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Il Mito del Grande Torino

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La squadra dai numeri magici: cinque scudetti e una coppa Italia tra il 1943 e il 1949. Ottantotto partite casalinghe consecutive senza conoscere sconfitta. Centoventuno vittorie. Quattrocentoquaranta gol segnati. Dieci giocatori su undici in campo in Italia-Ungheria dell’11 maggio 1947. Due campionati oltre i cento gol: 104, nel ’46-47 e 125 nel ’47-48

Quando alle 17.03 di mercoledì 4 maggio 1949 l’aereo del Grande Torino si schiantò contro il terrapiano posteriore della Basilica di Superga, il mondo si fermò. Non solo quello del calcio, ma anche quello della quotidianità. Il Grande Torino era, infatti, il compagno di tutti i giorni, l’amico confidente, il padre insegnante, la compagna amorosa, l’amante affascinante da mille e una notte, degli italiani. E non solo. Era la squadra ammirata da tutti, sudamericani di tutte le latitudini, mitteleuropei e occidentali continentali, avversari e amici. E questo perché era la squadra dell’aggregazione e non della divisione illusoria del tifo.

Il grande demiurgo che l’aveva creata era stato Ferruccio Novo un uomo che sapeva riconoscere gli uomini di valore. La bandiera aveva per nome quello che per altri tra gli attori era stato un cognome famoso, Valentino e si chiamava Mazzola: il numero dieci. Il grande capitano che lascerà in eredità Sandrino e i suoi scatti per Herrera e l’Inter euromondiale, ma che sarà anche capocannoniere con 29 gol nel 1946-47 prima mezz’ala a conquistare questo titolo tra un mare di immaginifici bomber del tempo.

Gli altri giocatori sono stati semplicemente leggenda, la possibilità di elencare la formazione a memoria come per la Juventus del “quinquennio d’oro”, la Grande Inter o il Milan degli invincibili, spiega l’immenso e irripetibile magistero.

Ma il Grande Torino è stato anche qualcosa di più. La sua iconografia ha fissato per sempre nel cuore, che è più importante della mente, il ricordo indelebile. E’ stata la squadra che ha dato legittimità al “Sistema”, il modulo di gioco creato da Herbert Chapman per l’Arsenal anni ’30, nella patria del “Metodo”, cioè del contropiede. E’ stata la squadra bandiera per eccellenza e questo modo di essere è stato poi copiato da Don Santiago Bernabéu per il suo Real Madrid. Il Grande Torino è stato multiforme e poliedrico, capace cioè di cambiare e di accendersi a seconda della situazione. Durante la guerra civile italiana del 1944-45, è diventato Torino Fiat avvicinandosi a casa Agnelli per impiegare i giocatori come operai in fabbrica e evitare la chiamata alle armi. In quegli attimi terribili e bui ha ospitato sotto la “pelle” granata altri grandi come Silvio Piola centravanti del Toro che resiste all’oscurantismo. Sul piano del gioco ha toccato vette magnifiche da panorama romantico, ma ha saputo essere concreto e determinato quando ce ne stato bisogno. Tre cose, tra le centinaia di partite, raccontano il Torino in campo. Quando Castigliano segna, con una bordata da fuori, il quarto dei sette gol che affondano la Roma nella sua tana, l’allenatore romanista Degni si mette le mani nei capelli e esclama il famoso: “me so’ scordato Castigliano”. E’ l’immagine della forza che travolge tutto. La rimonta da 0-3 a 4-3 con la Lazio nel maggio del ’48 è quella del non arrendersi mai e si unisce al famoso quarto d’ora granata annunciato al Filadelfia dalla tromba di Oreste Bolmida, simbolo della carica a briglia sciolte.

Oggi ricorrono i settantuno anni dalla sua scomparsa e per omaggiare lo squadrone di sempre ricordiamo tre partite grandi e tragiche. Lo 0-0 a San Siro con l’Inter che vale il 30 aprile ’49 il quinto scudetto, Benfica -Torino del 3 maggio ’49 per festeggiare Francisco Chico Ferreira ultima partita dei campionissimi e Torino – Rive Plate del 26 maggio ’49 a cui parteciparono Di Stefano e con la maglia granata, Boniperti e Nordhal tra gli altri. La chiamarono quella formazione Torino simbolo, e rende l’idea del tutto. Grazie per essere esistito Grande, immortale, Torino.

Foto fonte: calciomercato.com

Matteo Quaglini

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