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Real Madrid: la fine di un’epoca

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Il ritorno alle partite sarà, per i blancos, il momento della transizione dall’attuale rosa a quella futura. Molti i campioni che lasceranno, molti i nuovi che arriveranno, nel segno distintivo della casata, il talento

L’avevamo lasciato battuto e iracondo a Siviglia, il vecchio glorioso Real di Zidane. Sconfitto nel giorno dell’omaggio alle donne di tutto il mondo, l’8 marzo, per 2-1 da un altro Real più piccolo e umile rispetto all’equipo de la Leyenda: l’indomito Betis. Il capo chino di monsieur Zizou, i gol presi dai marescialli dell’impero Ramos e Varane, le sostituzioni di Marcelo, Kroos e del cervello della squadra Modric, sono stati il segno inequivocabile che un ciclo vincente è finito.

L’ha capito anche Don Florentino Pérez, il presidentissimo che ha ricreato al giorno d’oggi la filosofia dei galattici, riprendendo l’opera del Don dei Don, Santiago Bernabeu. Indipendentemente da tutto e da come finirà (se riprenderà) la stagione in Spagna e in Europa, il prossimo Real Madrid sarà diverso e soprattutto nuovo. Quello di oggi ha sì battuto il Barcellona nell’ultimo scontro a Madrid dello scorso 1 marzo, ma è la vittoria dell’impero che sta crollando non dell’esercito che trionfalmente conquista la città nemica.

I motivi tecnici di un Real Madrid legione di Pirro e non più Invincibile Armata, sono molteplici: la risposta sta nelle sconfitte stagionali. A Parigi contro il Psg e a Palma di Maiorca così come a Valencia sponda Levante, nelle battute d’arresto in Liga, una volta andato in svantaggio non ha saputo rimettersi in corsa con un gol. Il francese Benzema è sì un grande centravanti ma Ronaldo era soprattutto questo: il fuoriclasse che dà la zampata quando intuisce che la sconfitta è dietro l’angolo. Come facevano Lorenzo Bernardi e Zorzi nella pallavolo o Michael Jordan nei Chicago Bulls.

Manca il leader carismatico, il tiratore da palla decisiva ed è una carenza tecnica grave perché disconosce la storia madridista: il Real uno così dai tempi di Don Alfredo ce l’ha sempre avuto. L’eliminazione in Coppa del Re, davanti a 64.000 aficionados, ad opera della storica squadra basca la Real Sociedad, ha certificato anche il problema della solidità difensiva. In un’ora Odegaard e Isak con tre gol hanno affondato la difesa guidata da due comandanti come Ramos e Varane. Il Real ha sempre difeso individualmente questo è vero quindi non gli si può addossare la responsabilità di una mancata difesa di squadra stile Milan di Arrigo Sacchi. Ma prendere tre gol in un’ora con quei difensori centrali fortissimi significa non riuscire a leggere il gioco avversario, la qualità principe delle grandi squadre.

Della sconfitta di Siviglia abbiamo già detto con una postilla: quando un allenatore traghetta i migliori fuori dal campo vuol dire che in quel momento la squadra ha mollato e con gli avversari che ti mettono all’angolo, ogni azione è un diretto al viso senza appello di replica come fossero quelli di Alì. E quando è così si perde, è matematica. Un’epoca è dunque finita, la rimonta e il dominio a centrocampo del Manchester City in Champions League è l’ultima testimonianza. La quinta sconfitta, nel sacro tempio della Coppa Campioni, ha parlato chiaro: i Bale, i James Rodriguez, forse anche i Modric andranno via. E lì, dalle ceneri della squadra tricampione d’Europa che fu, il magno Real comprerà un centravanti da gol decisivi e nuovi galattici per risolvere con la soluzione di sempre i suoi difetti tecnici. E tornare a essere un impero.

Foto fonte: Sportface.it

Matteo Quaglini

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