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Le immagini che ci faranno sempre dire “vogliamo una FA Cup italiana” (e i motivi per cui è praticamente impossibile)

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A pochi giorni da Marine FC – Tottenham ripercorriamo alcune storie sulla più antica -e affascinante- competizione calcistica mondiale. Che vorremmo importare qui, ma ce n’è davvero bisogno…

Ciclicamente, ogni due/tre anni nell’era digitale (molto di più quando c’era la semplice televisione: vuoi per i media che aprono a platee maggiori, ma anche per dinamiche che il calcio italiano può solo sognarsi), compaiono post e immagini sulle favole della coppa della Football Association. La formula la sapete già, tutti contro tutti (o quasi, come spiegheremo dopo), sorteggio integrale e finale a Wembley, il tempio mondiale del calcio (tranne una breve parentesi al Millennium Stadium di Cardiff a inizio secolo, giusto il tempo di permettere allo stadio nazionale inglese di rifarsi -pesantemente- il trucco).

Un folklore che oltrepassa i termini del ridicolo e della farsa, quando Wayne Shaw, allora 45enne portiere del Sutton, viene pizzicato a farsi un panino in panchina nella sfida tra il club di sesta divisione e l’Arsenal. Giravano voci di scommesse sul panino mangiato; voci che lo stesso Shaw ha prima negato, poi confermato una volta con le spalle al muro. Travolto dallo scandalo e lasciata la squadra, si è dedicato -manco a dirlo- alla gastronomia.

Quest’anno Davide ha sfidato Golia a Crosby, un tiro di schioppo da Liverpool: lì è andato in scena il Tottenham contro un club di ottava divisione, Mourinho contro il Marine.
Inutile parlare del risultato finale (0-5 per la cronaca) e inutile aggiungere immagini viste e riviste più ad uso e consumo del folklore che non dell’impresa in sè, come il tifoso accanto al cartonato di Klopp. Vale tuttavia fermarsi a riflettere se tanta di quella magia dell’FA Cup abbia senso replicarla qui e in che maniera.

Alcune immagini della sfida di domenica. I numeri affissi alle reti sono…i numeri civici delle case adiacenti. Come ai giardinetti: il pallone oltrepassa la rete e bisogna chiedere al paziente vicino di restituirlo.

Sempre ciclicamente, citando quanto detto sopra, ogni due/tre anni non mancano le orde di appassionati e nostalgici che chiedono, un po’ ingenuamente: “perchè non riprodurre il modello inglese qui da noi?” E’ bene fare un po’ di chiarezza: non è esattamente un “tutti contro tutti fin da subito”.

Il regolamento parla chiaro: servono strutture adatte a ospitare diverse centinaia, se non migliaia, di tifosi anche dalla Premiership -sembra scontato ma evidentemente non lo è-, e da corollario una posizione di livello tecnico non da amatori, il che vuol dire: sì, il Marine F.C. è una squadra nata dall’idea avuta in un pub (il Marine, per l’appunto), ma non è esattamente la squadra di parrocchia (non ce ne voglia il calcio equo e solidale) di Terza Categoria sul campo in terra battuta.
I grandi club, dal canto loro, comprensibilmente iniziano a gennaio la loro avventura, mentre il club di Crosby ha iniziato la sua scalata a settembre dello scorso anno, vincendo di misura sul Frickley AFC. Niente di diverso da quanto accade in Italia, su questo fronte.

Quest’anno il Marine ha affrontato anche l’AFC Liverpool. Non esattamente i detentori della Premier, ma una squadra ad azionariato popolare di tifosi dei Reds, dove la A sta per Affordable (inclusivo). Esattamente come lo United of Manchester, spin-off di supporters dei Red Devils

In particolare, il club che domenica ha sfidato Mourinho al Rossett Park milita nella Northern Premier League North West, ottava divisione della piramide inglese. L’equivalente della nostra Seconda Categoria? Non proprio. Al netto del fatto che quest’ultima è molto più sviluppata di quella Italiana, vien da sè che il livello medio non è paragonabile. Criteri più stringenti su finanze e stadi segnano mediamente un divario molto più netto tra il dilettantismo d’alto bordo e quello puramente amatoriale in Gran Bretagna.

In soldoni, possiamo accomunare il Marine, per mezzi e livello tecnico, più a una Eccellenza che ad una Seconda Categoria e non che siano proprio gli ultimi arrivati i Lilywhites. Fondati nel 1894, un anno dopo il club di calcio più antico in Italia –ça va sans dire, nel 1974 entrano nel professionismo; due anni prima invece iniziano un record di cui in pochi parlano: il manager Roly Howard siede alla prima di 1975 panchine in un arco di tempo di 33 stagioni, ritirandosi alla fine del campionato 2004/05 ed entrando naturalmente nel Guinness dei Primati.

Un ex dirigente della Vauxhall, il ramo anglosassone della Opel, guiderà nel 2014 per un breve periodo i Mariners. A corona di tutto, e a supporto della tesi per cui non proprio tutti possono avere l’onore di affrontare Mourinho, il boss del Marine è nientemeno che Kenny Dalglish, leggenda del Liverpool.

Neil Young, James Joyce, David Lynch al Marine. Uno però fa il ferroviere/allenatore e non il cantante, l’altro è terzino e non scrittore, mentre Lynch…
neanche a farlo apposta, è il regista dei Lilywhites.

Ha senso dunque copiare il format e importarlo tout-court nel Belpaese? Ha senso che Cristiano Ronaldo rischi il crociato su un campo di terra battuta per compiacere qualche tifoso da tastiera, che magari nemmeno si sobbarcherebbe un viaggio di centinaia di chilometri per vedere la propria squadra di quartiere affrontare un club di Serie A?
Lasciamo che i sogni di gloria ricadano su quei pochi fortunati (i residenti nelle località montane, sedi dei ritiri estivi) che, una volta smessi i panni del pizzaiolo, dell’idraulico o dell’autista di autobus, affrontano Napoli, Roma, Fiorentina, e via dicendo.

O in alternativa, lasciamo che le amichevoli estive precampionato rientrino in un piano più grande. La Nations League ce l’ha insegnato: trasformare le amichevoli in partite ufficiali può essere un cambiamento a costo zero, per un calcio nostrano che ha bisogno, spesso, di meno istituzionalità e più fantasia.

Fonti foto: Besoccer, Football London, Daily Mail, Talksport, Pinterest, La Stampa

Valerio Campagnoli

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