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A Gamba Tesa | C’era una volta lo Zio d’America

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L’AS Roma targata Pallotta sembra vicinissima nei prossimi giorni – se non nelle prossime ore – a passare di mano verso Dan Friedkin. Cronistoria breve e considerazioni sparse sulle prime due esperienze a stelle e strisce vissute dalla sponda giallorossa della Capitale


IN PRINCIPIO FU LO ZIO TOMThomas Di Benedetto. Nominato così, di punto in bianco, a molti potrebbe dire poco. Eppure fu proprio la cordata facente capo al nativo di Boston (Massachussets) ad appropriarsi della Roma rimasta orfana della gestione della famiglia Sensi. Numero uno della società di Trigoria per un anno e quattro mesi (16 aprile 2011-27 agosto 2012): il personaggio non è esattamente di quelli capaci di riempire cronache e prime pagine dei giornali in “stile Commisso”.
È importante però sapere che all’interno del primo pool americano con in mano la Roma, lo zio Tom aveva già pianificato un veloce percorso di “fuoriuscita”, volto a favorire la salita a presidente di James Pallotta.


JAMES, (NON) C’ERAVAMO TANTO AMATI – L’altro statunitense di Boston rappresenta la porzione più lunga dell’esperienza USA dell’AS Roma. Prese le redini dalle mani del predecessore, Pallotta ha stabilito sin da subito un “distanziamento sociale” dalla piazza romana, sia in termini fisici (pochi voli atlantici, ndr) che sotto il profilo “affettivo”.
Zero trofei, abnormi plusvalenze e un rapporto col tifo che eufemisticamente potremmo definire complicato. Dai “fucking idiots” alle barriere avallate in curva, dalla “società-azienda” alla “deromanistizzazione” con Totti, De Rossi, Tempestilli e Nela (per citarne alcuni) accompagnati all’uscita senza onori imperiali.
Annoverare poi la tregenda riferita allo stadio di Tor di Valle è pratica per masochisti


IL LUNGO AVVICINAMENTO DI “UNCLE DAN”“El Projecto” di Luis Enrique, la minestra riscaldata di Zeman, il 26 maggio 2013 giorno dellla sconfitta nella finale di Coppa Italia contro la Lazio, l’addio a Rudi Garcia un mese dopo l’eliminazione per mano dello Spezia dalla Coppa Italia, i personalismi di Spalletti e tante altre spine saranno noie con le quali la nuova proprietà dovrà confrontarsi guardandosi allo specchio.
Almeno per evitare di somigliare al predecessore, Dan Friedkin da Houston (Texas) dovrà mostrarsi umanamente interessato al cuore della questione giallorossa: i risultati sportivi.
Già sul finire del 2019 la trattativa – con Pallotta fermamente intenzionato a liberarsi dell’onere presidenziale già da tempo – sembrava ben avviata. Il Covid, il successivo dissesto finanziario e la stagione “extra-large” hanno fatto il resto. Il rallentamento con l’allargarsi della forbice tra domanda e offerta si è tramutato in accelerazione, quando le scadenze impellenti hanno costretto James a piegarsi al “gioco al ribasso” di Dan.


NO ALL’EMIRO – Negli ultimi giorni era stata paventata – come capitato decine di volte nell’ultimo ventennio – una presunta offerta che sarebbe dovuta giungere direttamente dal Kuwait per mano di Al Baker.
Le ultimissime tacciano però quest’ultima ipotesi come inattendibile, fornendo l’assist decisivo al texano per spingere in gol il closing. 490 milioni per regalare la terza esperienza consecutiva a stelle e strisce alla Roma e ai suoi tifosi, che consci di un passato fatto di promesse non mantenute, saranno ben guardinghi verso l’innamorarsi aprioristicamente del nuovo “Zio d’America”.

Ma si sa: un cuore spezzato ha sempre bisogno di qualcuno che amorevolmente lo coccoli un po’. Questa, molto probabilmente, è la grande occasione che Dan Friedkin non vorrà farsi sfuggire.

Fonti foto: SkySport | YouTube.com | Rai Sport | Calciomercato.com | RomaNews.eu

Alessandro Sticozzi

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