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“Graeme is magic” Souness, ad Anfield, rimane un mito

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La storia del centrocampista scozzese, che ha cambiato il modo di interpretare il ruolo di interno, per diventare il primo “tuttocampista” della storia

“Graeme is magic”.

Se entrate ad Anfield, ancora oggi, a circa trent’anni di distanza troverete questa scritta, magari leggermente sbiadita, ma è lì, testimone muto nel tempo, della grandezza di questo straordinario giocatore.

La sua leggenda inizia a scuola, in Scozia tutti i college hanno la loro squadra i quali si sfidano in un vero e proprio campionato.

Neanche a dirlo, Graeme, risultò il migliore di tutti e in pochissimo tempo venne reclutato prima dal FC Tyncastle e poi dal Tottenham.

I quattro anni con gli “Spurs” rappresentano l’unico passaggio a vuoto della sua carriera, infatti tra donne e troppe “escursioni” nei pub londinesi, Souness racimolò una sola presenza.

Per lui la svolta porta il nome di Jackie Charlton, che in quel momento era il trainer del Middlesbourg, il quale lo osservò allenarsi e se ne innamorò perdutamente, tanto da convincere i suoi dirigenti ad acquistarlo.

Il periodo al “Boro” fu quello della sua esplosione, in poco tempo diventò il leader della squadra e l’idolo delle folle, grazie al suo allenatore riuscì a mettere la testa a posto ed a trovare la sua dimensione con il cambio di ruolo.

Charlton lo spostò da mediano difensivo ad interno, ma fu solo una formalità, in quel ruolo riuscì a spaziare in ogni zona del campo, prendendosi tutto il centrocampo e risultando decisivo, tanto in fase difensiva che in quella offensiva.

Della sua esperienza al “Boro” ci sono due episodi impossibili da non raccontare: il primo, quando da ‘solo’, ha garantito la promozione in prima divisione ai suoi compagni, grazie ad una tripletta contro lo Sheffield Wednesday.

Il secondo, racconta il suo carattere pienamente: il Norwich si presentò nella tana del “Boro”, per l’ultima partita della stagione e tutti sapevano che sarebbe stata l’ultima dello scozzese con la maglia del Middlesbourg e lo insultarono pesantemente.

A fine gare uscì alzando le dita a forma di “V”, che equivale, più o meno al gesto del dito medio.

Questo era Souness, questo era il suo congedo dai tifosi che lo avevano venerato fino ad una settimana prima.

Un calciatore divino, con un carattere forte, e provocatorio, ma sempre in grado di fare la differenza sia in campo che nello spogliatoio.

Dopo quest’episodio iniziò la sua epopea a Liverpool, dove vinse tutto e da protagonista assoluto.

Tre Coppe dei Campioni, quattro Coppe di Lega inglese, cinque campionati inglesi, solo per ricordare le cose più importanti e proprio con una Coppa dei Campioni, terminò la sua avventura con i “Reds”.

Nel 1984, dopo la finale contro la Roma, allo stadio Olimpico, Mantovani, il presidente della Sampdoria che voleva diventare grande, si presentò a Liverpool e si prese il suo capitano.

Bei tempi quelli, quando una società da due anni promossa in serie A, poteva presentarsi a casa dei Campioni d’Europa e portargli via il capitano.

Souness lo ripagò da grande campione qual’era ed il primo anno, segna il gol decisivo, nella finale di andata di coppa Italia contro il Milan, dando il là al ciclo vincente della Samp di Mantovani.

Farà anche l’allenatore, ma non lascerà grandi traccie, anche al Torino, dove ricoprirà il ruolo di direttore tecnico, ma per poco tempo.

Non è un caso che le cose migliori, anche da allenatore le abbia fatte con i suoi “Reds”, dove nel 1992 vinse una F.A. Cup.

Capita spesso che i grandi giocatori non diventino grandi allenatori, ma lui, ad Anfield, rimarrà sempre “Graeme is magic”.

L’uomo che ha fatto grande il Liverpool.

Fonte Foto: Teamtalk

Firma: Alessandro Nardi

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