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Marco Reus: Una vita sull’ottovolante

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Il ritratto di uno dei talenti più puri e sfortunati del panorama calcistico europeo

La carriera di Marco Reus è una montagna russa che ha come spartiacque una data su tutte: il 6 giugno 2014. A pochi giorni dall’inizio del mondiale la Germania batte 6-1 l’Armenia in amichevole. Reus si fa male alla caviglia, riportando una distorsione che lo costringerà ad assistere da casa al trionfo della nazionale tedesca in Brasile. Diego Armando Maradona, in una delle sue prime interviste da bambino disse: “Ho due sogni: il primo è giocare la Coppa del Mondo con l’Argentina, il secondo è vincerla”. Marco Reus, in una sola serata, ha perso la possibilità di realizzarli entrambi, passando da punta di diamante della nazionale a spettatore di lusso del mondiale brasiliano.

Prima di quel maledetto 6 giugno c’è una carriera vissuta in crescendo, con l’etichetta di ragazzo prodigio cucita addosso sin da subito. Marco Reus nasce a Dortmund il 31 maggio 1989, suo padre Thomas è un inglese cresciuto in Germania, mentre sua madre Manuela è di origini russe. A 7 anni è protagonista della campagna pubblicitaria della Kinder, che piazza il suo volto sulla celebre confezione di barrette al cioccolato.

 

(Fonte immagine: Calciatoribrutti.com)

 

Passando al campo, Reus muove i suoi primi passi da calciatore nelle giovanili del Rot Weiss Ahlen, una piccola squadra di terza divisione della regione della Renania, nata nel 1996 dalla fusione tra Blau-Weiß Ahlen e Tus Ahlen. Dopo dodici anni nelle giovanili, nel 2007 fa il suo esordio in prima squadra, ma è soprattutto nella stagione 2007-2008 che si fa notare giocando quasi tutto l’anno da trequartista titolare. Nell’estate successiva lo acquista il primo Borussia della sua vita, il Moenchengladbach, che ha il merito di farlo esordire in Bundesliga a 20 anni nella sfida contro il Bochum.

Da qui in poi la carriera di Marco Reus diventa un climax ascendente. Il 24 aprile 2009 segna al Bayern Monaco, nella stagione successiva guida il Moenchengladbach alla salvezza, siglando il decisivo gol del pareggio nel play-out contro il Bochum. Quest’impresa gli vale anche il debutto in nazionale, il 7 ottobre 2011 contro la Turchia. In Germania si comincia a parlare di lui tanto che il Borussia Dortmund, dopo una trattativa lunga mesi, riesce a strapparlo al Moenchengladbach per una cifra intorno ai 18 milioni di euro. Reus torna a casa, nella sua Dortmund, e comincia a predicare calcio all’interno del meraviglioso giocattolo costruito da Jurgen Klopp. Memorabile la stagione 2012-2013: Reus ed il Borussia incantano l’Europa, ma il sogno si infrange in finale di Champions contro gli eterni rivali del Bayern Monaco. Marco si procura il rigore dell’1-1 realizzato da Gundoghan, ma poi Robben in pieno recupero porta la coppa dalle grandi orecchie in Baviera.

 

 

(Fonte immagine: Pitchimpression.wordpress.com)

 

Nonostante la grande delusione, ora tutti conoscono Reus e tutti lo attendono l’estate successiva alla prova del nove per ogni giovane talento: il mondiale. Come sappiamo, non ci andrà. In questi anni comunque, nonostante i molteplici problemi fisici, non sono mancate le soddisfazioni personali, su tutte quella di diventare capitano del Borussia dopo il passaggio di Mats Hummels al Bayern Monaco. Un segnale importante, dato che Marco è stato l’unico finora dei fenomeni del Dortmund a non cedere alle lusinghe dei bavaresi.

L’idolo dichiarato di Reus è Tomas Rosicky, ex centrocampista di Borussia Dortmund ed Arsenal. I due hanno molto in comune: la squadra di appartenenza, il grande talento, ma soprattutto la maledizione degli infortuni. Secondo Transfermarkt, Reus negli ultimi 7 anni ha accumulato circa 40 infortuni diversi (la maggior parte dopo la data spartiacque di cui sopra), per un totale di quasi 68 partite saltate. Una vera e propria montagna russa. I continui problemi fisici hanno frenato la crescita del talento del Dortmund e della nazionale tedesca, tarpandogli le ali nella fase più importante della sua carriera.

E’ impossibile non provare un senso di incompiutezza se si pensa a Marco Reus ed è inevitabile, quando lo si vede giocare, chiedersi come sarebbe stata la sua vita calcistica senza i continui infortuni che l’hanno tormentato. Reus è la dimostrazione di quanto nello sport conti anche la fortuna, oltre al talento e alla determinazione, e di come siano una serie infinita di piccoli dettagli a fare la differenza tra il successo ed il fallimento della carriera di un calciatore. Lui stesso è il primo a dare molta importanza alla scaramanzia. Stando ai suoi compagni di squadra, entrerebbe in campo poggiando sempre prima il piede sinistro e, prima di ogni partita, si infilerebbe per primi sempre il calzino, il para stinco e lo scarpino destro.

In ogni caso, l’avventura nel mondo del calcio di Reus non è affatto finita, anzi sembra in grado di regalarci ulteriori colpi di scena. In questa stagione Marco è tornato ai livelli dei primi anni al Borussia. In meno di tre mesi ha collezionato 11 gol e 8 assist, superando già a novembre il rendimento totale delle ultime due annate. Il suo Dortmund è primo in classifica in Bundes ed ha centrato il passaggio agli ottavi di finale di Champions League. Il finale del thriller è ancora lontano, ma dalle parti del Westfalen Stadion tifosi e addetti ai lavori, per quanto difficile sia, credono più che mai alla vittoria del campionato.

Sono scelte di vita d’altronde. C’è chi decide di legarsi per la vita ad una sola squadra, di vincere meno e di soffrire di più. E’ quello che ha fatto Reus, che ha scelto la via meno comoda ma senza dubbio più romantica per lasciare il segno. Bentornato sull’ottovolante Marco.

Luca Missori

(Fonte immagine: Agentianonimi.com)

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