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Quando Maradona giocava con il Barcellona

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A Saragozza, il 4 giugno 1983, si gioca la finale della Coppa del Re tra il Barça e il Real Madrid. Due stili diversi si affrontano: Il gioco aperto e veloce dei catalani contro quello serrato e contropiedista dei castigliani. Uno scontro oltre il calcio in cui brilla un principe argentino

Il classico è la sintesi di tutto il calcio spagnolo. Dentro c’è tutto. Si va dal pallone alla politica, dall’ideologia alla contrapposizione tra vecchi feudi e città che percepiscono differentemente il mondo, dall’idea di un regno unitario e centralista a quello pronto ad aprirsi al mare. E’ la partita dei principi e dei baroni, dei re e degli hidalgos, degli stranieri che sposano una delle due bandiere e dei toreri che pensano a infilzare l’avversario. Questa partita così complessa necessita un campo neutro se diventa, per gioco del destino e dei risultati, una finale.

Così capita che in una notte spagnola, calda e innaffiata di sangria, tutti questi grandi di Spagna si ritrovino a Saragozza capoluogo dell’Aragona, regione nel nord-oriente della penisola iberica, per giocare la 79ª edizione della Coppa intitolata a Sua Maestà il re nell’anno del Signore 1983. Tra loro, con la maglia numero dieci, c’è un “pibe” che dà del tu alla palla col suo sinistro adamantino. Diego Armando Maradona è arrivato a Barcellona nell’estate del 1982 subito dopo un mondiale che non ha regalato a lui e alla sua Argentina campione in carica soddisfazioni. Pensa ancora da sconfitto al calcio rifilato al brasiliano Batista, in Brasile-Argentina 3-1, che gli causò l’espulsione quando gli si para davanti un altro grande impero, il Real Madrid allenato da Don Alfredo Di Stefano.

Il Barcellona gioca 4-3-3 con Carrasco e Marcos Alonso sugli esterni e Maradona sulla trequarti pronto a servirli mentre si accentrano, liberando sulla corsia di sinistra Julio Alberto. Il Real Madrid si chiude dietro con cinque difensori e dirotta Camacho a uomo a tutto campo, rinunciando alla sua spinta e al suo sinistro, sul pibe argentino. Pronti via e nasce la corrida nemmeno arbitrasse Luis Miguel González Lucas Dominguín, il torero più leggendario della Spagna dagli anni ’40 ai primi ’70. Nessun colpo è escluso. Il difensore centrale del Madrid Francisco “Paco” Bonet, che gioca davanti alla difesa, fa un fallo da codice penale a Carrasco e anche Maradona deve subire alcuni interventi durissimi da Camacho e dal centrocampista Ángel.

La partita è equilibrata, il centravanti del Real Madrid Santillana svetta di testa ma lui e Juanito sono due punte isolate davanti. Il Barcellona fa il fuorigioco sistematico e pressing a metà campo sui lati del campo. E’ un innesto che Rinus Michels ha impiantato nella squadra dal 1971, l’anno in cui il santone dell’Ajax approdò in Catalogna. Diego Maradona appare sul proscenio della partita al ’10 minuto: controlla un pallone a metà campo, sguscia via e punta l’area, lo fermano con un fallo, ma il suo sinistro e le sue gambe robuste sono pronte a mulinare calcio.

Quindici minuti dopo è di nuovo dentro l’area per anticipare San José e Camacho che gli sta attaccato con ruvidezza. Il tiro, che raccoglie un bel cross di Julio Alberto, è alto sopra la traversa ma pareggia le occasioni del Real Madrid che pochi minuti prima con Juanito ha sbagliato il gol della “ventaja”, come direbbero gli spagnoli. Il vantaggio arriva al ’32 e ha colori alzulgrana. Luis César Menotti, l’allenatore dell’Argentina campione del mondo 1978, in panchina e Diego Armando Maradona in campo, la sanno lunga. Uno sguardo, una sigaretta stiracchiata da Don Luis, un’ammonizione al duro Camacho, e i due argentini si capiscono al volo: Maradona va a giocare venti metri su, da centravanti. Non lo sanno, ma hanno anticipato di ventisei anni Guardiola e Messi e il concetto dello spazio come centravanti.

Una mossa vale solo se funziona altrimenti è fuffa. E la mossa dei due “listos” furbi argentini trova subito i sui frutti. Lancio millimetrico di Schuster, cavaliere teutonico che vincerà il duello con l’altro tedesco duca di Ketsch Ulrich Stielike, Maradona scatta seguito dal solito Camacho. E’ un tutt’uno: controllo col sinistro, giravolta verso il dischetto del rigore a prendere spazio, passaggio morbido a Víctor Muñoz che da intermedio ha seguito e può battere indisturbato a rete. Gol, Barcellona-Real Madrid 1-0.

Nel secondo tempo Don Alfredo Di Stefano, che è il calcio, fiuta l’ennesima dipartita dell’impero blanco dopo aver perso il campionato e la finale di Coppa delle Coppe contro l’Aberdeen di Alex Ferguson non ancora Sir, e inverte la difesa. Francisco “Paco” Bonet va a marcare Maradona al posto di Camacho che non sa più che pesci prendere. E’ la contromossa ai connazionali, che lui conosce bene e teme. Al ‘ 5 pareggia Santillana che approfitta dell’incomprensione, al limite dell’area, del portiere Urruti e di Schuster e Gerardo. Sull’1-1, in una partita di principi, hidalgos e fini dicitori, sale in cattedra Maradona.

Al ’20 punizione tagliata di Schuster, il pibe si sottrae dalla marcatura e piazza di testa la palla sul palo lungo di sinistra di Miguel Ángel, portiere madridista. La terna annulla per un presunto fallo che nemmeno Javier Clemente, l’allenatore dell’Athletic Bilbao campione di Spagna 1983, in telecronaca come seconda voce, vede. Diego si dispera col viso piangente, ma lotta. Nel finale per due volte raccoglie di petto un lancio lungo e si incunea in area, Bonet suo cerbero lo ferma prima del tiro. Quando Isidro, in contropiede, sbaglia il gol della vittoria del Real Madrid sembra che saranno i supplementari a decidere. Ma c’è ancora tempo per un lancio sulla sinistra di Maradona raccolto da Julio Alberto che salta Salguero e crossa, Marcos Alonso si tuffa a volo d’angelo e prendendo in controtempo il portiere affossa il Real e apre alla sbandierata in tribuna delle bandiere a quattro fasce rosse su campo dorato dell’antica monarchia della Corona d’Aragona.

Il Barcellona e Maradona hanno vinto, per l’argentino è tempo di migrare. L’anno dopo, estate 1984, dopo 58 partite, 38 gol complessivi e tre trofei, arriva nel campionato italiano. A Napoli metterà da parte la Coppa della Liga e la Supercoppa di Spagna vinte dopo il trionfo di Saragozza per inseguire lo storico scudetto. Sarà Diego oltre che Maradona, e sarà anche l’oro di Napoli.

Fonte foto: AS.com

Matteo Quaglini

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