fatto di idee e competenza.

Qualcuno che porta avanti le ragioni della competenza contro un sistema che dice di preferire alle vittorie di scudetti e coppe il quarto posto, c’è. Nel 2014 la Camera di Commercio e l’Università degli Studi di Milano, in una importante analisi hanno evidenziato come San Siro sia uno dei simboli più significativi e identificativi della città dopo il Duomo e la Triennale. Una tesi che seppur di qualche anno fa, si oppone alle idee di nuovi impianti visti come “divertifici”, come da recenti dichiarazioni, capaci di generare indotto economico per 365 giorni all’anno. Questa antitesi alle idee dell’abbattimento è l’estrema difesa che dovrebbero intraprendere la Lega, la Federazione, gli Istituti, la città di Milano verso tutti quelli che sono favorevoli alla demolizione di San Siro e che lo definiscono barbaramente: “bruttarello”. La strada è quella, già storicamente intrapresa negli anni tra il 1935 e il 2015, della ristrutturazione. La storia ha sempre un grande valore, chi la cancella è destinato a regredire. Salvare il mito San Siro affinché Giuseppe Meazza (a cui lo stadio è intitolato dal 3 marzo 1980), Liedholm, Schiaffino, Nordahl, Mazzola, Corso, Rivera, Matthaus, Gullit, van Basten, Herrera, Rocco, Ronaldo e Di Stefano, Maradona, Eusebio, e tanti altri fino ai calciatori di oggi che hanno giocato sul quel terreno, non diventino fantasmi di una storia ingiustamente cancellata. In fondo anche i barbari nelle loro incursioni nei luoghi dell’impero romano, non distrussero e lasciarono in piedi molte chiese, molti monumenti e templi, nel segno del rispetto per una storia che ammiravano. E San Siro è certamente un tempio del calcio da rispettare e da salvare dalla barbarie.

Fonte foto: milanocittastato.it

Matteo Quaglini

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