A San Siro in una semifinale di ritorno epica i nerazzurri scrivono la storia eliminando uno dei Barcellona più forti degli ultimi tempi, serata che i tifosi della Beneamata inseriranno nei propri libri di storia
Avevamo ancora nelle orecchie le parole di Antonio Conte “Chi vince fa la storia, gli altri la leggono soltanto”. Ecco, l’Inter non avrà il trofeo nelle proprie mani ma ieri sera ha scritto sicuramente una pagina di storia bella grossa. Uno stadio Meazza che ha fatto registrare record di incasso, la curva interista che ha sospeso, giustamente, qualsiasi tipo di protesta per poter spingere la squadra dal primo minuto. Questo era l’ambiente che attendeva la compagine probabilmente più forte del mondo, il Barcellona di Flick.
Di fronte due filosofie diverse, ognuno può scegliere quella che più preferisce, senza dover per forza sminuire l’altra, come invece avviene purtroppo in giro per i media. La mentalità del Barcellona è quella ormai da anni e nella gara di andata l’abbiamo osservata in ogni piccolo particolare. Chi è piccolo soltanto sulla carta d’identità, invece, è Lamine Yamal che anche alla scala del calcio ha dimostrato quanto possa essere forte giocando come nel campetto sotto casa. Il rispetto che l’Inter gli ha tributato lo si è visto nelle marcature, doppie, triple, che solo a volte sono riuscite a contenerlo. Pazzesco.
L’Inter si presenta al cospetto del Barcellona e della storia veramente in condizioni da ultima battaglia. Lautaro Martinez, come rivelerà nel post partita, ha versato lacrime e sudore per esserci. Idem il suo compagno d’attacco Thuram, solo di poco più riposato di lui. Il resto, chi più chi meno, era stato messo sotto una teca dopo la partita di andata. Solo Bisseck ha fatto gli straordinari. Come dice Bastoni, presi singolarmente forse i giocatori interisti non sono i migliori, ma insieme possono diventarlo ed è proprio questo blocco granitico che si è parato dinnanzi all’onda anomala blaugrana. Un blocco con degli automatismi talmente oliati che non senti neanche un cigolio. Finché questo regge, ovvero 45 minuti, la partita è dalla sua, 2-0.
Il problema è il mare in burrasca della ripresa. I flutti non si fermano, le crepe sul monolite nerazzurro sono sempre più evidenti. Uno, due, tre ceffoni arrivano dritti in faccia agli ottantamila di San Siro. Ora si barcolla, tutti insieme. Un’atmosfera che sembra spettrale, mentre i ragazzini con la maglia (questa sera) fluo si divertono scambiandosi il pallone di fronte a giocatori veramente senza forze. O quasi. Le sostituzioni improntate da Inzaghi danno quel sostegno necessario per arrivare alla fine e quando il dito di tutti i tifosi era sul tasto rosso del telecomando, rinunciando all’ennesimo obiettivo stagionale, ecco il lampo che prolunga la contesa. Acerbi, proprio lui, il “mangia punte centrali”, prima contestato e poi innalzato come idolo, anche come attaccante non se la cava male. Altro 3-3 sotto una pioggia che rende tutto più epico.
Supplementari. Molti li vedono come un’occasione, parecchi ieri li hanno visti come un prolungamento di agonia. Perchè dobbiamo giocare ancora? Ma come ci arriviamo alla fine? Il realismo dopo l’estasi del pareggio. Va bene, giochiamoli. Quello che ne esce fuori va di diritto nella storia calcistica pensiamo di sempre. A pezzi ma sul pezzo. I segni dell’impresa erano chiari. Primo flashback: il gol di Frattesi. O meglio, l’esultanza di Frattesi. Dove l’abbiamo già vista? Certo. Il punto di svolta dello scudetto della seconda stella. Il centrocampista si arrampica sugli spalti come in quel Inter-Verona che proprio lui decise all’ultimo respiro. La scena è la stessa, con a fianco capitan Lautaro che quasi lo ringrazia. Una manciata di minuti ed ecco un altro segno dal passato. Lamine Yamal punta l’area in diagonale, forse l’abbiamo visto diverse volte alla playstation, quando tiri da lì è quasi sempre gol. La manona di Sommer (sì, colui che sostituì Onana nello scetticismo generale dopo l’altra finale del 2023) strozza l’urlo in gola, anche qui dove abbiamo già visto questa scena? Ma è ovvio. Stesso avversario, altro stadio. Julio Cesar cancella il gol di Messi nella semifinale del 2010, altro momento chiave di un’altra semifinale.

Più passano i minuti, più la tempesta non ha più la forza di impensierire. Il faraglione interista non vacilla più e il triplice fischio dell’arbitro può decretare quello che all’inizio sembrava quasi impossibile. L’Inter va a Monaco di Baviera in finale di Champions League. La seconda in tre anni, qualcosa di impensabile se si ricorda il cammino europeo nerazzurro A.I., avanti Inzaghi. I giocatori stremati esultano, piangono, non ci credono. Così come quelli del Barcellona, davvero una grandissima squadra, la più forte, a cui vanno fatti enormi complimenti, ma il calcio è così, non è una scienza esatta, così come la Champions League è la competizione dei dettagli. Poi sullo sfondo c’è lui, sorridente, che si tiene in disparte indicando sempre i suoi giocatori. Simone Inzaghi. Non avrà l’appeal mediatico di altri suoi colleghi, ma il lavoro fatto in questi 4 anni a Milano è stato davvero inimmaginabile. Ora un’altra finale. Sarà difficile e vincerla altrettanto. Il tifoso interista sa che potrebbe finire a zero titoli, ma giocarseli fino alla fine è anche questa una vittoria. Diffidate da chi vi dice il contrario.
Glauco Dusso








