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Lo stadio di proprietà per risanare il Bilancio societario: mito, leggenda o realtà…

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E’ uno degli slogan che sentiamo ripetere da decenni, eppure sono pochissimi i club che hanno portato a termine questa “rivoluzione” e la causa è un insieme di problemi ed impedimenti economici, politici, strutturali

Il disavanzo economico di molte società calcistiche italiane è tanto conosciuto, quanto eclatante, altrettanto noto è il ritorno economico di uno stadio di proprietà, ma soprattutto in Italia, sono pochissime le società che hanno fatto questo passo in avanti così importante. Naturalmente, a monte di tutto c’è il fatto che costruire un nuovo impianto richiede un esborso economico non indifferente e non tutti possono permetterselo. Altrettanto spesso ci sono problemi strutturali e societari che non consentono ai club di ammortizzare o programmare un’ingente spesa come quella dello stadio, sia perché è sempre più difficile avere una gestione a lungo termine, sia perché quando arriva una nuova proprietà deve prima di tutto pensare a ripianare i debiti lasciati da anni di incontrollati sperperi. Siamo certamente in una nuova era dove anche il controllo economico e la sostenibilità sono entrati nell’ordine del giorno di ogni club di calcio, ma anche quando una società riesce a tornare con in conti a posto, si trova immancabilmente a dover affrontare altri innumerevoli problemi che rallentano, ove non impediscano addirittura, la realizzazione di un impianto di proprietà. Responsabilità di un club è anche quella di presentare un progetto che verta realmente alla costruzione di un impianto più sportivo che speculativo perché troppo commerciale e/o troppo d’impatto da un punto di vista strutturale.

Ogni tifoso di calcio conosce la triste pantomima in cui si trovano società come Inter e Milan, oppure la Roma nella capitale, che da anni tentano inutilmente di scardinare le posizioni oltranziste che siano politiche, sociali, locali o nazionali che bloccano, affossano, qualsivoglia progetto di un nuovo stadio. Considerando che in Italia ci sono 129 stadi con più di 5.000 spettatori e che soltanto sei società hanno superato ogni ostacolo e oggi sono proprietarie del loro impianto (sarebbero in realtà 7 di proprietà, ma l’Albinoleffe Stadium ha una capienza di 1.500 spettatori), si comprende facilmente quanto lunga ed ardua sia la strada da percorrere. Avvicinarci al resto dell’Europa calcistica è ancora impresa difficile e non si pensi soltanto all’Inghilterra, in materia di stadi di proprietà, perché siamo poco sotto il ventesimo posto in questa speciale classifica. Per dovere di cronaca va segnalato che entro la fine del 2024 “dovrebbe” esserci la posa della prima pietra per il nuovo stadio del Cagliari, l’Unipol Domus che sarà intitolato a Gigi Riva e si noti che l’iter amministrativo era iniziato ben 20 anni fa!

La Dacia Arena di Udine

I motivi di questo ritardo sono molteplici, oltre a quelli imputabili agli stessi club e di cui abbiamo accennato, ci sono rallentamenti burocratici, politici sia che derivino dalle politiche nazionali, sia da quelle comunali (che detengono la proprietà della quasi totalità degli stadi, a parte l’Olimpico di Roma), ma anche alle politiche di chi governa e “gestisce” il calcio nel nostro paese. Insomma una serie di responsabilità che come al solito, fanno sì che si arrivi al punto di non sapere chi o cosa o perché! Tanti responsabili, nessun responsabile, il leitmotiv della nostra bella Italia e lo stop è servito, ma, udite udite, stiamo andando incontro ad una grandissima opportunità che potrebbe permetterci di superare tutti questi problemi ed è quella di Euro 2032 che ospiteremo insieme alla Turchia. La speranza è che non ci siano sperperi di soldi pubblici come purtroppo accadde per Italia ’90 e che la volontà generale porti alla realizzazione “almeno” di quei progetti già in essere, affinché altri possano seguirne al più presto le orme.

Fonti foto: kickest.it; eurosport.it

Luigi A. Cerbara

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