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Inter-Real Madrid ’98-’99: La Notte del Divino

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In un San Siro gremito va in scena una delle partite più emozionanti della storia europea della Beneamata. Di fronte la squadra per eccellenza del calcio continentale di club, gli eredi di Di Stefano. Dopo novanta minuti epici c’è solo un uomo al comando: Roberto Baggio

E’ un mercoledì sera milanese di fine novembre ’98 e il naviglio che ama l’Inter è in fermento. Quarantacinque minuti dopo le venti sta per cominciare l’ennesima sfida nella storia della “Beneamata” contro il magno Real Madrid, magnificato solo alcuni mesi prima, dall’alloro della sua settima Coppa dei Campioni. E’ uno scontro tra titani e tra due squadre che hanno fatto la storia del football internazionale. Troppo facile dire che è in piccolo la riedizione della mitica finale del Prater di Vienna ’64, quella era la partita delle partite con Herrera contro i marescialli dell’impero Di Stefano e Puskás, con Mazzola e Corso contro Santamaria e Francisco Gento, con Don Luis Suárez catalano d’adozione opposto a chi allora credeva erroneamente di essere l’erede dell’impero dove splende sempre il sole e che invece viveva solo di gotici macismi franchisti.

Quella era la partita per eccellenza, questa è la partita dell’attimo. Intanto, mentre tutti questi ragionamenti di storiografia calcistica si dipanano includendo anche i molteplici scontri europei tra le due compagini degli anni ’80, il fremito dei tifosi ha toccato l’apice. Le squadre, agli ordini di Markus Merk, sono entrate in campo. San Siro è ora teatro shakespiriano e i 78.829 popolano il catino al grido di “O Inter o morte”. Se i tifosi dell’Internazionale Football Club siano tutti dei patrioti della loro patria calcistica a strisce neroazzurre, non è dato sapere. Una cosa però è chiara e certa: il loro amore per la bandiera è grandioso e magnifico, sono la trasposizione suggestiva dei ragazzi delle cinque giornate di Milano, anche se qui al posto degli austriaci ci sono gli spagnoli.

O meglio, i capelliani. Sì perché il Real Madrid allenato da Guus Hiddink, geniale giramondo alla Philippe Leroy, era composto dai pretoriani che Don Fabio scelse, due anni prima, nell’estate del 1996 per assaltare il Barcellona di Sir Bobby Robson, di un giovane José Mourinho e la Liga ’96-’97. A occupare la porta di San Siro c’è Bodo Illgner, l’erede di Harald Schumacher, in difesa accanto all’hidalgo Sanchís c’è Robertino Carlos il sinistro del Gesù di Rio de Janeiro. A centrocampo esercita il magistero Fernando Redondo ed è, per usare il titolo di una famosa fiction italiana del’72, il “Segno del Comando” del Real. Vicino a lui giostra Seedorf altro alfiere del bisiaco Capello. In attacco a insidiare Pagliuca e lo “Zio” Beppe Bergomi, ci sono tre pistoleri Sávio, Predag Mijatović e l’infante di Spagna Raúl, che non a caso ha nel cognome lo stesso numero di lettere della parola che gli inglesi hanno inventato per sintetizzare il calcio: goal.

L’Inter ha quattro luogotenenti a centrocampo: Winter, Simeone, Paulo Sousa e Francesco “Ciccio” Moriero. In attacco si pensa e si gioca alla sudamericana, con la felina cadenza del furbo ex Zamorano e la tecnica del diamante brasiliano Ronaldo: fenomeno dei fenomeni. Quando però finisce il primo tempo sullo 0-0, i 78.829 partigiani del palio interista guardano tutti all’unisono un solo uomo, che a bordo campo si scalda. E’ Roberto Baggio, il divino. O meglio, il Divin Codino. E’ Cyrano de Bergerac, è Robin Hood, è il Fantasma dell’opera, è Marcello Mastroianni, è Al Pacino, è tutti insieme questi personaggi. E’, in un aggettivo e in un superlativo, il più grande.

