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Da Pancev a Pandev: 30 anni di calcio nei Balcani, tra favole moderne e ferite tuttora aperte. Seconda (e ultima) parte

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Prosegue il viaggio nel Fudbal nella Ex Jugoslavia, tra miracoli sportivi e cronaca nera, nerissima

La scorsa settimana è iniziato un breve viaggio (leggi qui) tra fatti e misfatti calcistici di un territorio distrutto dagli odi etnici; ora lo sport, trent’anni fa anticamera di una tragedia europea, vive una seconda giovinezza senza mai riuscire a scrollarsi vecchie ruggini.

Il calcio, dunque. Dopo la guerra il nulla. O forse no: la Croazia ebbe la gran fortuna di ereditare la maggior parte di quella golden generation, benchè il nome Jugoslavia continuasse a rappresentare, fino al 2006, l’unione di Serbia e Montenegro (all’attivo un buon Mondiale ’98). Già alle qualificazioni per Euro ’96 Zorro Boban e compagni fecero sudare molto la neonata Italia di Sacchi:

La doppietta di Suker con cui i biancorossi a scacchi sconfissero l’Italia alla Favorita di Palermo, il 16 novembre 1994

L’undici a scacchi biancorossi aveva appena gettato i semi di un cammino proficuo, coronato dal primo Europeo (quarti conquistati a spese proprio della Danimarca) e soprattutto da un fantastico bronzo a Francia ’98 a suon dei gol di Davor Suker.
Finita la golden generation, non si produrranno più grandi risultati. Ci vorranno altri vent’anni prima di un altro traguardo, ancora più luminoso:

Russia 2018, con l’eliminazione dell’Inghilterra e il titolo mondiale sfiorato sotto i colpi dell’armata bleu di Griezmann e Mbappè

Oggi, se da un lato Modric, Perisic e compagni viaggiano sicuri verso l’esordio con l’Inghilterra ad Euro 2020, i soli 3 punti dalla Lega A di Nations League sollevano parecchi dubbi sull’effettiva utilità di una manifestazione spesso snobbata anche dai club di fascia media.

Fece parlare di sè la Slovenia per diversi anni. Subito nel girone di qualificazione ad Euro ’96 costrinse al pareggio ancora una volta l’Italia sacchiana, ma entrerà negli annali la partita contro la Jugoslavia ad Euro 2000: la nazionale dell’ex doriano Srecko Katanec, trascinata da un Zlatko Zahovic in stato di forma, arriverà al 3-0 per poi farsi rimontare tre gol in sette minuti dai serbo-montenegrini. Il mondiale sudafricano del 2010 fu l’ultimo palcoscenico per la nazionale che ora, vincendo la Lega C di Nations League, si sta ritagliando a fatica un nuovo spazio.

Proprio parlando del Montenegro si ha il retrogusto amaro dei sogni soltanto sfiorati: e sì che con Mirko Vucinic, Stevan Jovetic e Stefan Savic ci si sarebbe potuti aspettare almeno un accesso a una fase continentale. Niente di tutto ciò, e non sembrano esserci prospettive per i prossimi anni: i montenegrini hanno vinto il loro girone di Lega C di Nations League, ma senza una stella nè un calciatore che militi in un campionato di rilievo, se si esclude il laziale Marusic e il già citato Savic.

A realizzare i sogni ci ha pensato invece la Bosnia, che ha progressivamente scalato le gerarchie del calcio continentale senza per forza aspettare l’esplosione dei talenti di Dzeko e Pjanic: già nel 2004 e nel 2006 la giovane nazionale ha sfiorato la qualificazione ad Europeo e Mondiale fallendo per pochissimi punti. Il miglior risultato nel ranking FIFA arrivò addirittura prima della storica qualificazione a Brasile 2014, indubbiamente pervenuta anche tramite le magie del bomber giallorosso e del centrocampista ex Juve e Roma, ora in forza al Barcellona. L’epilogo amaro e forse ingiusto di Nations League (0-2 con rosa falcidiata dal Covid contro l’Italia) restituisce comunque una nazionale in salute e una valida outsider.

La Banda Mancini si assicura le Final Four di Nations League battendo una Bosnia rimaneggiatissima

Poco da aggiungere per la Macedonia del Nord, se non che indubbiamente l’urna di Nyon ci ha messo del suo, dando in sorte alla Nazionale del sole il Kosovo in semifinale e la Georgia in finale. Nulla toglie ai meriti di una nazionale comunque in ascesa, che per la prima volta in 25 anni si affaccia ai palcoscenici importanti del calcio.

Interesse particolare invece per la giovanissima selezione del Kosovo. Riconosciuta come nazionale a tutti gli effetti dalla Uefa e dalla Fifa, laddove il veto russo al Consiglio di Sicurezza dell’ONU ancora impedisca il riconoscimento globale dell’ultima repubblica indipendente in Ex Jugoslavia. E’ un precedente sportivo e giuridico epocale, a cui seguì la prima partecipazione alle qualificazioni per Russia ’18, col primo punto strappato in Finlandia. In Nations League soddisfazione ottenuta con il successo sulla Moldavia.

E la Serbia? L’erede nominale della Jugoslavia calcistica nell’ultimo scorcio di secolo ha ben figurato a Francia ’98, mettendo alle corde la Germania e attualmente ha sfiorato la qualificazione ad Euro 2020 cedendo solo ai rigori contro la Scozia. Nell’immaginario moderno, tuttavia, rimangono ancora episodi difficili da dimenticare: Ivan Bogdanov e i disordini di Genova, gli scontri in Serbia-Albania (quando la bandiera dall’aquila bicipite sorvolò lo stadio del Partizan con un drone per esser poi strappata da Mitrovic). Senza contare gli screzi diplomatici dopo che lo svizzero Shaqiri, dopo un gol ai serbi a Russia 2018, mimò con le mani il simbolo nazionale albanese.

Arrigo Sacchi disse che il calcio è la più importante delle cose meno importanti. Non aveva torto. Meno orizzonti di crescita ci sono per un Paese e più il football ha la magica funzione di panacea, per quanto temporanea.
Se però una sfera a scacchi fa da benzina al fuoco dell’odio etnico, si riaprono vecchie ferite. Che sanguinano ancora, a quasi trent’anni dalla pagina più nera d’Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Fonti foto: Immagini Mediagol, Giornale di Sicilia, Rivista Contrasti, Archeologia Dello Sport
Valerio Campagnoli

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