Quando entra al 68′ la partita è sull’1-1. Ivan Zamorano, detto bam bam, ha messo la prua della nave interista davanti al Real Madrid che batte la bandiera della leggenda. Poi un dribbling stretto, quindi tecnico, di Sávío ha mandato in rumba la difesa interista e Seedorf il capelliano ha segnato di testa il pari con cui i “blancos” vogliono sancire la loro imbattibilità nel tempio della Scala del calcio. Ora la palla passa a Roberto il divino. Una situazione che per un attimo lo catapulta sul dischetto del centrocampo dello stadio Azteca di Città del Messico. Sembra, infatti, Rivera che sta per battere il nuovo avvio di Italia-Germania dopo il 3-3 di Muller. E come Giannino, pensa: adesso li scarto tutti e faccio gol.

Quelli del Real Madrid l’hanno maltrattato fin lì e forse l’inizio incerto delle prime giocate si spiega così. La rudezza di Iván Campo, la classe nei contrasti di Roberto Carlos, le chiusure regali di Sanchís, lo hanno un po’ immalinconito. E d’altronde Baggio è un ipersensibile, comprende tutto. Il suo forte è stato sempre ascoltare la partita e in più sa, in quel momento in cui tira tempesta (ancora una volta Shakespeare), che ciascuno dei 78.829 è con lui. Che i compagni dell’Inter sono con lui. Che Gigi Simoni, signore del calcio, è con lui. Il Real Madrid non lo sa ancora, quando la partita entra negli ultimi cinque minuti, che per lui è finita.

Al 86′ Simeone percuote l’area come oggi fa in panchina, la difesa del Real non tiene l’urto e dopo due carambole il pallone arriva sul destro del Divin Codino. La battuta è secca e la rasoiata fila via mentre San Siro trattiene il fiato. Il pallone passa e Bodone Illgner, baluardo del Lander di Colonia, può solo toccare a sua volta con la gamba destra. La palla s’impenna e alta muore la sua corsa sotto la traversa gonfiando la rete, Inter-Real Madrid 2-1. Baggio-Equipo de la Leyenda 1-0. Il fermento dei tifosi diventa gioia incontenibile, felicità romantica e torna forte alla mente il ruolo centrale e decisivo che il pubblico recita nel calcio.

Avevano ragione, con opposte visioni sulla sua importanza, Carmelo Bene e Vittorio Gassman. Il rito è rito e l’urlo al gol di Baggio è grandissimo. Non esiste più il singolo tifoso, è un sol uomo. Il Real si sbilancia perché per filosofia non può accettare di perdere, mai. Ma questa è o non è la partita dell’attimo? Dopo aver difeso al limite della sua area come un terzinaccio qualunque, Roberto caracolla in allungo su una palla lunga che taglia fuori i ruvidi e i campioni, in un attimo è di nuovo davanti al lanzichenecco che difende il madridismo nella “porteria”. Partono quattro tocchi che sono ancora oggi negli occhi: controllo di sinistro, palla portata avanti di destro, ancora destro per preparare la pennellata finale e eseguire al contempo il dribbling che solo i fuoriclasse sanno fare al portiere e alla vita. Alla fine della tenzone (Cyrano de Bergerac, ricordate?) Robertino Baggio toccò. Col sinistro per un 3-1 memorabile.

Il pubblico è alla catarsi completa e indimenticabile. Il Real Madrid è in ginocchio. I compagni dell’Inter esultano impazziti. Lui corre nel festeggiare i gol come Tomba scendeva lo slalom gigante, leggiadro e appunto, divino. Gigi Simoni esulta braccia al cielo e sorriso felice, da grande signore del calcio ha indovinato la mossa: perché i sensibili sanno sempre un attimo prima come andrà a finire. E Simoni sapeva che questa mitica partita sarebbe stata la notte del Divino. La notte di Roberto Baggio.

Fonte foto: fcinternews.it

Matteo Quaglini

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